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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Festa di San Giuseppe Artigiano
Sabato, 1° maggio 1965
Il 1° maggio cristiano auspice il grande Artigiano di Nazareth
Diletti Figli e Figlie!
Se cerchiamo quali motivi spirituali dànno a questa udienza un significato
particolare, è facile rilevare che tali motivi sono due: la festa del lavoro e
la festa di San Giuseppe; anzi è uno solo, quello che suggerì dieci anni or
sono, al Nostro Predecessore, di venerata memoria, Pio XII, di abbinare questi
due titoli, che dànno al Calendimaggio il carattere d’un giorno speciale di
festa, per farne, com’Egli disse, un «giorno di giubilo per il concreto e
progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglia del lavoro» (Discorsi
e Radiomessaggi, XVII, 76). Questo atto, che ha potuto apparire a qualcuno
come un pio artificio, come uno sforzo per attribuire ad una celebrazione
profana, anzi laica nel senso più radicale del termine, un qualche tardivo e
compiacente riconoscimento, rivela invece, come nel campo cattolico tutti hanno
notato con soddisfazione, un gesto doppiamente coerente: coerente con la
tradizione del culto cristiano, il quale non soltanto per purificare ed elevare
le feste pagane, più d’una di esse ha assorbito nel suo calendario e ha
trasfigurato in senso cristiano, ma altresì per obbedire al suo genio
profondamente teologico e profondamente umano, il quale scopre in ogni
manifestazione autentica della vita un campo sempre possibile e quasi
predisposto all’economia dell’Incarnazione, alla penetrazione del divino
nell’umano, all’infusione redentrice e sublimante della grazia.
E seconda coerenza: e cioè con tutta l’opera dottrinale e pastorale svolta
dalla Chiesa, dai Papi specialmente, dai Vescovi e da Maestri cattolici, da un
secolo in qua, per ridare al lavoro una sua nuova spiritualità, una sua
animazione cristiana. E allora l’aver fatto coincidere la festa del lavoro con
la festa del lavoratore S. Giuseppe, che nella scena evangelica, nella stessa
famiglia terrena di Cristo, personifica il tipo umano, che Cristo medesimo
scelse per qualificare la propria posizione sociale «fabri filius» (Matth.
13, 55), pone il grande, enorme, moderno problema della riconciliazione del
mondo del lavoro con i valori religiosi e cristiani, e della conseguente
irradiazione di dignità, di energie, di conforti, di speranze, che il Vangelo
può e deve ancor oggi diffondere sulla fatica umana; anzi quasi lo dà, questo
problema, per risoluto, anche se oggi pur troppo, in gran parte, risoluto non è.
Anche questo modo di agire è nel costume della Chiesa credente, la quale
sovente opera «contra spem, in spem» (Rom. 4, 18), sicura che il
tempo, i fatti, gli uomini le daranno ragione, perché lo Spirito di Dio anticipa
alla Chiesa una sicurezza profetica, che un giorno, a bene dell’umanità, sarà
vittoriosa.
E nulla diremo, in questo brevissimo momento, delle troppe cose che si
offrono alla mente dalla presentazione del problema suddetto, del rapporto cioè
fra vita religiosa e vita del lavoro: perché queste due supreme espressioni
dell’attività umana dovrebbero essere separate fra loro? Perché in contrasto?
Come fu che la loro alleanza, la loro simbiosi si ruppe? Quale lunga storia,
quale diligente analisi ce ne può indicare le ragioni, i pretesti, le rovine?
Forse non fu a tempo compresa la trasformazione psicologica e sociale che il
passaggio dall’impiego di umili e primitivi utensili in aiuto della fatica
dell’uomo all’impiego della macchina con tutte le sue nuove potentissime energie
avrebbe prodotto? Non ci si avvide che nasceva una favolosa speranza dal regno
della terra che avrebbe oscurato e sostituito la speranza del regno dei cieli?
Non ci si accorse che la nuova forma di lavoro avrebbe risvegliato nel
lavoratore la coscienza della sua alienazione, che cioè egli non operava più per
sé, ma per altri, con strumenti non più propri, ma di altri, non più solo ma con
altri, e che sarebbe sorta nel suo animo la brama d’una redenzione economica e
temporale, che non gli lasciava più apprezzare la redenzione morale e spirituale
offertagli dalla fede di Cristo, non a quella contraria, ma di quella fondamento
e corona? E mancò forse (non certo nei Papi) il linguaggio, mancò il coraggio
per dire al mondo del lavoro, sconvolto delle sue stesse affermazioni, qual era
la via buona del suo riscatto, e quale il bisogno e il dovere di non mortificare
al livello del benessere economico la sua capacità ed il suo diritto di salire
insieme al livello delle supreme realtà della vita, che sono quelle dell’anima e
di Dio?
Nulla diremo. Del resto sono cose che tutti ora, più o meno, conoscono, e che
solo richiamiamo al vostro spirito, oggi e proprio qui, perché abbiate a
ricordarle e a meditarle, alla luce che la festa di S. Giuseppe, esempio e
protettore del mondo del lavoro, proietta su di noi, quando siamo memori del
Vangelo e memori della meravigliosa fedeltà, con cui esso si rispecchia nelle
attualissime Encicliche pontificie.
E abbiate a interessarvi di queste cose, che hanno tanta importanza nella
vita moderna fino a determinarne le forme salienti ed il corso, non si sa se più
travagliato o trionfale. Interessarvi per pregare per il mondo del lavoro, per
quanti in esso sono oggi sofferenti: disoccupati, sottoccupati, emigrati, mal
sicuri del loro pane, mal retribuiti della loro fatica, amareggiati della loro
sorte. E per quanti anche del lavoro fanno argomento programmatico e permanente
di lotta sociale, invece che di armoniosa e positiva cooperazione nella
giustizia e nella libertà; fonte di odio sociale e di passione, invece che di
amore fraterno e di esaltazione di nobili sentimenti. Ed infine perché
all’interessamento di pensiero e di preghiera abbiate ad aggiungere, come
possibile, quello della solidarietà e dell’operosità, affinché «la giustizia e
la pace» auspice l’umile e grande Artigiano di Nazareth, abbiano a rifiorire
cristianamente nel mondo del lavoro.
La Nostra Benedizione vi incoraggia e vi assicura l’aiuto del Cielo.
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