SANTA MESSA NELL'ARCIBASILICA LATERANENSE
OMELIA DEL SANTO
PADRE GIOVANNI XXIII
Domenica, 23 Novembre 1958
Venerabili Fratelli
e diletti figli Nostri,
Al saluto scambiato sulle soglie di questa Nostra Basilica Cattedrale con il
Signor Cardinale Arciprete, amiamo ora aggiungere a comune edificazione tre
pensieri. Vorremmo che pervenissero all'orecchio e al cuore di ciascuno, come in
eco di due solenni voci, che già risuonarono sotto queste volte, dei Sommi
Pontefici S. Leone e S. Gregorio, grandi e gloriosi ambedue, Vescovi della
Chiesa di Roma, Dottori e Padri della Chiesa universale. Il primo pensiero
riflette la solennità e la letizia del rito odierno; il secondo la sua alta e
mistica significazione, ad ammonimento per il nuovo Papa e per tutte le
pecorelle dell'ovile di Cristo; infine la Benedizione, la prima di innumerevoli
altre, che dall'alto della Basilica conchiuderà la cerimonia odierna. E
cominciamo dal rito.
I
IL RITO
L'ultima volta che questo rito fu celebrato riconduce il ricordo dei fedeli di
Roma alla solennità dell'Ascensione — 18 maggio 1939 — quando il Santo Padre Pio
XII, sempre venerato e compianto, giunto al Laterano per la sua presa di
possesso, diceva fra l'altro nel suo breve discorso d'introduzione :
universalis est causa laetitiae quia ad universum gregem pertinet iucunda
celebritas pastoris; è ragione di letizia comune la celebrazione della
giocondità del pastore. A quasi venti anni di distanza noi rigustiamo — chi lo
avrebbe potuto pensare? —, certo in proporzioni più vaste, in segno di tempi e
di circostanze migliorate, la gioia di quella manifestazione, che pure con
espressione di perfetto stile si accontentò di formalità piuttosto ridotte. Pio
XI, il glorioso antecessore di lui, dieci anni innanzi aveva onorato il Laterano
col felicissimo Trattato di questo nome, che soverchiò di gran lunga la forma
semplice e quasi privata della introduzione ufficiale nell'Arcibasilica sua.
Di Pio IX si ricorda come entrasse al Laterano l'8 novembre 1846 in tempi
pericolosi, di febbre collettiva e di minacciate confusioni. Vi era giunto in
carrozza, preceduto e seguito da un corteo di dignitari a cavallo. Ma la solenne
cavalcata che attraversò i secoli precedenti e che è registrata negli Ordines
Romani — notevoli fra quelli del secolo decimo terzo l'Ordo XII, XIII e XIV
— si era arrestata a Pio VI.
L'avvenimento della presa di possesso della Arcibasilica Lateranense, « omnium
ecclesiarum urbis et orbis mater et caput », nei tempi antichi prendeva la
significazione della più solenne investitura del supremo potere nel governo
ecclesiastico da Roma nel mondo intero. Di fatto il Papa, dopo la sua
accettazione della avvenuta elezione da parte dei Cardinali, non ha bisogno di
questa speciale investitura, diventando egli immediatamente vescovo di Roma e
successore di S. Pietro nel governo universale della Chiesa. Ma tant'è: anche
nelle grandi affermazioni e manifestazioni di ordine spirituale e soprannaturale
l'occhio umano ha sempre voluto e vuole la sua parte. I popoli, i tempi, i gusti
cambiano. I grandiosi cortei, che accompagnarono nelle antiche età i Papi
nuovamente nominati dal Vaticano al Laterano, percorrendo la via Papae,
pressoché la stessa secondo la terminologia topografica moderna, per cui Noi
siamo passati stamane venendo qui, oggi non si comprenderebbero più. Quanto
scrisse l'autore dell'« Ordo Romanus XIII » — 1271-1276 — dei tempi dei Papi
Beato Gregorio X di Piacenza, Beato Innocenzo V di Tarantasia e Papa Pietro
Ispano, il XXI della serie dei Giovanni, da cui Ci piacque umilmente assumere il
nome (1272), può parere sorpassato.
Eppure non lo è interamente. L'antico corteo di tutti a cavallo: dodici alfieri
con altrettanti vessilli, i gruppi dei dignitari laici, dei cantori, dei
dignitari ecclesiastici, dei Vescovi, degli Arcivescovi, dei Cardinali, infine
del Papa, non passano più innanzi al Campidoglio magnificamente ornato, né si
soffermano a raccogliere dal Senatore di Roma l'omaggio dell'Urbe: ma i nobili
componenti le varie rappresentanze dell'ordine civile che presiedono oggi in
Roma al governo della pubblica cosa, della città, delle regioni, della intera
nazione, non sono forse qui presenti per conferire dignità e significato, sotto
le auree volte di questo tempio, alla grande manifestazione per la
intronizzazione del nuovo Vescovo di Roma quale erede e depositario del Principe
degli Apostoli, capo della Chiesa universale?
Oh! visione incantevole della sacrosanta Arcibasilica Nostra, che — come il S.
Padre Pio XII benedetto la salutava —veramente « praerogativa dignitatis
praeclarorum eventuum memoria, antiquitatis monumentis praefulget! ».
Oh! ritorno felice delle anime più rette, che lo spirito di Gesù vivifica, alle
pacifiche e soavi elevazioni, come questa odierna serenissima, che temperando le
asprezze della vita, calmano i risentimenti che le vicende quotidiane e le
avversità moltiplicano sopra i nostri passi, e ci inducono a perdonare, a
comprendere, ad amare: infondono rinnovato coraggio nel compimento dei propri
doveri, nel rispetto del diritto altrui in armonia con ciò che riteniamo il buon
diritto nostro.
L'ingresso del Pontefice nuovo ha perduto lungo la via il fasto dei bei tempi
lontani: ma quanto ha acquistato di spiritualità, e di intima penetrazione! Non
è più al principe, che si adorna dei segni della possanza esteriore, che ormai
si riguarda : ma al sacerdote, al padre, al pastore. Un sociologo moderno,
cattolico fervoroso e profondo, all'esordire dell'epoca contemporanea, agitata
dai problemi dell'ordine e del disordine sociale, formulava per il secolo XX
l'augurio del Cristo che torna in trionfo sulle spalle del popolo. Ahimè Cristo
non torna ancora in pienezza di trionfo: ma i segni del volgersi delle anime
affaticate dalla vanità e disilluse verso la sorgente più pura della verità e
della vita si moltiplicano innanzi agli occhi nostri, e questa partecipazione
diffusa alla esultanza della Chiesa nella successione degli uomini chiamati al
ministero apostolico più alto e più grave è indizio sicuro di progresso
spirituale e di benedizioni copiose.
II
LA SIGNIFICAZIONE DEL RITO:
IL LIBRO E IL CALICE
Al punto a cui la S. Liturgia ci ha condotti, tutto ormai si raccoglie
sull'altare sacro e benedetto, dove l'occhio riguarda due oggetti
particolarmente preziosi e venerandi, un libro e un calice.
Fra il libro e il calice ponete il Sommo Sacerdote: ponete con Lui tutti i
partecipanti al sacerdozio, di ogni lingua e di ogni rito, qui e in tutti i
punti della terra.
Il Vescovo e tutti i sacerdoti in sua collaborazione esprimono il primo
carattere della missione pastorale nella S. Chiesa: l'insegnamento della sacra
dottrina. Eccovi nel Messale i due Testamenti; eccovi nell'annuncio fatto al
popolo il punto principale e più alto del sacerdozio cattolico, che è quanto
dire del Vescovo.
L'antico Legislatore apparve al popolo commosso con due raggi splendenti sulla
sua fronte; il primo Vangelo è quello di Mosè, storia e profezia, direzione e
guida delle anime e de1 popolo.
Non è questo, diletti figli, il primo compito del sacerdozio cattolico,
comunicare cioè la grande dottrina dei due Testamenti, e farla penetrare nelle
anime e nella vita?
Gesù, il Redentore Divino, Gesù, il Pastore, guida il suo gregge con la celeste
dottrina, e col fuoco di questa dottrina tutto accende.
I Padri della Chiesa primitiva, gli Scrittori del grande secolo e poi i due più
antichi e più illustri presuli del Laterano sopra nominati, S. Leone e S.
Gregorio, come pure due dei geni massimi della Chiesa, S. Girolamo e S.
Agostino, che furono essi mai se non precipuamente lettori e interpreti, in
faccia a tutto il mondo, della Sacra Scrittura?
È qui — diletti figli — che piace innanzitutto affermare il carattere sacro del
ministero pastorale: la catechesi robusta, splendente e fascinatrice.
Il nuovo Papa che vi sta innanzi non cessa di ricordare Pio XII, il Papa di cui
è immediato Successore, e la manifestazione forse più notevole del genio
pastorale di lui.
Essa è raccolta in venti volumi divenuti sorgente di consultazione per chi
intende con l'aiuto di Dio solcare le stesse orme.
Il ricordo del Pontefice Pio XII rimarrà glorioso nei secoli. Il suo merito è
innanzitutto questo suo annuncio tempestivo, appropriato e profondo della verità
evangelica, attraverso i cui raggi Pio XII colse tutte le manifestazioni
dell'ingegno umano, riportandole nel fulgore dell'eterna verità, che si
riassumono nel Cristo.
Pregate il Signore perchè la Nostra azione di nuovo Pastore universale in primo
luogo si trattenga nel solco luminoso tracciato da Pio XII, e faccia convenire
attorno alla Nostra Persona più numerosi che mai i cultori della scienza divina,
perchè questa illumini le risorse dell'intelletto umano in tutte le sue
manifestazioni.
Se tutte le sollecitudini del ministero pastorale Ci sono care e ne avvertiamo
l'urgenza, soprattutto sentiamo di dover sollevare dappertutto e con continuità
di azione l'entusiasmo per ogni manifestazione del Libro Divino, che è fatto per
illuminare dall'infanzia alla più tarda età il cammino della vita.
Dunque, apostolato catechistico, secondo le parole di un altro fra i Pontefici
grandi che si adornarono dello stesso nome di Pio — diciamo il IX Pio — sempre
in atto di ripetere, anche lui, a quanti gli si accostavano: « Illuminate,
illuminate, illuminate ».
Purtroppo alcune nubi caliginose di certo insegnamento, che poco ha a vedere con
la vera scienza, ingombrano in tutti i tempi l'orizzonte nel tentativo di vedere
la chiarezza e gli splendori del Vangelo.
Questo è il richiamo, questo è il compito del Libro aperto sull'altare:
insegnare la vera dottrina, la retta disciplina della vita, le forme di
elevazione dell'uomo verso Dio.
La prima gloria di ogni Pontificato è di fatto la pratica conformità con il
comando evangelico : « Ite et docete », sino ai punti più lontani. Grande
insegnamento, sul quale è perfetto l'accordo a questo riguardo tra la dottrina
dei Padri d'Oriente e quella dei Padri Latini. S. Giovanni Crisostomo, infatti,
ad ogni Papa, ad ogni Vescovo, ad ogni sacerdote rammenta il dovere sacro
dell'annuncio della celeste dottrina, investendo le più alte responsabilità di
ciascuno.
Noi, uomini di Dio, non siamo chiamati semplicemente a rendere conto della
nostra vita individuale : « Non de vestra tantummodo vita, sed de universo orbe
vobis ratio reddenda est » « Noi dobbiamo rendere conto della salute del mondo
intero (S. Ioan. Crysost. Hom. 15 in Matth.).
Accanto al Libro, ecco il Calice. La parte più misteriosa e sacra della Liturgia
Eucaristica si svolge attorno al calice di Gesù, che contiene il suo Sangue
prezioso. Gesù è il nostro Salvatore, e noi partecipiamo misticamente al Corpo
suo, la Santa Chiesa.
La vita cristiana è sacrificio. Nel sacrificio animato dalla carità sta il
merito della conformità nostra a ciò che fu lo scopo finale della vita terrena
di Gesù, fattosi nostro fratello, sacrificatosi e morto per noi, al fine di
assicurare nella consumazione della vita umana la nostra gioia e la nostra
gloria nei secoli eterni.
Il Calice sull'altare e i riti venerandi che congiungono il pane e il vino
consacrati in un solo Sacramento, segnano il punto più alto, la sublimità della
unione tra Dio e l'uomo, e la perfezione della professione cristiana.
È una parola che Ci torna spesso sulle labbra, nelle frequenti comunicazioni
della Nostra anima col popolo cristiano, e Ci è ispirata da Benigno Bossuet, uno
dei più grandi geni moderni della scienza religiosa : « Non vi è perfezione di
pratica e di vita cristiana se non nella partecipazione all'Eucaristico Convito
». A ciò porta con naturalezza l'insegnamento catechistico di cui abbiamo
parlato, e ad esso è dedicato tutto il fervore dello spirito pastorale.
Questo intendemmo esprimere fin dai primi giorni del Nostro Pontificato,
nell'atto di presentarCi al mondo soprattutto come Pastore.
Nella vasta eco suscitata dalle Nostre parole in S. Pietro il giorno della
Incoronazione, Ci parve di cogliere un senso vivo di comprensione.
È dunque sull'altare che amiamo invitarvi a cercare sempre il Vescovo e il
sacerdote, nell'atto di distribuire il Corpo e il Sangue del Signore, perchè
questa è la sostanza viva della religione che professiamo, cioè il Nobiscum
Deus, il Dio in noi come verità rivelata e contemplata, e come grazia perenne,
che educa e santifica l'uomo, le famiglie e le varie forme della convivenza
umana all'esercizio delle virtù più alte.
È dall'altare; è da questo monte santo che dobbiamo guardare le cose terrene,
giudicarle e servircene.
Anche le questioni più gravi in cui talora si dilania la umana convivenza di là
debbono prendere il principio di una giusta soluzione.
Professare con onore la religione santa a cui siamo educati, significa innanzi
tutto amare Dio, e l'amore di Dio è amore della giustizia.
È su questo punto che S. Leone Magno dal secolo v invita il cristiano a
riconoscere la grandezza della sua dignità : « Agnosce, christiane, tuae
sapientiae dignitatem, et qualium disciplinarum artibus ad quae praemia voceris
intellige » (Sermo XLV, cap. 7).
L'esercizio della bontà che promana dalla familiarità con la Comunione
Eucaristica, fa risplendere nell'uomo l'immagine del suo Creatore a tal punto
che il cristiano riesce ad esprimere in sé stesso la linea caratteristica del
volto di Cristo.
Legge della giustizia: legge della bontà: legge della armonia, tutto ci viene da
questa dottrina del Libro, da questa virtù del Sangue di Cristo, dalla
comunicazione intima di sentimento dei fratelli tra di loro.
Ah! questa Santa Chiesa: Una, Cattolica, Apostolica e Romana: che incanto, che
dolcezza, che fascino in tutte le sue espressioni di rispetto, di mutua carità
fraterna, di vicendevole cooperazione non solo all'ordine dei rapporti
spirituali e religiosi, ma anche dei rapporti della vita civica e sociale!
III
LA GRANDE BENEDIZIONE
Perdonate, diletissimi Fratelli e figliuoli, perdonate al vostro Vescovo, al
vostro nuovo Papa la esuberanza del sentimento e della parola circa due punti
considerati come fondamentali per il felice ministero pastorale che oggi si
rinnovella, e riprende il suo ardore, come accade ad ogni successione di
attività pastorale per il mutamento della persona che vi è proposta.
Non abbiamo il diritto di guardare innanzi a Noi come ad un lungo cammino.
Quanto alla Nostra umile vita, piace ripetere il canto del pomeriggio:
Largire lumen vespere: quo vita nusquam decidat.
Per chi tiene sempre fisso la sguardo confidente in Dio non ci sono sorprese:
neppure le sorprese della morte, della morte che è sacra, perchè avviamento alla
gloria ed alla gioia perenne.
Stamane siamo entrati in S. Giovanni col canto del Te Deum. Ora ne usciremo
invocando e distribuendo a larghe braccia, dall'alto della loggia principale
dell'Arcibasilica, la grande benedizione.
Al cristiano è fatto precetto per singulos dies benedicere Deum. Ma ci
sono circostanze singolarmente solenni in cui il gesto di benedizione assume
proporzioni più vaste.
Il Laterano è depositario di due di queste benedizioni: quella della presa di
possesso del nuovo Papa, e quella annuale della festa dell'Ascensione. Ambedue
queste benedizioni segnano ciò che è privilegio per i figli di Roma, il cui
Vescovo fonde nella stessa persona due dignità e due compiti incomparabili;
quello di Vescovo della diocesi di Roma, e di Pontefice della Chiesa universale.
Torna il grande titolo, unico al mondo, della Arcibasilica Costantiniana:
Urbis et Orbis omnium Ecclesiarum mater et caput.
Vi facciamo grazia del dottrinale circa il contenuto misterioso e prodigioso di
questa benedizione.
Benedictio patris firmat domos filiorum. La benedizione del padre
fortifica la casa dei figli.
Cristo Salvatore, la virtù del cui Sangue redense il mondo, Maria madre santa ed
immacolata di Lui, e madre nostra benigna e potente, Santi Apostoli Pietro e
Paolo, Santi Patroni del Laterano, due Giovanni, il Battista e l'Evangelista,
incliti Protettori della città, singolari Protettori dell'umile nuovissimo Papa,
siate difensori nostri: protettori di Roma sacra ed eterna, protettori della S.
Chiesa Cattolica ed Apostolica, a salute, a prosperità, a letizia del mondo
intero.
Queste le parole sonanti che pronunzieremo sulla grande piazza al termine della
cerimonia: questo il sospiro dei cuori durante lo svolgersi e il conchiudersi
del sacro rito odierno.
Pax et benedictio Dei Omnipotentis, Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.
Al momento dell'ingresso nell'Arcibasilica, il Santo Padre risponde
all'indirizzo di omaggio del Cardinale Arciprete nei seguenti termini:
Perpulchra et egregia salutationis tuae verba, quibus Nos praeclaram hanc
Archibasilicam ingredientes excepisti, placuere admodum, Venerabilis Frater
Noster, quem quidem huius templi, cui dignissime, praees, non modo
Archipresbyterum libet agnoscere, sed etiam cherubici veluti custodis munere
praeditum inclitumque patronum.
Primum sacras has Lateranenses Aedes adivimus anno vertente sacro millesimo
nongentesimo — grata subit memoria animum — Septembri mense, Iubilaei Magni
perfruendi causa. Huc paulo post rursus Nos contulimus, et quidem pluries;
etenim, cum in Seminarii Romani alumnorum numerum cooptati essemus, tunc Nobis
pergratum erat cum ceteris sodalibus hic iuventutis nostrae decore sollemniorum
liturgici anni rituum splendorem adaugere.
Quod autem suavi quodam vinculo Lateranensi huic tempio Nos potissimum devincit,
serenam illam spectat laetitiam, qua perfusi sacros Subdiaconatus et Diaconatus
Ordines, anno millesimo nongentesimo tertio, Deo largiente, suscepimus; cuius
quidem ferventis caelitus inditae Nobis gratiae recordatio, quae penitus animo
insidet Nostro, etiamnunc Nos dulcissimo solet recreare solatio.
Cum autem, post tot annorum intervallum, ad longinquos illos eventus convolat
cogitatio Nostra, adhuc auribus Nostris resonare videtur placida ac firma
desideratissimi Cardinalis Petri Respighi vox, Sanctitatis Suae in Urbe Vicarii,
qui ante altare Domini Nostram ipsorum oblationem excipiens, humili fidentique
animo Deo factam, ad Sacerdotium Nostrum patere iussit iter, diuturnum quidem et
supernis donis ubertim cumulatum.
Hodie mane, dum hoc templum rursus ingredimur, quam multa ob personae Nostrae
exiguitatem trepidatione afficimur, quam vehementer Nos commoveri sentimus!
Id efficit enim huius diei fausta sanctaque celebritas, ut, una cum Cardinali
Archipresbytero, ante oculos obversentur Nostros etiam sacrosanctae huius
Archibasilicae perillustre Capitulum ceterique cleri electa corona; qui quidem
praesertim hodie totius ecclesiastici ordinis vicem gerunt huius almae Urbis,
ubi Petrus episcopus primus fuit ac Nos, licet nullis Nostris suffragantibus
meritis, perennis eius potestatis hereditatem accepimus. Nonne igitur Nobis hic
licet parumper commotis indulgere animi affectibus? Siquidem multorum arridentes
vultus, Nobis sane carissimos, rursus nunc post tam longum temporis spatium
cernere licet, quorum quidem intima consuetudine in aetatis flore usi sumus, cum
nempe sacerdotii candidati beata contubernii sacri tempora una simul transegimus.
Quae tu amabiliter, Venerabilis Frater Noster, dixisti, vera esse confirmamus.
Cum enim oboedientia moti Nos Principis Apostolorum formidandam hereditatem
accepimus, ac nomen Ioannis Nobis indere voluimus, mens Nostra, praeter alia, ad
Lateranensem Archibasilicam convolabat. Haec Nobis sponsa destinabatur; sponsa
cui amor debetur, cui profecto deditissima voluntas debetur, cui fortasse
debebitur sanguis.
Cum huc pervenimus, ut in montanum locum « Ain Karin », Nobis videmur — nisi
forte nimium est quod asserimus —in montibus Iudeae ore spiritum trahere, ubi,
cum Ioannes Baptista natus est, totus affluebat aér deliciis. Ita hodie hoc in
occursu, hoc in hominum conventu, qui Nos circumstant, pieno omnia circumsonant
cantu. Maria, Mater Iesu et Mater nostra, hymnum Magnificat praecinit, qui
animorum nostrorum atque omnium redemptarum gentium effusae est vox laetitiae.
Vetus eius cognata, Praecursoris mater, decretorio modo asserit: « Vocabitur
Ioannes » (Luc. 1, 6o); annosus eius vir antea clausa solvit labia, ex
quibus defluit hymnus Benedictus, quo eius gentis a Deo electae parta canitur
libertas atque praecelsa sors detegitur.
Romanae civitatis fIlii, haec omnia iterum hic quodammodo videntur contingere;
scilicet huc convenimus iuvenes et virgines: senes cum iunioribus » laudantes
nomen Domini (cfr. Ps. 148, 12). Sacerdotes et christifideles, qui in hac
Urbe christiani orbis capite domicilia habetis, filii et fratres omnium nationum
omniumque continentium terrarum, in quibus nomen Iesu invocatur et sanctum
colitur, ecce sacrum Templum vestris vocibus et gressibus patet. Ingrediamur et
nos universi, ore solventes canticum; concinamus hymnum, qui caelorum et
terrarum laudes colligit: « Te Deum laudamus: Te Dominum confitemur... Tu rex
gloriae, Christe... Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia ».
Ed ecco il testo del devoto saluto, letto dall'E.mo Cardinale Benedetto Aloisi
Masella, Arciprete della Arcibasilica Lateranense.
Beatissime Pater,
Laetatur et venerabunda exsultat Patriarchalis haec Archibasilica Lateranensis,
dum te Pastorem suum, Christi vices in terris gerentem totiusque populi
christiani Patrem ac magistrum excipit. Ad ipsam enim animus tuus ingenti
commotione captus evolavit simul ac imperscrutabili divinae Providentiae
consilio ad Summi Pontificatus fastigium evectus es. « Vocabor loannes —
purpuratis tunc Patribus Tibi coronam facientibus inquiebas —; nomen dulce;
nomen ... suave ...; nomen sollemne innumerabilium Cathedralium, quae in toto
orbe terrarum habentur, imprimisque sacrosanctae Lateranensis Ecclesiae,
Cathedralis Nostrae ». Verba Tua, Beatissime Pater, si ingenti catholicum orbem
affecerunt gaudio, qui circumfluenti laetitia Te Petri Successorem in Romana
Cathedra atque Ecclesiae universae Rectorem agnovit et acclamavit, peculiari
modo maxima iucunditate perfuderunt huius insignis templi Capitulum et Clerum,
qui Sanctitati Tuae Ecclesiae Cathedralis, omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum
Matris et Capitis, possessionem ineunti, per me ad eiusdem Sanctitatis Tuae
pedes grati animi sensus, fidelitatis, absolutissimae oboedienliae et amoris,
qualis filios decet, deponit, ac simul propositum renovat sollicito invigilandi
studio ut Patriarchalis Archibasilicae decus integrum servetur atque in dies
augeatur. Longum Tibi, Beatissime Pater, intercedente Deipara Immaculata, Deus
aevum proroget, Teque diu sospitet ac benedictione sua coeptis faveat tuis,
Tuosque secundet labores, ut uberes inde proveniant fructus, atque ita demum
optatissima omnibus ubique terrarum gentibus pax effulgeat. Dignetur interea
Sanctitas Tua haec nostra vota atque obsequentissimi animi significationes
excipere, nobisque large Apostolicam impertire Benedictionem.
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