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DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII
AI PARROCI E AI
QUARESIMALISTI DI ROMA
*

Lunedì, 13 febbraio 1961

 

Diletti figliuoli,

L'incontro di questa mattina rinnova il ricordo grato ed esultante dei due precedenti, che apparvero improntati a spirituale letizia e a pensosa serietà.

Noi salutiamo oggi con particolare effusione i parroci, che sono i diretti collaboratori del Vescovo di Roma nel pastorale governo delle anime, impegnati in un quotidiano e duro lavoro, al contatto con le sempre rinnovantisi difficoltà di apostolato nella grande metropoli; e i predicatori della Quaresima, ai quali, per la preparazione alla Pasqua, è data la opportunità di esporre in modo organico e persuasivo le verità del Catechismo.

Per queste ragioni vi sentiamo assai vicini e cari al Nostro cuore, diletti figli. L'amabile spontaneità di questo vederci ogni anno Ci dispensa da ogni preambolo, per entrare nel vivo della sostanza di quanto desideriamo comunicarvi. E Noi Ci rivolgiamo a voi, tutti insieme qui presenti, che vi dedicate al ministero della Parola, ministerio verbi instantes [1]: quaresimalisti e parroci. Per i parroci, poi, tutto l'anno è un po' Quaresima.

E certo che la parola di Dio tocca l'uomo di ogni età e condizione, per l'intima efficacia che essa racchiude in sé. Esiste però in più un'arte di interessare e di avvincere. Arte che si adatta alle esigenze storiche e culturali di ciascuna epoca. Ciò significa che chi è chiamato ad esercitarla sia veramente un tramite fedele della grazia.

Di fatto, ripetere la Parola rivelata ed osarne il commento, darne le applicazioni dottrinali, la retta interpretazione, è tale impegno di coscienza da presupporre nel sacerdote una preparazione che lo abbia già fatto strumento docile, intelligente, ad assolvere il suo altissimo compito in nome di tutta la Chiesa, ben al di sopra della sua modesta personalità. Non enim nosmetipsos praedicamus — ammonisce San Paolo — sed Iesum Christum Dominum nostrum, nos autem servos vestros per Iesum [2]. Come commenta bene la delicata missione del sacerdote che insegna, il grande S. Gregorio con le sue familiari parole: Ei ergo ... iter facimus, cum nos eius gloriam vestris mentibus praedicamus, ut eas et ipse post veniens per amoris sui praesentiam illustret [3].

Amiamo perciò affidarvi alcuni brevi pensieri utilissimi ai predicatori quaresimalisti, ma anche per quanti, parroci e coadiutori, sono in esercizio di quotidiano insegnamento al popolo cristiano nelle singole parrocchie. Essi vertono su un triplice punto: le fonti della predicazione; la predicazione stessa; e il tema che quest'anno vi è proposto.

I.

Le fonti della predicazione.

Nel « Motu Proprio » Rubricarum instructum del 25 luglio 1960, relativo alle nuove rubriche del Breviario, fu rinnovata al clero l'esortazione di volersi rendere familiare alla lettura e al gusto dei Padri della Chiesa. Fu un suggerimento, che conferma e suggella quanto abbiamo spesso ripetuto, in diverse occasioni di paterni colloqui sacerdotali. Come potete comprendere, traspare da essa la preoccupazione per i buoni e severi studi, condotti con perseverante impegno; e specialmente si esprime il voto che l'amore per il Libro Sacro e per la Tradizione sia il segno distintivo della predicazione, ed anche delle conversazioni familiari del sacerdote.

Di questa preoccupazione e di questo voto portano come un'eco i canoni del primo Sinodo Romano, in cui è espressamente detto: « Suam doctrinam sacer orator continuo alat et temporibus adaequet assiduo Sacrae Scripturae, Sanctorum Patrum, theologicorum, tractatuum, sacrae Liturgiae, Pontificiorum actorum studio » [4].

Lo studio del Libro Sacro, nelle armonie dell'Antico e del Nuovo Testamento, insieme alla conoscenza dei Santi Padri, della Liturgia e del magistero pontificio, vale anche per i fedeli, che hanno il dovere di istruirsi nella fede; vale per tutti i sacerdoti, in ogni tempo, sia nella giovinezza e maturità quando la loro parola ha particolare forza di penetrazione, sia nel vespro sereno della vita, in cui la placida sapienza degli anni assume un valore di conquidente testimonianza per le anime.

Ma per restare più propriamente al tema della predicazione di Quaresima, si deve dire che il buon ecclesiastico, nell'ordinare i suoi argomenti e sermoni, si sottopone qui ad un serio esame di coscienza, e ad una applicazione particolarmente approfondita delle verità che vuole trattare. La felice possibilità di esporre in modo unitario, per un periodo di tempo così appropriato e caratteristico, l'insieme delle verità di fede, pone ciascuno di voi di fronte alla responsabilità di organizzare sapientemente le proprie nozioni di dottrina e di sacra erudizione, di approfondire con lo studio i temi prescelti. È così che la predicazione quaresimale potrà portare quei frutti di spirituale rinnovamento, che da essa è naturale attendersi.

II.

E diciamo ora più apertamente di questa predicazione in atto di svolgersi.

A suo riguardo il lamento è pressoché generale: prediche e catechismi non sono frequentati nella misura che si desidererebbe e che sarebbe necessario. Le condizioni così varie degli orari di lavoro in una grande città, il febbrile incalzare di attività e di esigenze più o meno necessarie, insieme alla ricerca di uno svago che è penetrato nell'intimo delle pareti domestiche e occupa con facile diversivo i tempi liberi della famiglia, rendono sempre più difficile far arrivare la parola del Signore a larghe rappresentanze della popolazione, e altresì rari i momenti di quieto raccoglimento, per ascoltare il divino insegnamento e trarne profitto.

Ma bisogna anche dire che la forma della predicazione talora non è adatta a stimolare e a saziare la sete delle eterne verità.

Tutto ha il suo peso: la lingua, il modo di esporre, il tratto misurato e umile. Gli orpelli di « una vaga erudizione », quae ad rem non pertinet, hanno perduto l'attrazione di cui godevano un tempo. Perciò tutto deve essere detto con chiarezza, con calma, con rispetto: non mai con espressione amara e aspra di polemica inefficace.

É quanto ha voluto esprimere ancora il Sinodo nostro Romano: « Exquisitiorem dicendi rationem et oratoria artificia vitans, orator sacer ex perspicuitate et simplicitate, ex evangelica soliditate et caritate, persuadendi vim quaerat. Attamen, propter divini verbi reverentiam et audientium observantiam, curet, ut non solum res convenienter tractet, sed etiam ut accuratam usurpet rationem dicendi, temperatam vocem, sobrios ac decoros gestus » [5].

Non si potrà mai abbastanza raccomandare la sobrietà, la misura. Quante cose si possono dire in quindici-venti minuti, senza stancare, purché non si divaghi.

Talora può accadere che un'anima si trovi in chiesa per pura combinazione, o, come avviene sovente a Roma, a semplice titolo di visitare le opere d'arte. Non è pura fantasia il pensare che Dio abbia scelto quella parola, o quel determinato momento, per toccare un cuore e convertirlo. Che onore e che merito per il predicatore divenuto strumento di grazia e di salvezza!

Va da sé che questa ars artium di conquista delle anime debba prendere vigore dalla preghiera e dalla santità della vita sacerdotale, vita di raccoglimento e di contemplazione. Sentite, sentite ancora il Sinodo. Quale incoraggiamento e nutrimento spirituale ai parroci e ai predicatori di questa Nostra diocesi Romana: « Orator sacer studio et precibus fusis idoneas quaerat vias, quae eo adducant, ut a Deo gratiae dona obtineantur, quibus homines se ad Christi fidem convertant et piam degant vitam »! [6] E ancora : « Si sanctam et recti exempli vitam cum solida pietate sacer concionator coniunxerit, ipsius verbum audientium animos, divina adiuvante gratia, efficacius commovebit; atque sese e gloriae, plausus, quaestus cupiditate immunem praestabit » [7].

Meditiamo il Vangelo, diletti figli, a nostra più perfetta preparazione. In mezzo alla confusione di tante parole umane, il Vangelo è l'unica voce che illumina, attira, conforta, disseta; e la vostra esperienza vi insegna, con quanta attenzione le anime seguano il sacerdote che parla del Vangelo, lo spiega, e ne trae ispirazione continua alle sue parole e alla sua vita.

Quanto poi ai temi da trattare, è evidente che la predicazione non deve ridursi ad una sequela di fervorini, né toccare solo il campo della morale, o alcuni aspetti soltanto di essa. Essa deve abbracciare tutto: fede, morale, culto, per dare ai fedeli il nutrimento solido, affinché dall'intelligenza convinta passino alla pratica coerente della vita, e si infervorino al contatto della vita sacramentale della Chiesa. Come abbiamo voluto dire nel Nostro primo incontro con voi, il 10 febbraio del 1959, « il popolo ci domanda pane sostanzioso di verità : non diamogli piccoli tratti o racconti più o meno edificanti che non fanno presa profonda sullo spirito. Alcuni di questi temi sono specialmente importanti e gravi ... : e tutto ciò non a colpi di vaga erudizione, ma a rilievi vivi e interessanti di celeste dottrina. L'ideale consiste nel saper così bene inquadrare la dottrina, in debite proporzioni, da niente dimenticare, e tutto volgere ad incremento di solida formazione intellettuale » [8].

III.

Il tema di questa Quaresima.

Quanto abbiamo finora detto Ci permette di sottolineare la serie di argomenti che quest'anno sono proposti alla vostra predicazione: essi sono orientati sull'annunzio della salvezza, offerta a tutti gli uomini: che è quanto dire la Redenzione operata da Gesù Salvatore a prezzo del suo Sangue Preziosissimo, applicata nei suoi frutti mediante il Sacrificio Eucaristico, ed estesa a tutti gli uomini dall'azione santificatrice e missionaria della Chiesa.

Il tema è già familiare ai soci dell'Azione Cattolica, a cui è rivolto con particolare insistenza nella loro campagna annuale: ed offrirà pertanto occasione di ripensamenti efficaci alle varie categorie del laicato cattolico, più impegnato nella sua opera di collaborazione all'apostolato gerarchico. Ma giungendo al di fuori delle organizzazioni, per arrivare a più vasti orizzonti di pubblico, l'argomento può richiamare a salutari riflessioni e propositi su uno dei punti più importanti della dottrina cattolica, sull'essenza stessa del Cristianesimo. La salvezza è operata in Gesù Cristo per tutti gli uomini, feriti dal peccato. Questo è il grande punto sicuro di riferimento in mezzo alle tenebre di errori dottrinali e di aberrazioni morali : l'uomo, per il Verbo di Dio che carne si fece, inserito nella vita stessa della Trinità beata, ed erede del Ciel ; la serenità e la pace si aprono sulla vita umana, e ne temperano le amarezze e le prove. Vita vostra abscondita est cum Christo in Deo [9].

Queste sono le parole di pace, che le anime dei sofferenti e degli oppressi attendono: Gesù benedetto ci ha chiamati ad essere i suoi annunziatoci, i suoi evangelisti, che la voce del popolo cristiano benedice e ringrazia : quam speciosi pedes evangelizantium pacem, evangelizantium bona [10]! Sforziamoci di essere messaggeri fedeli del Divino Salvatore, la sua voce stessa, affinché la grazia della Redenzione continui ad operare nel mondo con la sua abbondante pienezza.

Noi vi accompagniamo con vivo incoraggiamento nel sacro impegno, che state per iniziare; e preghiamo il Signore che vi conforti con la sua luce e la sua grazia, affinché possiate seminare sul buon terreno per un raccolto lietissimo, aliud centesimum et aliud sexagesimum [11].

Che il Dio della pace sia con tutti voi.

Amen [12].


* A.A.S. 53 (1961) 154-158.

[1] Act. 6, 4.

[2] Cor. 4, 5.

[3] Hom. 17 in Evang.

[4] Art. 256, § 1.

[5] Art. 257, § 1 e 2.

[6] Art. 256, § 3.

[7] Art. 258.

[8] Discorsi - Messaggi - Colloqui, I, p. 140.

[9] Col. 3. 3.

[10] Rom. 10, 15.

[11] Ant. ad Sext. in Dom. Sexag.

[12] Cfr. Rom. 15, 33.

 

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