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PAOLO VI

ANGELUS DOMINI

Domenica delle Palme, 26 marzo 1972

 

Come faremo gli auguri per la Pasqua ormai imminente? E quali auspici trarremo dai nostri rami d’olivo? Abbiamo tutti nel cuore una grande tristezza, che ci viene dalla cronaca del mondo, con i suoi incredibili documenti della cattiveria, della discordia e della sofferenza degli uomini.

Ma l’augurio, che attingiamo dalla Pasqua di Cristo, è ancora per tutti un augurio di vita, perché la Pasqua è la redenzione che deriva dalla sua passione e dalla sua morte superate e vinte dalla sua risurrezione. E ciò ch’è di Cristo è nostro, è per noi. La Pasqua è la primavera spirituale, che ritorna, con la sua dolcezza e con la sua speranza, che annulla la morte e restituisce nuova e superiore la vita.

Così l’olivo. Ma questo simbolo di affezione e di pace siamo noi che lo dobbiamo dare a Cristo. La scena evangelica delle Palme, oggi commemorata, ce lo dice. D’intorno a Gesù, che si lascia acclamare Messia, vediamo distinguersi, ancor oggi, tre categorie di persone: gli avversari, i negatori, che fremono nel vedere Gesù riconosciuto come Cristo, il Salvatore atteso e indispensabile del Popolo e del mondo: interessi, ideologie, malvagità e cecità cercano di soffocare l’affermazione messianica. Poi i cercatori, che vogliono scoprire Cristo, come quei Gentili, primizie dei popoli pagani, che in quel giorno chiesero appunto agli Apostoli di far loro «vedere Gesù»: seconda categoria dei pellegrini sulle vie dello Spirito. E terza categoria, quella degli scopritori; quella dell’umile popolo, quella dei fanciulli e dei giovani, già impressionati dal volto, dalla parola, dai miracoli del Signore, i quali agitano rami di palma e di olivo, come la cara e bella folla oggi in San Pietro, e inneggiano a Cristo, intuendo, nello Spirito, ch’Egli è la salvezza, è la gioia, è la pace per quanti lo accolgono.

Sia così per noi; e sia questo il nostro augurio di buona Pasqua.

                             

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