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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 20 luglio 1966

 

La preghiera espressione elementare e sublime della fede

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita Ci trova in vacanza. Veramente Ci trova in questa residenza estiva dei Papi, dove il clima buono e la sospensione di alcuni impegni ordinari della attività consueta del Papa promettono ristoro alle Nostre scarse forze fisiche (Ci sembra di ascoltare l’invito cortese, che Gesù fece una volta ai suoi apostoli: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco» [Marc. 6, 31]), e Ci trova dove nello stesso tempo Ci sia dato di attendere, con maggiore impegno e maggiore tranquillità, a due forme di attività inerenti al Nostro ufficio apostolico: lo studio e la preghiera.

Quest’ultima specialmente: la preghiera. Quando pensiamo alle parole del Maestro, che ci ammonisce essere desiderio del Padre di trovare adoratori «in spirito e verità» (Io. 4, 24); e quando ricordiamo come Egli sia stato esempio e guida alla orazione ed abbia sempre esortato i suoi a questa prima attività, spirituale; quando ricordiamo la scuola degli Apostoli, che educano i nuovi fedeli alla preghiera incessante (dice, ad esempio, San Paolo ai Tessalonicesi: «Sine intermissione orate», pregate senza smettere mai [1, 5, 17]); quando cerchiamo d’entrare nella visione globale del cristianesimo, della sua essenza religiosa, del suo disegno soprannaturale di rapporti fra Dio e l’uomo, del suo messaggio di vivificazione delle anime, della sua vocazione d’ogni fedele al sacerdozio regale, che lo autorizza a entrare in dialogo con Dio, chiamandolo Padre (cfr. Rom. 8, 15; Gal. 4, 6); quando osserviamo la vita cristiana nella storia, come si è manifestata nelle sue espressioni più alte e più genuine; e quando guardiamo ai più veri e profondi e trascurati bisogni degli uomini del nostro tempo, non possiamo non concludere per il primato della preghiera nel campo dell’attività multiforme della Chiesa.

La Chiesa è la società di uomini che pregano. Suo scopo primario è d’insegnare a pregare. Se vogliamo sapere che cosa fa la Chiesa, dobbiamo osservare ch’essa è una scuola d’orazione. Essa ricorda ai fedeli l’obbligo dell’orazione; essa sveglia in essi l’attitudine e il bisogno dell’orazione; essa insegna come e perché si deve pregare; essa fa della preghiera il «grande mezzo» della salvezza, e nello stesso tempo la proclama il fine sommo e prossimo della vera religione. La Chiesa fa della preghiera l’espressione elementare e sublime della fede: credere e pregare si fondono in un medesimo atto; e ne fa l’espressione insieme della speranza; è la Chiesa, che, memore dell’insegnamento di Gesù, ci ricorda continuamente come, per ottenere ciò che desideriamo, bisogna pregare: «petite et accipietis», domandate ed otterrete (Io. 16, 24; Matth, 21, 22); e finalmente la Chiesa proclama l’identità della preghiera con la carità; Bossuet lo afferma: «Il est certain qu’il n’y a que la sede charité qui prie» (Serm. 1,374). Pregare è amare (cfr. Bremond, Phil. de la prière, 21).

È noto a tutti quanto si sia parlato, scritto, operato in ordine alla preghiera. Essa è tema di inesauribile fecondità. Ciò che importa ora notare, se vogliamo conoscere la missione della Chiesa, è l’importanza essenziale e suprema che essa attribuisce alla preghiera, sia come attività personale, che scaturisce in fondo al cuore umano, sia come culto divino, nel quale si effonde la voce della comunità cristiana; contemplazione e liturgia sono due momenti indispensabili e complementari dell’espressione religiosa della Chiesa, pervasa dal soffio dello Spirito Santo e vivente di Cristo, la cui vita in essa persevera ed agisce (cfr. Maritain, Liturgie et contemplation, Désclée de Br.).

Ed è noto a voi tutti parimente come la prima affermazione, la prima riforma, il primo rinnovamento, che il Concilio Ecumenico ha dato alla Chiesa, ha avuto per oggetto la Liturgia, cioè la preghiera ufficiale e comunitaria della Chiesa stessa. Ricordiamolo bene.

Che diremo di coloro che distinguono l’attività della Chiesa in culturale e apostolica, separano l’una dall’altra, preferendo la seconda a scapito della prima? E che diremo di coloro che ritengono artificiosa, noiosa ed inutile la vita interiore, e praticamente indicano sciupato il tempo e vano lo sforzo per attendere al silenzio esteriore per dare al colloquio interiore la sua intima voce? Potrà mai il cristianesimo documentare se stesso di fronte al mondo bisognoso di verità vitale, se non si presenta come arte di esplorare le profondità dello spirito, di conversare con Dio, e di allenare i suoi seguaci all’orazione? Avrà mai un cristianesimo, che fosse privo di profonda, sofferta ed amata vita di preghiera, l’afflato profetico, che gli è necessario per imporre fra le mille voci risonanti nel mondo la sua che grida, che canta, che conquide e che salva? Avrà mai i carismi indispensabili dello Spirito Santo un’attività, che pretendesse testimoniare Cristo e infondere nell’umanità il fermento della novità rigeneratrice, qualora non attingesse nell’umiltà e nella sublimità dell’orazione il segreto della sua certezza e della sua forza?

Vi diciamo queste cose, Figli carissimi, affinché sia sempre presente in voi il concetto della necessità, della priorità della preghiera, e affinché sappiate corrispondere all’invito solenne del Concilio Ecumenico, che tutti invita a ritornare alle acque pure e vitali della preghiera della Chiesa; voi sapete quale sforzo essa stia svolgendo per ridare al Popolo cristiano il senso e la capacità di pregare con essa, e con essa celebrare e vivere i suoi misteri di grazia e di presenza divina.

E questo vi diciamo affinché nel periodo del riposo estivo ciascuno di voi sappia trovare qualche momento di raccoglimento interiore, di fervore spirituale, di rinnovamento religioso. Al riposo delle consuete fatiche professionali sia congiunta una veglia spirituale: il tempo libero anche a questo deve servire.

E poiché la vostra visita a questa considerazione Ci ha condotto e questa raccomandazione Ci ha suggerita, confortiamo in voi il buon desiderio d’un risveglio spirituale con la Nostra Apostolica Benedizione.


Il Movimento dell’Azione Cattolica per l'Infanzia

Nous tenons à adresser maintenant un salut tout particulier aux membres de la deuxième Rencontre internationale du Mouvement «Cœurs Vaillants, Ames Vaillantes», qui s’est acquis tant de mérites aux yeux de l’Eglise, depuis 30 ans, dans le champ délicat et si important de l’apostolat auprès des enfants.

L’idée de base de votre Mouvement est celle-là même qui était si chère à Notre prédécesseur Pie XI: l’apostolat du semblable par le semblable. Vous avez pensé avec raison, chers Fils, que les apôtres des enfants seraient les enfants eux-mêmes, et vous revendiquez pour l’enfance une place originale et spécifique dans le cadre de l’Action Catholique. Par toute une série d’activités et de publications, et grâce au généreux dévouement de nombreux éducateurs - religieux, religieuses, responsables du Mouvement - vous visez à donner à l’enfant, dans le cadre d’une communauté enfantine à sa taille, une formation chrétienne solide, qui lui donne le désir et les moyens de devenir, lui aussi, un apôtre.

Cette initiative, née au cœur d’un prêtre de France bien digne d’être nommé ici, l’abbé Gaston Courtois, a reçu l’approbation et l’encouragement de la Hiérarchie. Le Concile lui-même, vous le savez, lui a donné une sorte de consécration officielle en proclamant solennellement que «les enfants ont aussi un apostolat propre à exercer: à la mesure de leurs possibilités, ils peuvent être de vivants témoins du Christ au milieu de leurs camarades» (Décret sur l’Apostolat des Laïcs, III, § 12).

Mais au delà des autorités de l’Eglise, Dieu lui-même n’a-t-il pas visiblement béni vos efforts, dont cette rencontre de délégués nationaux venus de plus de 30 Pays est aujourd’hui un couronnement si éloquent?

Poursuivez donc, chers Fils, et étendez toujours plus largement vos belles activités au service des âmes d’enfants, si chères au Sauveur et à son Eglise. Les enfants d’aujourd’hui, ce sont les hommes de demain. S’ils ont été, dès leur jeune âge, orientés vers l’apostolat par une formation appropriée, ils seront en mesure de fournir un jour à l’Eglise les militants, jeunes et adultes, dont elle a besoin pour poursuivre sa tâche d’évangélisation dans ce monde en pleine transformation.

Aussi est-ce de grand cœur, chers Fils, que l’Eglise vous félicite et vous remercie par Notre voix de ce que vous faites pour les plus petits d’entre vos frères (cfr. Matth. 25, 40). Et par Notre main elle vous bénit, vous, vos familles, vos collaborateurs, et tous les enfants auxquels vous donnez si généreusement le meilleur de vous-mêmes.

                                                             

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