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LETTERA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI XXIII
"LA FAMILIARITÀ DI PENSIERO"
NEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE
DI PAPA PIO XI E
NEL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA FIRMA
DEI PATTI LATERANENSI

 

Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi,
Vescovi e agli altri Ordinari locali d’Italia,
nel ventesimo anniversario della morte del Papa Pio XI
e nel trentesimo anniversario
della firma dei Patti Lateranensi
fra la Santa Sede e il Governo Italiano.

 

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

La familiarità di pensiero e di parola con i ricordi del Nostro veneratissimo predecessore Pio XII Ci è motivo di continua soavità e di grazia nella successione delle settimane e dei mesi, da quando assumemmo la eredità del suo cómpito pontificale.

Sono richiami, sono risonanze, sono inviti di una esperienza di universale paternità, che Ci tornano a quotidiano incoraggiamento e conforto.

Ma al di là della figura tanto cara e benedetta di Pio XII, Ci è spontaneo risalire agli altri Pii, che della paterna maestà del loro ministero hanno raddolcito le asprezze della vita umana, fortificando l’affermazione dei princìpi che più interessano lo spirito e li riassumono nella riconosciuta preminenza dei beni soprannaturali e della santificazione delle anime su tutte le ricerche e le conquiste di ordine materiale e temporale.

Oh! che felice ascendere a ritroso degli anni da Pio XII a Pio XI, a San Pio X, a Pio IX, come per la scala luminosa di Giacobbe così ricca di meraviglie e di sorprese! Di questi giorni torna più vivo il richiamo al Pontefice Pio XI, compiendosi il ventesimo anniversario della sua morte e il trentesimo di uno dei più notevoli avvenimenti della storia contemporanea della Chiesa — cioè dei Trattati Lateranensi — merito preclaro di quel grande spirito di uomo, di Pontefice, non immemore della cara terra che gli diede i natali.

Nella imminenza presentita della sua fine, quella sua sempre robustissima volontà aveva convocato intorno a sé tutti i Vescovi d’Italia, come figli intorno al vecchio padre per un colloquio estremo.

Dalla sala del Concistoro in Vaticano quel colloquio nella sua intenzione avrebbe dovuto prolungarsi l’indomani sotto le volte della grande Basilica di San Pietro, che — diceva lui — « ci arride così vicina ». Naturalmente, oltre a parecchi richiami sobriamente accennati circa punti interessanti di sollecitudine pastorale, egli si proponeva di aggiungere — e lo voleva fare « con la maggior ponderazione » —qualcosa di più notevole sul tema di importanza collettiva e universale e — son sempre parole sue — « di importanza grande non soltanto per l’Italia ».

Purtroppo al volere mancò la possa. Si potrebbe dire che quel prevalente desiderio di lui di morire sul campo in atto di lavoro e senza malattia, per cui aveva fatta devozione a Sant’Andrea Avellino, il Santo di cui teneva l’immagine in faccia al suo letto, fu soddisfatto al di là della sua attesa. Quando sorella morte se gli accostò, egli stava ancora scrivendo il discorso, in espressioni di commiato ai suoi Vescovi d’Italia, che lo avrebbero potuto ridire poi alle diocesi. Purtroppo la stanca mano si arrestò inerte senza che lo potesse finire.

Quanto rimane di quel manoscritto meritava bene di essere tenuto in riserbo da ogni sguardo di profana indiscrezione.

Molte fantasie si sono sbizzarrite a suo tempo sopra gli ultimi segni di un pensiero e di un sentimento che non potevano essere se non alti e nobilissimi, per chi conosce la superiorità spirituale di Pio XI. Ma le circostanze di quelle settimane, non scevre di amarezze per il vecchio Pontefice, avrebbero reso ben spiegabile il suo esprimersi con frasi e toni di troppo giusto risentimento.

Per un Papa successore non ci sono riserve circa il mistero dello spirito di chi lo precedette nelle responsabilità più gravi e più sacre.

A vent’anni di distanza dalla morte di quel grande, Noi possiamo assicurarvi che quelle sue « novissima verba » contenevano quanto di più semplice, e insieme di più edificante e di più commovente potevasi attendere da lui, nel senso di una paternità piena di rispetto e di affezione che varranno bene la benedizione al suo nome nei secoli.

Per rivelarvi qualcosa di quel manoscritto Ci basta il duplice rilievo, che egli vi fece sulle più alte responsabilità della coscienza dei Vescovi in ordine ai Seminari ed alla parola episcopale. Accennando ai Seminari, e toccando degli innumeri particolari che si presentano allo spirito — specialmente a spiriti vigilanti e sperimentati come sono i vostri, — egli scriveva: «Pietà, studi, direzione spirituale e governo esteriore, disciplina e igiene, economia e amministrazione, biblioteca e cucina: corpo dirigente ed insegnante, personale di servizio, ed ogni più grande e piccola cosa: sì, ogni più grande ed anche ogni più piccola cosa, perché di piccole cose si intesse la vita quotidiana e rare sono le cose grandi. Così del resto è l’insegnamento — vedasi qui finezza di richiamo — l’insegnamento e l’esempio del gran Padre che è nei Cieli, che governa i mondi e sa l’uccellino che muore nel bosco e il capello che cade dal nostro capo »[1].

« L’intento nostro — prosegue il manoscritto — è stato unicamente, nostri Venerabili Fratelli nell’Episcopato, per pregarvi, come facciamo di tutto cuore, di venirCi sempre in aiuto per il maggior bene di questi Seminari diocesani ed interdiocesani, secondando le direttive e le cure della Nostra, anzi vostra Congregazione, tutta dedicata a queste istituzioni che vi appartengono: siano esse diocesane o interdiocesane, a queste particolarmente a cui le altre fanno capo: venire in aiuto, dunque, facendo anche talvolta corde magno et animo volenti, il sacrificio di qualche soggetto alla diocesi particolarmente utile, pensando che è per una utilità più alta e più vasta, oltre che una vera carità al Papa: in aiuto, ripetiamo, secondando il rigore dei rettori, nella ammissione e nelle promozioni, pensando che su di essi grava una speciale, formidabile responsabilità, assistita da particolari grazie ed aiuti celesti ».

E conchiudeva questo tocco sui Seminari con familiare richiamo a due suoi ricordi di giovinezza: di un rettore di Seminario, rimarchevole ed esemplare, ma di carattere parecchio angoloso ed autoritario, di cui peraltro il Vescovo diceva: « Io finisco sempre per approvare i suoi giudizi per ammissioni e promozioni: una volta sola ho creduto di aver ragione io: e dovetti poco appresso convenire che anche quella volta aveva ragione lui ».

E l’altro ricordo richiamava una risposta di Monsignor Agostino Riboldi, suo professore di scienze fisiche, poi Vescovo di Pavia e Cardinale Arcivescovo di Ravenna, alla obiezione che questo rigore di reclutamento avrebbe presto lasciato le parrocchie senza parroci: « Se non vi sarà la Santa Messa, i fedeli saranno dispensati dall’ascoltarla ».

Il manoscritto passa poi dai Seminari ad un altro motivo di pastorale sollecitudine, cioè alla parola episcopale. Val bene il merito di riferire qualche tratto che contiene insegnamenti utili per ogni tempo: «Quello che stiamo per dire a voi e di voi, dobbiamo anzitutto dire a Noi e di Noi ».

«Voi sapete, carissimi e venerabili Fratelli, come spesso è trattata la parola del Papa. Ci si occupa, e non soltanto in Italia, delle Nostre Allocuzioni, delle Nostre udienze, il più spesso per alterarle in falso senso ed anche inventando di sana pianta; farCi dire delle vere ed incredibili sciocchezze ed assurdità. C’è una stampa che può tutto dire contro di Noi e contro le cose Nostre, anche ricordando ed interpretando in falso e perverso senso la storia vicina e lontana della Chiesa, fino alla negazione di ogni persecuzione in Germania, negazione accompagnata alla falsa e calunniosa accusa di politica, come la persecuzione di Nerone s’accompagnava all’accusa dell’incendio di Roma: fino a vere e proprie irriverenze: e si lascia dire, mentre la nostra stampa non può neanche contraddire e correggere.

«Voi non potete aspettarvi che la vostra parola sia trattata meglio, anche quando è parola dei Sacri Pastori divinamente costituiti, parola predicata o scritta o stampata per illuminare, premunire, salvare le anime

«Badate, carissimi Fratelli in Cristo, e non dimenticate che bene spesso vi sono osservatori o delatori (dite spie e direte il vero), che, per zelo proprio o per incarico avuto, vi ascoltano per denunciarvi, dopo, s’intende, aver capito nulla di nulla, e, se occorre, il contrario: avendo in loro favore (bisogna ricordarcene come Nostro Signore per i Suoi crocifissori) la grande, sovrana scusante dell’ignoranza.

« Peggio assai quando questa scusante deve cedere il posto alla aggravante di una stolta presunzione di chi crede e dice di saper tutto, mentre evidentemente non sa neppure che cosa sia la Chiesa, che cosa il Papa, che cosa un Vescovo, che cosa quel vincolo di fede e di carità che tutti ci lega nell’amore e nel servizio di Gesù, Re e Signore Nostro. Ci sono, purtroppo, pseudo-cattolici che sembrano felici quando credono di scorgere una differenza, una discrepanza, a modo loro (s’intende), fra un Vescovo e l’altro, più ancora fra un Vescovo e il Papa.

« Sappiamo che vi sono parecchie ed anche molte, buone, consolanti eccezioni: persone egregie, che sanno virilmente, nobilmente armonizzare i loro uffici alla loro fede e professione cattolica, con incalcolabile vantaggio della religione, delle anime, delle coscienze, specialmente le giovanili, con ciò stesso del Paese. Vorremmo conoscerli tutti personalmente, come parecchi di voi Ce ne avete segnalati, per ringraziarli e benedirli tutti, ad uno ad uno ».

È su queste parole soffuse di soave paternità che il manoscritto del morente Pontefice si attenua in linee confuse e tremanti. Torna a questo punto il motivo della attualità per cui lo scrisse, cioè il decennale della Conciliazione fissata dal Trattato Lateranense: le avrebbe certo prolungate ancora, in preparazione della cerimonia del domani in San Pietro: ma l’indomani il suo corpo giaceva esanime nella Cappella Sistina, in alto, eretta la fronte verso la volta che l’arte di Michelangelo, si direbbe, aveva dipinta per lui, ad immagine dell’accoglimento trionfale che l’attendeva, ben meritato, nelle regioni celesti dopo un Pontificato così glorioso.

Sull’affaticato manoscritto restano ancora alcune parole, quasi in espressione dell’ultimo anelito di quello spirito magnanimo e che riassumono non tutto ciò che avrebbe voluto dire più ampiamente, ma che appena gli riuscì di formulare e che rimane come prima nota di un canto immortale.

Egli aveva iniziata la stesura del suo documento con le parole dell’Apostolo: «Grati estote » [2]. Siate riconoscenti. E la riconoscenza voleva rivolta al Signore, che aveva dato all’Italia questo grande beneficio della riconciliazione della Chiesa con lo Stato.

La sua mano si arrestava sulle stesse parole, « novissima verba », le quali, così come si possono leggere sul manoscritto, segnavano le note finali di una invocazione, che al risentirla ora farà battere di commozione e di tenerezza ogni cuore di buon cattolico e di ogni buon Italiano. Essa non poteva essere offerta sopra un altare più solenne che quello di San Pietro: come rinnovazione e riconsacrazione di un fatto, che affermò per l’Italia l’alleanza felice della Chiesa e dello Stato. 

Oh! che parole, che parole son queste di esultanza e di pace:

« Sull’avello secolare e glorioso e sulle sacre memorie degli Apostoli del Signore, che primi portarono il Vangelo in Roma, ed ivi fondarono la Chiesa universale, Noi possiamo dire non già esultanza di ossa umiliate, ma di ossa glorificate.

« E Noi lo ripetiamo di tutto cuore: con l’accento della preghiera. Sì: esultate, ossa gloriose dei Prìncipi degli Apostoli, discepoli e amici di Cristo, che onoraste e santificaste questa Italia benedetta con la vostra presenza, con la vostra opera, con la porpora del vostro nobilissimo sangue. Esultate in questo memorabile giorno, che ricorda Dio ridato all’Italia e l’Italia a Dio, ottimo auspicio di più luminoso avvenire. Nel sorriso di tale auspicio, anche voi profetate, ossa sacre e gloriose, come quelle dell’antico Giuseppe. Profetate la perseveranza di questa Italia nella Fede da voi predicata e suggellata col vostro sangue. Ossa sante, profetate una perseveranza intera e ferma contro tutte le scosse e tutte le insidie che da lontano e da vicino la minacciano e la combattono. Profetate la prosperità, l’onore, soprattutto l’onore di un popolo cosciente della sua dignità e responsabilità umana e cristiana. Profetate, ossa venerate e care, l’avvento od il ritorno alla religione di Cristo a tutti i popoli, a tutte le nazioni, a tutte le stirpi, congiunte tutte e divenute consanguinee nel comune vincolo della grande famiglia umana. Profetate infine, ossa apostoliche, l’ordine, la tranquillità, la pace, la pace, la pace a tutto questo mondo, che, pur sembrando preso da una follia omicida e suicida di armamenti, vuole la pace ad ogni costo, e con Noi dal Dio della pace la implora e confida di averla ».

Con questa citazione finale, venerabili e carissimi Confratelli nell’Episcopato, il misterioso segreto del discorso di Pio XI nel decennale dei Trattati Lateranensi è svelato. E voi potete ben constatare se vi è in esso qualcosa di meno appropriato per qualcuno, o meno corrispondente alla dignità pontificale, o alle nobili e serene aspirazioni di un gran cuore di pastore e di padre.

Una delle soddisfazioni più care della vita, in ogni tempo e circostanze, è il « gaudium de veritate »: e Sant’Agostino ci avverte che la verità è il « cibus animae ».

Questo omaggio reso alla verità su un episodio così interessante per la storia religiosa e per la vita civile dell’Italia cattolica vuol essere per tutti, clero e fedeli, un incoraggiamento a proseguire il buon cammino, affinché « sic transeamus per bona temporalia ut non amittamus aeterna ».

Così la protezione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, così i fatti e gli esempi preclari dei Pontefici che Ci precedettero, restino indirizzo e guida al buon pensare ed al bene operare. «Nella luce dei candidi taumaturghi splendori di Lourdes », il Santo Padre Pio XI iniziava il suo estremo documento: in questa stessa luce auguriamo che il grande avvenimento di trent’anni or sono continui ad essere auspicio di prosperità e di pace; mentre in segno di particolare predilezione impartiamo a tutti voi, venerabili Fratelli, ai fedeli affidati alle vostre cure e alla diletta Italia l’Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, il 6 febbraio 1959, anno primo del Nostro Pontificato.

IOANNES PP. XXIII


[1] Cfr. Matth. VI, 26; Luca, XXI, 18.

[2] Coloss., III, 15.

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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