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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
 
S.E. SIGNOR CARLO AZEGLIO CIAMPI*

 

Signor Presidente!

1. E' sempre con grande gioia che il Successore di Pietro incontra il Capo dello Stato italiano, memore com'è dell'inconfondibile contributo che questo Paese ha dato alla Cristianità tutta, e consapevole, al tempo stesso, del segno impresso dalla fede cristiana, durante questi due millenni, alla formazione ed alla fioritura dell'identità nazionale italiana.

Con viva cordialità Le rivolgo, pertanto, il mio benvenuto, Signor Presidente, grato per la visita con cui Ella oggi m'onora. Estendo questo mio sentimento di riconoscenza anche agli illustri Membri della Delegazione che L'accompagna.

In Lei saluto l'intero popolo italiano, che apprezzo ed amo per i tanti segni di affetto che mi ha sempre riservato. E' un popolo che è stato sempre molto vicino, non solo geograficamente, alla Sede di Pietro, da quando il Pescatore di Galilea è approdato sulle coste della penisola. Questo incontro conferma la buona armonia che esiste nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa, grazie ad una stabile intesa che ha favorito il concorde impegno a servizio del bene della comunità italiana, così ricca di cultura, di arte, di storia, nel segno di quella civiltà radicata nel cristianesimo che l'ha resa famosa ed onorata nel mondo.

2. L'Italia è bene inserita tra le Nazioni sorelle dell'Europa e mi piace ricordare che la Sua visita, Signor Presidente, avviene mentre è riunito in Vaticano un Sinodo nel quale i rappresentanti degli Episcopati europei affrontano i problemi vecchi e nuovi della vita della Chiesa nel Continente. E se certi drammi di un passato non lontano, drammi di cui noi stessi siamo stati testimoni, appaiono oggi superati, non per questo la convivenza manca di sfide e di appuntamenti decisivi per le singole persone e per l'intera organizzazione sociale.

L'Europa, che ha raggiunto insperati traguardi di benessere, ha oggi il compito di ripensare se stessa per adeguare le proprie strutture al raggiungimento di fini superiori, forse sin qui appena immaginati. Il progresso non può essere solo economico. La disponibilità di beni materiali e la stessa discussa prospettiva dello "sviluppo illimitato" esigono che la dimensione economica della convivenza europea sia arricchita ed anzi coronata da una "centralità dell'anima". Le ragioni dello spirito sono insopprimibili: dal loro accoglimento dipende la formazione di una convivenza umana nella quale sia tutelata e adeguatamente promossa la dignità personale di ogni suo componente. In questo contesto, si propone come essenziale il riconoscimento da parte delle Autorità pubbliche di quei valori umani di fondo su cui poggiano le basi stesse della società. Stato pluralista non significa Stato agnostico.

3. La natura universale del Pontificato Romano attribuisce al Successore di Pietro una specifica responsabilità nei confronti di tutte le genti. La sua vocazione è quella di servitore della pace, secondo la parola di Isaia a riguardo del futuro Messia, nel quale il profeta vedeva il "principe della pace", prospettando addirittura una "pace senza fine", perché fondata "sulla giustizia e sulle opere di equità" (Is 9,5-6). La fine della conflittualità dei tempi passati, in cui purtroppo si sono distinte le grandi Nazioni europee, non ci esime dalla vigilanza, perché i flagelli che hanno colpito le generazioni precedenti non abbiano a riproporsi, anche se forse in aree remote e con modalità nuove.

Il Successore di Pietro molto si attende dall'Italia, e non senza ragione, visto che da molti decenni essa ha inscritto nelle tavole fondamentali della sua convivenza, la Costituzione della Repubblica, la rinuncia alla guerra "come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (art. 11). Ecco perché nei Balcani, nel Mediterraneo, nel Terzo Mondo, ovunque appaiano focolai di quell'incendio antiumano che è costituito appunto dalla guerra, l'Italia, coerente con le sue radici cristiane e le scelte culturali che la distinguono, sta cercando di dare il suo deciso e qualificante contributo di amicizia e di umana solidarietà.

4. L'Italia, grazie a Dio, è in pace: è importante che questa situazione perduri, perché solo nel contesto della pace possono essere affrontati e convenientemente risolti i complessi problemi con cui la Nazione deve misurarsi. C'è la vita da tutelare sin dal concepimento e da assicurare, con amore e dignità, nella sua naturale evoluzione. Essa nasce e cresce nella famiglia, la cellula fondamentale su cui si regge la nazione e che merita di essere sempre meglio aiutata, con provvidi interventi, al compimento della sua essenziale funzione sociale.

Poi c'è la scuola, che dev'essere libera ed aperta alla crescita morale ed intellettuale delle giovani generazioni. Come non riconoscere l'opportunità di far fiorire molteplici esperienze di percorsi educativi, in cui la famiglia, fondata sul matrimonio, e i gruppi sociali possano concretamente esprimere le loro convinzioni?

Infine c'è il lavoro, che oggi più che mai richiama il precetto biblico che impegna l'uomo alla trasformazione del mondo. I pubblici poteri, proprio come verso la vita, la famiglia e la scuola, hanno il dovere di aiutare con ogni mezzo la persona ad esprimere le sue potenzialità creative: sarebbe grave colpa restare indifferenti e confinare le giovani generazioni in un ozio corruttore, sfigurante la dignità che tutti ormai riconoscono alla persona ed al cittadino.

5. La Chiesa, in tutte le sue componenti, è pronta a collaborare con i pubblici poteri ed anzi con la società nazionale, di cui è parte significativa e caratterizzante. Essa ben volentieri mette a disposizione anche di questo Paese, che per tanti versi le è così vicino e così caro, le sue energie. Lo fa nel rispetto della sua missione specifica, che è quella dell'annuncio del Vangelo ad ogni uomo: solo così, infatti, la vicenda dell'essere umano può evolvere nel tempo in senso pienamente rispondente al disegno del suo Creatore e Redentore.

La Chiesa persegue il vero bene del Paese, al quale contribuisce con la fedeltà a Cristo e l'innovazione creativa nei settori dell'educazione, della cultura, dell'assistenza e di tante forme di testimonianza a lei proprie, tenendo ben ferma una irrinunciabile idea dell'uomo e del significato delle relazioni sociali.

6. E' con questi sentimenti e queste speranze che guardiamo all'apertura, ormai imminente, del Giubileo del bimillenario dell'Incarnazione del Figlio di Dio. Nell'occasione, milioni e milioni di uomini confluiranno verso Roma. Ci sarà ad accoglierli la tradizionale e ben collaudata ospitalità del popolo italiano, ma anche questa è un'ulteriore responsabilità che grava sulle due realtà, lo Stato e la Chiesa, che oggi si sono visibilmente incontrate in questa visita, ed i cui rapporti sono caratterizzati da significativa collaborazione.

Mentre ringrazio per quanto le Autorità italiane stanno facendo per la buona riuscita dell'Anno Giubilare, esprimo l'auspicio che l'impegno prosegua con la stessa efficacia nei prossimi mesi, così da assicurare ai pellegrini di ogni parte del mondo l'accoglienza premurosa ed attenta che essi attendono.

7. Mi è caro concludere queste mie parole con l'augurio cordiale che la Nazione italiana, grazie anche alla Sua opera, Signor Presidente, sappia avanzare sulla via dell'autentico progresso, raccogliendo dalle sue ricche tradizioni di civiltà rinnovati impulsi per la promozione di quei valori umani e cristiani che le hanno assicurato stima e prestigio nel consesso dei popoli.

Con questi auspici, Le formulo i più sentiti voti per il felice adempimento dell'altissimo mandato da poco iniziato, mentre con grande simpatia invoco sulla Sua persona, sulla gentile Consorte, sulle Autorità qui presenti e sull'intero Popolo italiano la costante protezione dell'Onnipotente.


*Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXII, 2 pp.606-610.

L'Osservatore Romano 20.10.1999 pp.1, 4.

 

Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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