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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI
PARTECIPANTI AL CORSO SUL FORO INTERNO PROMOSSO DALLA PENITENZIERIA
APOSTOLICA Sabato, 31 Marzo 2001
Signor Cardinale, Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel
Sacerdozio, Cari Seminaristi!
1. Questo tradizionale incontro annuo è sempre per me motivo di
particolare gioia. L'Udienza concessa alla Penitenzieria Apostolica, ai Padri
Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali dell'Urbe e ai giovani sacerdoti e
candidati al sacerdozio, partecipanti al Corso sul Foro interno promosso dalla
Penitenzieria, mi offre infatti l'occasione per intrattenermi sull'uno o
sull'altro aspetto del Sacramento della riconciliazione, tanto importante per la
vita della Chiesa.
Saluto innanzitutto il Cardinale Penitenziere, ringraziandolo
per le gentili parole che, a nome di tutti, mi ha poc'anzi rivolto. Saluto poi i
Membri della Penitenzieria, l'organo della Sede Apostolica che ha il compito di
offrire i mezzi della riconciliazione nei casi più gravi e drammatici del
peccato, insieme con il consiglio autoritativo per i problemi di coscienza, e
l'indulgenza, coronamento della grazia conservata o ritrovata per misericordia
del Signore. Saluto, inoltre, i Padri Penitenzieri che vivono il loro sacerdozio
con generosa dedizione al ministero della riconciliazione sacramentale, ed i
giovani presenti che, ben comprendendo l'eccellenza e l'indispensabilità di
questo ministero, hanno voluto approfondire la loro preparazione mediante la
partecipazione al corso che giunge ora alla sua conclusione. Il mio pensiero si
allarga, infine, con grato apprezzamento a tutti i sacerdoti del mondo che,
specialmente nel recente Giubileo, si sono dedicati con paziente e coscienziosa
fatica al prezioso servizio del confessionale.
2. Mediante il Battesimo, l'essere umano è assimilato a Cristo
con una configurazione ontologica incancellabile. La sua volontà resta, però,
esposta al fascino del peccato, che è ribellione alla volontà santissima di
Dio. Ciò ha come conseguenza la perdita della vita divina della grazia e, nei
casi limite, la rottura anche del vincolo giuridico e visibile con la Chiesa:
questa è la tragica causalità del peccato.
Ma Dio, "dives in misericordia" (cfr Ef
2, 4), non abbandona il peccatore al suo destino. Mediante la potestà concessa
agli Apostoli e ai loro successori, rende operante in lui, se pentito, la
redenzione acquistata da Cristo nel mistero pasquale. E' questa la mirabile
efficacia del Sacramento della riconciliazione, che sana la contraddizione
prodotta dal peccato e ripristina la verità del cristiano quale vivo membro
della Chiesa, mistico Corpo di Cristo. Il Sacramento appare così organicamente
connesso con l'Eucaristia, che, memoriale del Sacrificio del Calvario, è fonte
e culmine di tutta la vita della Chiesa, una e santa.
Gesù è mediatore unico e necessario della salvezza eterna. E'
esplicito, in proposito, san Paolo: "Uno solo infatti è Dio e uno solo il
mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in
riscatto per tutti" (1 Tm 2, 5). Deriva da qui la necessità, in
ordine alla salvezza eterna, di quei mezzi di grazia, istituiti da Gesù, che
sono i Sacramenti. E' quindi illusoria e nefasta la pretesa di regolare i propri
conti con Dio, prescindendo dalla Chiesa e dall'economia sacramentaria. E'
significativo che il Risorto, la sera di Pasqua, in un medesimo contesto, abbia
conferito agli Apostoli il potere di rimettere i peccati e ne abbia dichiarato
la necessità (cfr Gv 20,23). Nel Concilio Tridentino la Chiesa ha
solennemente espresso questa necessità riguardo ai peccati mortali (cfr sess.
XIV, cap. 5 e can. 6 - DS 1679, 1706).
Si fonda qui il dovere dei sacerdoti verso i fedeli e il diritto
di questi verso i sacerdoti alla corretta amministrazione del Sacramento della
penitenza. Su questo tema, nei suoi vari aspetti, vertono i dodici Messaggi da
me diretti alla Penitenzieria Apostolica, nell'arco di tempo tra il 1981 e lo
scorso anno 2000.
3. Il grande afflusso dei fedeli alla Confessione sacramentale
durante l'Anno Giubilare ha mostrato come tale tema - e con esso quello delle
Indulgenze, che sono state e sono felice stimolo per la riconciliazione
sacramentale - sia sempre attuale: i cristiani avvertono questo interiore
bisogno e si dimostrano grati quando, con doverosa disponibilità, i sacerdoti
li accolgono al confessionale. Perciò, nella Lettera apostolica "Novo
millennio ineunte" ho scritto: "L'Anno Giubilare, che è stato
particolarmente caratterizzato dal ricorso alla Penitenza sacramentale, ci ha
offerto un messaggio incoraggiante, da non lasciar cadere: se molti, e tra essi
anche tanti giovani, si sono accostati con frutto a questo sacramento... è
necessario... presentarlo e farlo valorizzare" (n. 37).
Confortato da questa esperienza, che è promessa per il futuro,
desidero nell'odierno Messaggio richiamare alcuni aspetti di speciale importanza
sul piano sia dei principi che dell'orientamento pastorale. La Chiesa è, nei
suoi ministri ordinati, soggetto attivo dell'opera della riconciliazione. San
Matteo registra le parole di Gesù ai discepoli: "In verità vi dico: tutto
quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello
che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo" (18, 18).
Parallelamente san Giacomo, parlando dell'Unzione degli infermi, anch'essa
Sacramento di riconciliazione, esorta: "Chi è malato, chiami a se i
presbiteri della Chiesa, e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel
nome del Signore" (5, 14).
La celebrazione del Sacramento della penitenza è sempre atto
della Chiesa, che in esso proclama la sua fede e rende grazie a Dio, che in Gesù
Cristo ci ha liberati dal peccato. Da ciò consegue che, sia per la validità
sia per la liceità del Sacramento stesso, il sacerdote e il penitente devono
attenersi fedelmente a ciò che la Chiesa insegna e prescrive. Per l'assoluzione
sacramentale, in particolare, le formule da usare sono quelle prescritte
nell'"Ordo Paenitentiae" e negli analoghi testi rituali vigenti
per le Chiese orientali. E' assolutamente da escludere l'uso di formule diverse.
E' necessario anche tener presente il disposto del can. 720 del
Codice dei Canoni delle Chiese Orientali e del can. 960 del Codice di Diritto
Canonico, secondo i quali la confessione individuale ed integra e l'assoluzione
sono l'unico modo ordinario perché il fedele conscio di peccato grave possa
riconciliarsi con Dio e con la Chiesa. Perciò l'assoluzione collettiva, senza
la previa accusa individuale dei peccati, deve essere rigorosamente contenuta
entro le tassative norme canoniche (cfr CCEO, cann. 720-721; CIC,
cann. 961, 962 e 963).
4. Il sacerdote, come ministro del Sacramento, agisce in
persona Christi, al vertice dell'economia soprannaturale. Il penitente nella
confessione sacramentale compie un atto "teologale", dettato cioè
dalla fede, con un dolore derivato da motivi soprannaturali di timore di Dio e
di carità, in ordine al ripristino dell'amicizia con Lui, e quindi in ordine
alla salvezza eterna.
Al tempo stesso, come è suggerito dalla formula
dell'assoluzione sacramentale, con le parole: "Dio... ti conceda il perdono
e la pace", il penitente aspira alla pace interiore, e legittimamente
desidera anche quella psicologica. Non bisogna tuttavia confondere il Sacramento
della riconciliazione con una tecnica psicoterapeutica. Pratiche psicologiche
non possono surrogare il Sacramento della penitenza, né tanto meno essere
imposte in suo luogo.
Il confessore, ministro della misericordia di Dio, si sentirà
impegnato ad offrire ai fedeli con piena disponibilità il suo tempo e la sua
comprensiva pazienza. In merito il can. 980 del Codice di Diritto Canonico
statuisce che "se il confessore non ha dubbi sulle disposizioni del
penitente e questi chiede l'assoluzione, essa non sia negata ne differita";
il can. 986, poi, fa preciso obbligo ai sacerdoti in cura d'anime di ascoltare
le confessioni dei loro fedeli "qui rationabiliter audiri petant"
(CCEO, can. 735 § 1). Tale obbligo è un'applicazione di un principio
generale, di ordine sia giuridico che pastorale, secondo il quale "i
ministri sacri non possono rifiutare l'amministrazione dei sacramenti a coloro
che la chiedono opportunamente, siano disposti nel debito modo, e non abbiano
dal diritto la proibizione di riceverli" (CIC, can. 843 § 1). E
poiché "caritas Christi urget nos", anche il sacerdote che non
è in cura d'anime si mostrerà al riguardo generoso e pronto. In ogni caso, si
rispetti la normativa canonica circa la sede necessaria e opportuna per udire le
confessioni sacramentali (cfr CCEO, can. 736; CIC, can. 964).
Oltre che atto della fede della Chiesa, il Sacramento è anche
personale atto di fede, di speranza e, almeno in uno stadio incipiente, di carità
del penitente. Compito del sacerdote sarà quindi di aiutarlo a compiere la
confessione dei peccati non come semplice rivisitazione del passato, ma come
atto di religiosa umiltà e di confidenza nella misericordia di Dio.
5. La trascendente dignità, che rende possibile al sacerdote di
agire in persona Christi nell'amministrazione dei Sacramenti, crea in lui
- salva sempre per il penitente l'efficacia del Sacramento anche se il ministro
non fosse degno - il dovere di assimilarsi a Cristo così da riuscire per il
fedele viva immagine di Lui: per giungere a ciò è necessario che egli, a sua
volta, si accosti fedelmente e spesso, come penitente, al Sacramento della
riconciliazione.
La stessa condizione di ministro in persona Christi fonda
nel sacerdote l'obbligo assoluto del sigillo sacramentale sui contenuti
confessati nel Sacramento, anche a costo, se necessario, della stessa vita. I
fedeli, infatti, affidano il misterioso mondo della loro coscienza al sacerdote
non in quanto persona privata, ma in quanto strumento, per mandato della Chiesa,
di un potere e di una misericordia che sono solo di Dio.
Il confessore è giudice, medico e maestro per conto della
Chiesa. Come tale egli non può proporre la "sua" personale morale o
ascetica, cioè le sue private opinioni od opzioni, ma deve esprimere la verità
di cui la Chiesa è depositaria e garante nel Magistero autentico (cfr CIC,
can. 978).
Nel Giubileo, dei cui frutti spirituali rendiamo grazie a Dio,
la Chiesa ha commemorato il bimillenario della nascita tra gli uomini del Figlio
di Dio, fattosi uomo nel seno di Maria e resosi partecipe in tutto, fuorché nel
peccato, della condizione umana. La celebrazione ha ravvivato nella coscienza
dei cristiani la consapevolezza della presenza viva ed operante di Cristo nella
Chiesa: "Christus heri et hodie, Ipse et in saecula". E'
precisamente a servizio di questo dinamismo della grazia di Cristo che si pone
l'economia sacramentaria. In essa la Penitenza, strettamente connessa col
Battesimo e con l'Eucaristia, agisce affinché il Cristo rinasca e permanga
misticamente nei credenti.
Scaturisce di qui l'importanza di questo Sacramento, di cui
Cristo ha voluto far dono alla sua Chiesa nel giorno stesso della sua
risurrezione (cfr Gv 20,19-23). Esorto i sacerdoti di ogni parte del
mondo a farsene ministri generosi, affinché l'onda della misericordia divina
possa raggiungere ogni anima bisognosa di purificazione e di conforto. Maria
Santissima, che in Betlemme diede fisicamente alla luce Gesù, ottenga ad ogni
sacerdote di essere generatore del Cristo nelle anime, facendosi strumento di un
Giubileo senza tramonto.
Su queste aspirazioni scenda la benedizione del Signore, che con
voi e per voi invoco in umile preghiera: ne sia auspice la Benedizione
Apostolica, che di gran cuore a tutti imparto.
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