Domenica, 3 agosto 1969
Figli carissimi, vedo i vostri cartelli di «ben tornato!».
Proprio tosi. Siamo tornati felicemente questa notte, come era previsto, dal
nostro viaggio africano, e siamo stati accolti, forse l’avete visto sui
giornali, all’aeroporto, dalle autorità italiane e da personalità ecclesiastiche
e laiche ed anche dal corpo diplomatico presso la Santa Sede, e perfino qui a
Castello qualcuno si era tenuto desto, qualche gruppo di fedeli, di amici, di
religiosi vegliava per salutare il nostro ritorno. E sentiamo il dovere di
ringraziare tutti di questa cortesia, come dobbiamo ringraziare quanti hanno
collaborato alla buona riuscita della nostra peregrinazione africana. E anche
laggiù, sapete, anche laggiù non potevamo essere accolti in modo migliore, dalle
autorità: pensate che il presidente Obote, di Uganda, ci ha accompagnati in ogni
manifestazione, e ce ne sono state non so quante nelle 48 ore che siamo rimasti
là. E poi siamo stati accolti molto bene da tutto il mondo ecclesiastico: erano
riuniti quasi tutti i vescovi dell’Africa per un simposio, cioè per una
riunione, a Kampala, di cui noi abbiamo salutato e coronato la fine. E poi tutti
i vescovi dell’Uganda e di altri paesi. Mai visti in Africa tanti cardinali
africani: sette cardinali dell’Africa erano tutti riuniti a Kampala. Ma quello
che ci ha commosso di più è stato il popolo, la gente di là, l’umile, buona
gente, brava gente di quel Paese che si è dimostrata tanto cortese, tanto
sensibile. Si potrebbe dire: ma come mai? che sanno loro del Papa, che sanno
loro di uno che viene di fuori? E invece si sono commossi tutti.
È stata una cosa veramente grande, proprio per la rispondenza
del popolo minuto, della gente che veniva dalla campagna, che veniva di fuori,
sulle strade, col pericolo anche di andare sotto le macchine e si buttava per
terra. Vi diremo che fra le varie esperienze che la Provvidenza ha riservato al
nostro ministero - e non son tutte della stessa qualità - questa è veramente una
delle più consolanti; e ringraziamo proprio per primo il Signore, e invitiamo
anche voi a ringraziarlo, della buona riuscita di questa nostra escursione
africana. Il nostro era un viaggio di carattere religioso in una terra, fino a
ieri (e lo è ancora, adesso non si dice più tosi) missionaria. È una terra -
ecco perché siamo andati - bagnata dal sangue di martiri, fin dal principio. E
di martiri neofiti; alcuni erano stati battezzati pochi giorni prima del loro
martirio; indigeni, laici, giovani, verso la fine del secolo scorso: non sono
passati cento anni da questo avvenimento. È un ricordo di questi difficilissimi
- non si ha idea - e tragici inizi dell’evangelizzazione. Che può fare un
missionario che vien di fuori - tante volte non sa neanche la lingua - a
penetrare e a predicare una religione che nessuno conosce in mezzo ad un popolo
primitivo, diffidente e maldisposto? A ricordo di questi difficilissimi e
tragici inizi dell’evangelizzazione si vede una cosa mirabile e potremmo dire un
miracolo: la logica umana avrebbe concluso: ma la missione è fallita: al
principio della predicazione ti uccidono : ventidue sono stati contati i martiri
riconosciuti ma sono molti di più e non sono soltanto cattolici ma ce ne furono
anche di anglicani e qualcuno anche musulmano. La missione è fallita: è
impossibile introdurre il Vangelo e la religione cattolica in una simile
situazione. Invece, ecco, avvenne il contrario. Proprio il contrario. Perché
subito è venuta su, germinata una magnifica e numerosissima comunità cristiana.
Pensate che ci sono adesso circa 40 o 50 mila catecumeni e che son già quasi tre
milioni i cattolici in questo paese, convertiti ad uno ad uno. Che cosa vuol
dire la fecondità dell’azione missionaria! È fiorita proprio dallo sforzo
missionario; da quel sangue di giovani martiri, è venuta su questa nuova Chiesa
d’Uganda. E quello che si dice per l’Uganda si potrebbe dire anche di tanti
altri paesi africani e asiatici e di altri Continenti. È una meraviglia che
commuove e che fa pensare: la causa missionaria merita la nostra ammirazione.
Essa ci ricorda l’infallibile parola di Gesù che ha detto: Se il grano di
frumento gettato a terra non muore, cioè non si dissolve per germinare, rimane
solo com’è, sterile; ma se muore porta frutto abbondante. È la legge del morire
per vivere; la legge del sacrificio, la legge della croce; è tremenda, ma è
vera; è grande, è misteriosa. E la legge della croce è quella della vita
cristiana. Noi ne abbiamo visto in Uganda la splendida realtà. Ed è la legge che
riguarda ciascuna delle nostre esistenze personali. Diciamo: che vale una vita
umana senza sacrificio, cioè senza un amore grande, più grande della vita
stessa, che la governi e la faccia grande e feconda? È la legge per eccellenza
missionaria. E noi ne abbiamo visto, vi dicevo, una prova storica di grande ed
esemplare valore. E per questo, figli carissimi, vi diremo sempre di
considerare, imitare e favorire, per il bene del mondo e delle nostre anime, la
causa missionaria, che è la causa della vita cristiana nel mondo. E così
preghiamo per tutti i fratelli pur sconosciuti, ma così fratelli che meritano
davvero il nostro ricordo e la nostra comunione spirituale, che noi abbiamo
laggiù incontrato e che ci hanno detto di portare a Roma il loro saluto e la
loro comunione spirituale.