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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA REGIONE ECCLESIASTICA
DI PENNSYLVANIA E NEW JERSEY (U.S.A.)
IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

Sabato, 11 settembre 2004

 

SALUTO DEL SANTO PADRE

 

Cari Fratelli Vescovi,

Con grande affetto vi saluto, Vescovi della regione ecclesiastica di Pennsylvania e New Jersey. Il Cardinale Rigali ha ricordato che oggi ricorre il terzo anniversario degli attacchi terroristici agli Stati Uniti. Vi assicuro della mia vicinanza al popolo americano e mi unisco a voi nel pregare affinché abbia fine la piaga del terrorismo e cresca la civiltà dell'amore.

Le nostre riflessioni, oggi, sono incentrate sull'esercizio, da parte del Vescovo, del sacro potere, che deve essere sempre radicato nell'autorità morale di una vita modellata dalla sua partecipazione alla consacrazione e alla missione di Cristo. Questo esige da noi uno stile pastorale ispirato all'esempio di Cristo, il Buon Pastore, e volto a promuovere la santità, la comunione e la missione nella comunità ecclesiale.

Cari Fratelli, mentre guidate le Chiese affidate alle vostre cure, possiate trovare sapienza e forza per mezzo dell'intercessione di Maria Immacolata, Patrona del vostro Paese! A tutti voi imparto cordialmente la mia Benedizione Apostolica come pegno di gioia e di pace nel Signore.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari Fratelli Vescovi,

1. Con affetto fraterno vi do il benvenuto, Vescovi della regione ecclesiastica della Pennsylvania e del New Jersey, in occasione della vostra visita quinquennale alle tombe dei santi Pietro e Paolo. Quest'anno, durante i nostri incontri ad Limina ho esortato voi e i vostri fratelli Vescovi degli Stati Uniti a riflettere con me sul significato del ministero affidatoci quali "veri e autentici maestri della fede, i pontefici e i pastori" (Christus Dominus, n. 2). Oggi, le nostre considerazioni vertono sul munus regendi, il potere di governo per mezzo del quale i successori degli Apostoli sono stati scelti dallo Spirito Santo come custodi del gregge e Pastori della Chiesa di Dio (cfr At 20, 28).

Come attesta la tradizione costante della Chiesa, l'autorità apostolica è una forma di servizio al Corpo di Cristo. In quanto tale, può essere ispirata soltanto dall'amore autosacrificale del Signore ed essere plasmata su di esso. Il Signore è giunto fra noi come servo (cfr Mc 10, 45) e, dopo essersi abbassato a lavare i piedi dei suoi discepoli, ha ordinato loro di fare come aveva fatto lui (cfr Gv 13, 15).

L'esistenza di un diritto e di un dovere di governo inequivocabili affidati ai successori degli Apostoli è parte essenziale della costituzione della Chiesa voluta da Dio (cfr Lumen gentium, n. 18). In quanto potere ministeriale, concesso per l'edificazione del Corpo (cfr 2 Cor 10, 8), questa sacra potestas deve essere considerata come uno dei doni gerarchici (cfr Lumen gentium, n. 4), offerti alla Chiesa dal suo divino Fondatore e quindi elemento costitutivo di quella Tradizione sacra che comprende tutto ciò che è stato trasmesso a partire dagli Apostoli quale strumento per preservare e promuovere la santità e la fede del Popolo di Dio (cfr Dei Verbum). La Storia dimostra ampiamente che l'esercizio fermo e saggio di questa autorità apostolica, soprattutto i momenti di crisi, ha permesso alla Chiesa di preservare la sua integrità, la sua indipendenza e la sua fedeltà al Vangelo di fronte a minacce provenienti sia dall'interno sia dall'esterno.

2. Partendo dalla ricca riflessione sul munus regendi episcopale, nell'occasione del Concilio, e alla luce delle sfide poste dalla nuova evangelizzazione, il recente Sinodo dei Vescovi ha insistito sul bisogno urgente di ricuperare una comprensione più autenticamente "apostolica" dell'ufficio episcopale. Il Vescovo è soprattutto un testimone, un maestro e un modello di santità e un amministratore prudente dei beni della Chiesa. Il potere sacro che egli legittimamente esercita dovrebbe essere radicato nell'autorità morale di una vita totalmente improntata alla sua condivisione sacramentale della consacrazione e della missione di Cristo.

Infatti, "in tutto ciò che viene detto e fatto dal Vescovo deve essere rivelata l'autorità della parola e dell'agire di Cristo" (Pastores gregis, n. 43). Di conseguenza "la valorizzazione dell'autorità del Vescovo non si esprime nelle esteriorità, ma nell'approfondimento del significato teologico, spirituale e morale del suo ministero, fondato nel carisma dell'apostolicità" (Ibidem). I Vescovi, in quanto successori degli Apostoli, devono essere valutati non solo per l'autorità e il potere sacro, ma soprattutto per la loro vita e la loro testimonianza apostoliche.

Durante i nostri incontri, molti di voi hanno espresso preoccupazione per la crisi di fiducia nei responsabili della Chiesa, provocata dai recenti scandali legati ad abusi sessuali, per la richiesta generale di affidabilità nel governo della Chiesa a ogni livello e per i rapporti fra Vescovi, clero e laicato. Sono convinto che oggi, come in qualsiasi altro momento cruciale della storia, la Chiesa troverà le risorse per un autentico rinnovamento di sé nella saggezza, nel discernimento e nello zelo di Vescovi eccezionali per la loro santità. Riformatori santi come Gregorio Magno, Carlo Borromeo e Pio X compresero che la Chiesa viene autenticamente "ri-formata" soltanto se si rivolge alle proprie origini con una riappropriazione consapevole della tradizione apostolica e una rivalutazione purificatrice delle sue istituzioni alla luce del Vangelo. Nelle attuali circostanze della Chiesa in America, ciò implicherà un discernimento spirituale e una critica di certi stili di governo che, pur nel nome di una legittima sollecitudine per una buona "amministrazione" e una responsabile supervisione, possono correre il rischio di allontanare il Pastore dai membri del suo gregge e di offuscare la sua immagine di padre e fratello in Cristo.

3. A questo proposito, il Sinodo dei Vescovi ha riconosciuto l'attuale necessità per ogni Vescovo di sviluppare "uno stile pastorale sempre più aperto alla collaborazione di tutti" (Pastores gregis, n. 44), fondato su una chiara comprensione del rapporto fra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei battezzati (cfr Lumen gentium, n. 10). Sebbene il Vescovo stesso rimanga responsabile delle decisioni autorevoli che è chiamato a prendere nell'esercizio del suo governo pastorale, la comunione ecclesiale "suppone anche la partecipazione di tutte le categorie di fedeli, in quanto corresponsabili del bene della Chiesa particolare che essi stessi formano" (Pastores gregis, loc. cit.). Nell'ambito di una sana ecclesiologia di comunione, l'impegno a creare strutture migliori di partecipazione, consulenza e responsabilità comune non va considerato erroneamente come una concessione a un modello "democratico" e secolare di governo, ma come un requisito intrinseco dell'esercizio dell'autorità episcopale e uno strumento necessario per rafforzare tale autorità.

4. L'esercizio del munus regendi è volto sia a radunare il gregge nell'unità visibile di una singola professione di fede vissuta nella comunione sacramentale della Chiesa sia a guidare quel gregge, nella diversità dei suoi doni e delle sue vocazioni, verso una meta comune: la proclamazione del Vangelo fino agli estremi confini della terra. Ogni atto di governo ecclesiastico, di conseguenza, deve essere rivolto alla promozione della comunione e della missione. In vista, dunque, del loro fine e del loro scopo comuni, i tre munera dell'insegnamento, della santificazione e del governo sono chiaramente inseparabili e compenetrati:  "Il Vescovo, quando insegna, al tempo stesso santifica e governa il popolo di Dio; mentre santifica, anche insegna e governa; quando governa, insegna e santifica" (Pastores gregis, n. 9; cfr Lumen gentium, n. 20-27).

L'esperienza insegna che quando si dà la priorità soprattutto alla stabilità esteriore, l'impeto alla conversione personale, il rinnovamento ecclesiale e lo zelo missionario possono andare perduti e può nascere un falso senso di sicurezza. Il periodo doloroso dell'autoesame provocato dagli eventi degli ultimi due anni recherà frutti spirituali solo se condurrà tutta la comunità cattolica in America a una comprensione più profonda della natura e della missione autentiche della Chiesa e a un impegno più intenso per far sì che la Chiesa nel vostro Paese rifletta, in ogni aspetto della sua vita, la luce della grazia e della verità di Cristo. Qui, posso solo esprimere ancora una volta la mia convinzione profonda che i documenti del Concilio Vaticano II debbano essere studiati con attenzione e presi a cuore da tutti i fedeli poiché tali testi normativi del Magistero costituiscono la base di un autentico rinnovamento ecclesiale in obbedienza alla volontà di Cristo e in conformità alla Tradizione apostolica della Chiesa (cfr Novo Millennio ineunte, n. 57).

5. Cari Fratelli, mentre guidate le Chiese particolari affidate alla vostra sollecitudine pastorale, possiate trovare quotidianamente conforto, sostegno e forza nel clero, nei religiosi e nei laici che servite. Il ministero al quale siete stati chiamati è esigente e anche gravoso, tuttavia è anche fonte di immensa gioia spirituale ed è un servizio indispensabile alla crescita dei discepoli di Cristo in fede, speranza e carità. Con grande affetto affido tutti voi alle preghiere di Maria, Madre della Chiesa, e imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica quale pegno di gioia e di pace nel Signore.

    

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