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PAOLO VI
ANGELUS DOMINI
Domenica, 20 febbraio 1977
Figli carissimi! vengono alle nostre labbra certe parole d’un salmo:
«Venite, figli, ascoltatemi» (Ps. 33, 12). Vi è tanto frastuono di voci
concitate e chiassose intorno a noi; vi è strepito di grida, di minacce, di
gemiti e di contese, che facilmente noi si perde il senso delle parole vere e
degne di ascolto. La confusione del pluralismo delle tante e opposte opinioni
attenua l’attenzione e la comprensione del discorso migliore. Abbiamo bisogno di
saper ascoltare.
E ascoltare vuol dire innanzi tutto tacere. Abbiamo bisogno tutti di
silenzio. Di silenzio interiore. Noi siamo alle porte d’un periodo, che il
calendario religioso chiama «quaresima», e che dovrebbe offrirci, come primo
dono di vita spirituale ricuperata, un po’ di silenzio: vediamo di farlo nostro.
Esso ristabilisce in noi la capacità di dare alle tante voci esteriori, spesso
insulse e perturbatrici, un loro esatto significato. Parliamo di significato
umano, morale, vitale. Questo primo sforzo di riservare dentro di noi una cella
di silenzio, di ascoltazione riflessiva, restituisce al nostro pensiero la
libertà di giudicare, di parlare dentro noi stessi con la nostra coscienza, di
avvertire un vuoto interiore che il frastuono esteriore non riempie e non sazia.
E allora il nostro silenzio si fa parola, parola nostra. E se davvero questa
è nostra, e sale dal fondo di bontà, che ciascuno ha dentro di sé, questa parola
personale suggerisce atteggiamenti nuovi, al tempo stesso liberi e doverosi, e
ci definisce idealmente, fino a farci comprendere la necessità d’un aiuto
superiore alle nostre inette velleità per essere quello che dobbiamo essere,
persone vere. È la preghiera allora che quasi da sé si riaccende nell’intimità
di questo monologo del cuore sincero: il bisogno di Dio si pronuncia, umile e
forte. E non resta senza una immeritata e insperata risposta. Dio parla nel
silenzio interiore!
È questo l’augurio che noi, auspice la Madonna, facciamo per l’esperienza di
ciascuno di noi.
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