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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 febbraio 1965

 

Valore dei conforti filiali

Diletti Figli e Figlie!

È sempre un piacere per Noi accogliere in questa udienza settimanale tanti gruppi di visitatori, non d’altro desiderosi che d’incontrarsi col Papa, per testimoniare a lui la loro devozione e avere da lui la sua benedizione. E ancor più che un piacere, spesso è un conforto. Ci sembra di leggere nei vostri cuori i sentimenti di fedeltà e di bontà, che qua vi conducono, e Ci sembra dover corrispondere a cotesto atteggiamento cordiale e filiale con la Nostra fiducia. Possiamo aver fiducia di voi? possiamo essere sicuri che voi volete bene al Papa? che voi comprendete la Nostra missione? che voi ascoltate la Nostra parola? che voi desiderate sostenere le Nostre intenzioni, consolare le Nostre afflizioni? Sì?

Se così è, la vostra affettuosa presenza - la vostra, cari e venerati Sacerdoti; la vostra, ottimi Religiosi e Religiose; la vostra, giovani dilettissimi; la vostra, fedeli buoni e visitatori cortesi - la vostra presenza, diciamo, Ci è di grande conforto. Perché dovete sapere, e certo già immaginate, che anche il Papa ha bisogno di conforto. Chi fermasse lo sguardo alla scena esteriore, nella quale ordinariamente appare la persona e l’azione del Papa, potrebbe pensare che egli vive immerso in un’atmosfera di serenità superiore, dove tutto è bello, tutto è facile, tutto è ammirato; e che perciò se ne sta beato nel duplice colloquio, che impegna il suo ministero: il colloquio col Cielo, di cui egli possiede le chiavi segrete, e il colloquio col mondo, a cui non altro messaggio rivolge, se non di pace e di carità. Non per niente, pensano molti, al Papa si dà il titolo di «beatissimo Padre».

Ecco, Figli carissimi: che il Papa, sì, viva alle sorgenti del gaudio e della pace, proprio in virtù del suo ufficio apostolico, che tanto lo unisce a Cristo, il Quale «è la nostra pace» (Eph. 2, 14), e che lo mette in comunione con quel Dio «Padre delle misericordie e Dio d’ogni consolazione, che ci consola in ogni nostra tribolazione, affinché noi stessi siamo in grado di consolare coloro che sono nell’afflizione» (2 Cor. 1, 3-4), è vero; e ne ringraziamo il Signore immensamente; come potremmo vivere altrimenti? Ma è anche vero che insieme ai conforti spirituali, provenienti dall’alto, il Papa ha le sue pene, che vengono innanzi tutto dalla sua pochezza umana, messa ogni momento a confronto e quasi in conflitto, con l’enorme e smisurato complesso dei suoi doveri, dei suoi problemi, delle sue responsabilità; pena questa che sa talvolta d’agonia; e poi pene che nascono proprio dal fatto e dall’esercizio del suo ministero. È questa la sorte di chi vuol seguire il Signore: la croce da portare con Lui e per Lui; e tanto più è la sorte di chi è a Cristo assimilato per via del Sacerdozio e per via del sommo ufficio pastorale. È questo un campo riservato alla Nostra intima vita spirituale; e giova piuttosto tacerne che parlarne. Ma vi sono pene, che hanno la loro origine e la loro storia esteriore; e tutti le possono, se non valutare, individuare e conoscere.

Non ve ne faremo l’elenco; sarebbe abbastanza lungo. Se leggerete l’Epistola della prossima domenica di Sessagesima, che narra le tribolazioni dell’Apostolo, potrete rendervi conto di quanto fosse dura e difficile la vita eroica di lui, e di quanto possa esserlo, anche in misura assai, assai inferiore e in forme del tutto diverse e prive d’ogni drammatica gravità, quella di chi ne continua indegnamente la missione e cerca, almeno da lontano, di seguirne gli esempi.

Accenniamo appena: una delle Nostre pene più acute è l’infedeltà di alcuni buoni, che dimenticano la bellezza e la gravità degli impegni che a Cristo e alla Chiesa li uniscono; è questo un fenomeno che l’evoluzione della vita moderna accentua in modo doloroso, tanto nel campo delle dottrine, quanto in quello dei costumi e degli orientamenti pratici: quante debolezze, quanti opportunismi, quanti conformismi, quante viltà! Come possiamo non soffrire dell’abbandono di figli educati alla scuola di Cristo e tanto da Lui amati, tanto necessari al bene della comunità ecclesiale e della società?

Che diremo poi d’un’altra pena, ogni giorno ricorrente, quella di vedere incompreso il pensiero e respinta la carità della Chiesa? L’inefficacia del lavoro apostolico e lo studio cattivo talvolta, che ne deforma le intenzioni e ne rifiuta l’offerta, sono spine profonde e quotidiane per il cuore dei Pastori della Chiesa e lo sono anche per Noi.

È penoso diciamo; ed a voi, Figli fedeli, chiediamo il conforto di cui è per Noi oggi foriera la vostra presenza. Grazie di codesta filiale consolazione. Vogliate continuarne l’affettuoso beneficio con la vostra comprensione, con la vostra fedeltà, con la vostra preghiera. Noi lo ricambiamo di cuore con la Nostra Benedizione Apostolica.

                                                    

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