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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 15 giugno 1966

 

La mistica Sposa di Cristo e Madre dei cristiani

Diletti Figli e Figlie!

Il nostro desiderio di offrire ai partecipanti di queste udienze generali un pensiero sulla Chiesa (come una volta - e forse anche adesso! - i visitatori dei luoghi celebri e sacri cercavano di portar via con sé un frammento a ricordo di quel luogo e di quella visita) Ci fa indugiare ancora sopra le figure, mediante le quali la Sacra Scrittura ci rivela qualche cosa della Chiesa, e ci aiuta a pensare alla Chiesa stessa, come a realtà cara e conosciuta. Ebbene Noi oggi vi invitiamo a pensare alla Chiesa, come la vedreste attraverso il cristallo trasparente di due figure note, ma sempre singolari: la Chiesa mistica Sposa di Cristo e la Chiesa Madre dei cristiani. E vi aiutino questi nomi eletti, ma strani (il primo specialmente) a riflettere e a capire qualche cosa della dottrina, tanto vasta e profonda, che alla Chiesa si riferisce, e che Noi non pretendiamo certo di trattare in queste familiari conversazioni.

Perché la Chiesa è chiamata Sposa? Sposa di Cristo, s’intende. L’uso di questo appellativo, riferito al Popolo ebraico, risale all’antico Testamento, dove il rapporto fra Dio e il suo Popolo è più volte raffigurato nell’amore nuziale. È bene ricordare come nell’antico Testamento Dio si afferma, sì, Creatore trascendente, Legislatore esigente e Giudice severo; ma poi anche si rivela Amore sempre vigile e tenerissimo. Amore preveniente e gratuito; Amore fedele e misericordioso; Amore soave e inebriante; Amore, che castiga, che perdona e che salva; e così via (cfr. Cant.: Jer. 2, 2; Osea 6, 6; Is. 49, 15; 54, 4-10; Ez. 16, 59-63; etc.).

Nel nuovo Testamento l’immagine dello Sposo è dal Precursore riferita a Gesù (Io. 3, 28-29; e cfr. nelle parabole: Matth. 22, 2-14; Matth. 25, 1-13). Egli stesso, una volta, si paragona ad uno Sposo che fa lieti i suoi amici (Matth. 9, 14-15). Ma è ancora San Paolo che dà all’immagine il suo significato ecclesiologico più preciso, nel famoso passo della lettera agli Efesini: «. . . Cristo ha amato la Chiesa . . .» (Eph. 5, 21-32); immagine, che sarà trasferita dall’Apocalisse nella gloria eterna lasciandoci intravedere nelle nozze dell’Agnello l’unione beata di Cristo con l’umanità redenta, insignita del titolo e della dignità di sua mistica Sposa (Apoc. 19, 7-9; cfr. Vonier, l'Esprit et l’Epouse p. 48 - Ed. Cerf, 1947).

Che cosa c’insegna questa allegoria, che ci autorizza a chiamare la Chiesa Sposa di Cristo? C’insegna l’amore sopra ogni amore che Cristo ha avuto per la Chiesa, un amore, che può essere in qualche modo significato dal connubio umano, ma ch’è più di esso sostanziale ed abissale: dicano i teologi, dicano i mistici quale sia l’unione fra Cristo e l’umanità, derivante dall’Incarnazione (coniunctio nuptialis, scriveva S. Agostino, Verbum et caro, P.L. 36, 495), e derivante dal sacrificio della Redenzione: Cristo «se ipsum tradidit pro ea, s’immolò per la Chiesa» (Eph. 5, 25). Si è detto spesso che la Chiesa è un mistero; sì, ma ora possiamo sapere almeno di quale natura sia questo mistero; è un mistero di carità, d’innamoramento di Dio, mediante Cristo, nello Spirito Santo, del mondo dell’umanità, cioè della Chiesa; l’epigrafe della Chiesa può essere: Sic Deus dilexit, così Dio amò (Io. 3, 16); propter nimiam charitatem, per il troppo amore (Eph. 2, 4); ovvero: Cristo ci amò Christus dilexit nos (Eph. 5, 2; 2 The. 2, 15); ecc. C’insegna pertanto l’unione intima e indissolubile e insieme la distinzione di Cristo e della Chiesa. C’insegna che la Chiesa non è principio, né fine a se stessa; ella è di Cristo; da Lui riceve la sua dignità, la sua virtù santificatrice, la sua umile ed eccelsa regalità. C’insegna che la Chiesa non è solo strumento della salvezza, ma termine della salvezza, perché in essa termina il disegno e la carità del Signore; in lei si celebra l’apoteosi dell’umanità vittoriosa nel cielo (cfr. l’inno della Dedicazione: «Sposaeque ritu cingeris . . .»).

Ci pensino coloro che per la Chiesa non hanno che giudizi di critica, o di antipatia; ci pensino coloro che la giudicano un diaframma inutile fra l’uomo e Dio, e non ricordano ch’essa è il punto d’incontro dell’amore di Cristo per noi; la casa delle nozze, cioè la santa Chiesa; «Nuptiarum domum, id est sanctam Ecclesiam», scriveva S. Gregorio Magno (Hom. 38; P.L. 76, 1287).

E allora, pensando a questa necessità, che noi abbiamo della Chiesa, l’altra immagine subentra alla prima: la Chiesa è madre nostra; a lei tutto dobbiamo: alla vita nuova, quella della grazia, quella che farà la nostra eterna felicità, ella ci ha generati; ci ha dato la fede, e col suo magistero ce la conserva univoca, integra e feconda; ci ha dato la grazia; ella è la dispensatrice dei sacramenti; ci ha dato la carità, l’«agape», la società dei fratelli; ella ci unisce, ci educa all’amore, all’umanesimo vero, alla comprensione e all’edificazione di se stessa; ella ci guida, ci difende, ci allinea sui sentieri della speranza, ci anticipa il desiderio escatologico della vita futura e ce ne fa pregustare la felicità. Dal suo magistero, dal suo ministero «ogni fedele è sostenuto in maniera effettiva nel dono di se stesso a Cristo; . . . mediante la rete ch’essa va tessendo, ognuno si trova realmente collegato a tutti i suoi fratelli; . . . mediante la voce umana che insegna e che comanda, ognuno ascolta, ancor oggi, la voce del suo Signore» (cfr. De Lubac, Médit. 205).

Vengono alla mente le parole di S. Ambrogio: «Mater ergo viventium Ecclesia est» (P.L. 15, 1585). La madre degli uomini vivi. Bisogna pensarci, figli carissimi. Bisogna goderne. Bisogna invidiare a Santa Caterina morente le parole conclusive della sua vita infiammata: «Io, in verità, ho consumata e data la vita nella Chiesa e per la santa Chiesa: la quale cosa mi è singolarissima grazia» (Joergensen, 518-519).

Cosi Noi, così voi, carissimi Figli; con la Nostra Benedizione Apostolica.

                                                               

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