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  VIAGGIO APOSTOLICO A NEW DELHI E IN GEORGIA (5-9 NOVEMBRE 1999)

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RAPPRESENTANTI DI ALTRE RELIGIONI
E DI ALTRE CONFESSIONI CRISTIANE

«Vigyan Bhawan» (New Delhi) - Domenica, 7 novembre 1999

   

Ilustri Responsabili religiosi,
Cari amici,

1. È una grande gioia per me visitare ancora una volta l'amata terra d'India e avere l'opportunità in particolare di salutare voi, Rappresentanti di differenti tradizioni religiose, che incarnate non solo i grandi progressi del passato, ma anche la speranza di un futuro migliore per la famiglia umana. Ringrazio il Governo e il popolo dell'India per l'accoglienza che mi hanno riservato. Vengo fra voi come pellegrino di pace e come viaggiatore sulla strada che conduce al completo soddisfacimento dei più profondi desideri umani. In occasione di Diwali, la festa delle luci, che simboleggia la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, esprimo la speranza che questo incontro parli a tutto il mondo delle cose che ci uniscono:  la nostra comune origine umana e il nostro comune destino, la nostra responsabilità condivisa per il benessere e il progresso delle persone, il nostro bisogno di luce e di forza che ricerchiamo nelle nostre convinzioni religiose. Nel corso dei secoli e in molti modi, l'India ha insegnato la verità che anche i grandi maestri cristiani propongono, ossia che gli uomini e le donne "per istinto" sono profondamente orientati verso Dio e Lo cercano nelle profondità del proprio essere (cfr San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 60, art. 5, 3). Su questa base, sono convinto che insieme potremo intraprendere con successo il cammino della comprensione e del dialogo.

2. La mia presenza qui, fra voi, intende essere un ulteriore segno del fatto che la Chiesa cattolica desidera avviare in modo sempre più intenso il dialogo con le religioni del mondo. Essa ritiene questo dialogo un atto di amore che affonda le sue radici in Dio stesso. "Dio è amore" proclama il Nuovo Testamento, "chi sta nell'amore, dimora in Dio e Dio dimora in lui . . . Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo . . . Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4, 16, 19-20).

È un segno di speranza che le religioni del mondo stiano divenendo sempre più consapevoli della loro responsabilità comune per il benessere della famiglia umana. Questa è una parte cruciale della globalizzazione della solidarietà che deve esistere, se il mondo futuro deve essere sicuro. Questo senso di responsabilità condivisa aumenta man mano che scopriamo quello che abbiamo in comune come uomini e donne religiosi.

Chi di noi non deve affrontare il mistero della sofferenza e della morte? Chi di noi non considera la vita, la verità, la pace, la libertà e la giustizia valori sommamente importanti? Chi di noi non è convinto che la bontà morale sia sanamente radicata nell'apertura della società e dell'individuo al mondo trascendente della divinità? Chi di noi non crede che la via verso Dio richieda la preghiera, il silenzio, l'ascetismo, il sacrificio e l'umiltà? Chi di noi non è preoccupato per un progresso scientifico e tecnico che dovrebbe essere accompagnato da una consapevolezza morale e spirituale? E chi di noi non crede che le sfide di fronte alle quali la società si trova ora possano essere affrontate solo edificando una civiltà dell'amore, basata sui valori universali di pace, solidarietà, giustizia e libertà? E come possiamo farlo se non attraverso l'incontro, la comprensione reciproca e la cooperazione?

3. Il sentiero che abbiamo davanti è arduo e abbiamo sempre la tentazione di scegliere un cammino di isolamento e di divisione che porta al conflitto. Ciò, a sua volta, scatena quelle forze che rendono la religione un pretesto per la violenza, come osserviamo troppo spesso nel mondo. Di recente, ho accolto con piacere in Vaticano i rappresentanti delle religioni del mondo riunitisi per sviluppare i risultati dell'incontro di Assisi del 1986. Ripeto qui ciò che ho dichiarato di fronte a quella distinta assemblea:  "La religione non è, e non deve diventare, un pretesto per i conflitti, soprattutto quando l'identità religiosa, culturale ed etnica coincidono. La religione e la pace vanno di pari passo:  dichiarare guerra in nome della religione è un'evidente contraddizione". I Responsabili religiosi, in particolare, hanno il dovere di fare tutto il possibile per assicurare che la religione sia ciò che Dio desidera, una fonte di bontà, rispetto, armonia e pace! Questo è l'unico modo per onorare Dio in giustizia e verità!

Il nostro incontro ci chiede di lottare per discernere e accogliere qualunque cosa sia buona e santa in noi, cosicché possiamo riconoscere, tutelare e promuovere le verità morali e spirituali che sole garantiscono il futuro del mondo (cfr Nostra aetate, n. 2). In questo senso, il dialogo non è mai un tentativo di imporre le nostre opinioni agli altri, poiché un dialogo di tal genere diverrebbe una forma di dominio spirituale e culturale. Ciò non significa abbandonare le nostre convinzioni. Ciò vuol dire che, saldi in ciò in cui crediamo, ascoltiamo con rispetto gli altri, cercando di discernere quello che è buono e santo e che favorisce la pace e la cooperazione.

4. È essenziale riconoscere che esiste un vincolo stretto e indissolubile fra la pace e la libertà. La libertà è la prerogativa più nobile della persona umana e una delle principali esigenze di libertà è il libero esercizio della religione nella società (cfr Dignitatis humanae, n. 3). Nessuno Stato, nessun gruppo ha il diritto di controllare sia direttamente sia indirettamente le convinzioni religiose di una persona, né può a ragione rivendicare il diritto di imporre o di impedire la professione pubblica e la pratica della religione o il rispettoso appello di una particolare religione alla libera coscienza delle persone. Ricorrendo quest'anno il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, ho scritto che "la libertà religiosa costituisce il cuore dei diritti umani. Essa è talmente inviolabile da esigere che alla persona sia riconosciuta la libertà persino di cambiare religione, se la sua coscienza lo domanda. Ciascuno, infatti, è tenuto a seguire la propria coscienza in ogni circostanza e non può essere costretto ad agire in contrasto con essa (cfr Articolo 18)" (Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace 1999, n. 5).

5. In India, la via del dialogo e della tolleranza è stata la via seguita dai grandi Imperatori Ashoka, Akbar, e Chatrapati Shivaji, da uomini saggi come Ramakrishna Paramahamsa e Swami Vivekananda e da figure luminose quali il Mahatma Gandhi, Gurudeva Tagore e Sarvepalli Radhakrishnan, che hanno compreso profondamente che servire la pace e l'armonia è un compito santo. Ci sono persone che, in India e altrove, hanno offerto un contributo significativo all'aumento della consapevolezza della nostra fraternità universale e ci orientano verso un futuro nel quale soddisferemo il nostro profondo desiderio di oltrepassare la porta della libertà perché lo faremo insieme. Scegliere la tolleranza, il dialogo e la cooperazione quale sentiero per il futuro significa tutelare ciò che vi è di più prezioso nell'ingente patrimonio religioso dell'umanità. Serve anche ad assicurare che nel corso dei prossimi secoli il mondo non resti privo di quella speranza che è la linfa vitale del cuore umano.

Che il Signore del cielo e della terra ce lo conceda ora e sempre!

 

© Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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