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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 21 settembre 1966

 

I moventi, il fine, le speranze dell'Enciclica «Christi matri»

Diletti Figli e Figlie!

Non vi meraviglierete se facciamo tema di questo breve colloquio la Nostra recente Enciclica, che dalle prime parole s’intitola «Christi Matri», cioè: alla Madre di Cristo. Noi non vi faremo il commento a questo Nostro messaggio al mondo cattolico ed anche a quello profano, e nemmeno l’apologia d’un documento, che può facilmente essere compreso e giudicato da chiunque lo legga.

LA FORZA IMPETRATORIA DEL SANTO ROSARIO

Voi l’avete letto? Supponiamo che sì; ma Ci farete cosa grata se ne prenderete l’attenta visione, ch’esso Ci sembra meritare. Ora vogliamo soltanto farvi notare alcune semplici caratteristiche di questa Enciclica: che è breve, che è semplice, ch’è di tipo esortatorio, piuttosto che dottrinale, ch’è occasionale. L’occasione è duplice: il mese di ottobre, dalla pietà cattolica dedicato a quella forma di culto e di preghiera a Maria Santissima, che si chiama Rosario. Papa Leone XIII pubblicò diverse encicliche per onorare e per diffondere questo esercizio di devozione mariana; ed i Papi, che lo seguirono, ciascuno scrisse un’enciclica sullo stesso tema. Non volevamo essere Noi meno solleciti dei Nostri Predecessori, convinti come siamo che questa popolare maniera d’orazione, anche se non è propriamente liturgica e ufficiale, conserva tanti pregi, degni d’essere coltivati anche dalla spiritualità moderna: per il ritmo litanico con cui si svolge; per la tematica evangelica ch’essa presenta; per la fusione dell’espressione orale con la meditazione interiore, che la definisce; per la tradizione e per la diffusione, che la rende voce umile, sincera e corroborante del sentimento religioso della gente semplice e devota, e per l’efficacia impetratoria, che le è riconosciuta. Richiamare i fedeli alla recita del Rosario, ecco l’intenzione Nostra, a cui il prossimo mese d’ottobre offre occasione d’esprimersi.

IL VIAGGIO DEL PAPA ALL’O.N.U. E IL SUO ALTO SIGNIFICATO

L’altra occasione è la ricorrenza annuale del Nostro viaggio a New York, il 4 ottobre dello scorso anno. Nessuna solennità esteriore ebbe quel viaggio rapidissimo e brevissimo, salvo quella del gruppo di Cardinali al Nostro seguito, in rappresentanza del Concilio ecumenico, allora in via di celebrazione, e dell’intero mondo cattolico. Ma fu un viaggio singolare, che, nonostante l’umiltà della Nostra persona, assurse ad alto significato, come voi sapete, specialmente per aver Noi potuto invitare, in quel supremo consesso di Rappresentanti della maggior parte dei Popoli della terra, tutti gli uomini a escludere la guerra dai loro costumi, ad affermare la fratellanza umana universale, e a promuovere la pace, leale, stabile, feconda, mediante opere costruttive di comune benessere: condizione a tutto questo una profonda presa di coscienza dell’essere e del destino umano, auspice il senso e l’aiuto di Dio, nostro Padre. Questo avvenimento ebbe risononza nel mondo; e Noi ne ringraziamo il Signore, e ne diamo lode alle persone che lo promossero e lo compresero. Gli incontri, che Noi allora facemmo con Personaggi importanti, commossero il Nostro spirito, accrebbero in Noi la Nostra stima per loro, e Ci misero in cuore tante speranze per le buone fortune dell’umanità. Ecco perché abbiamo voluto commemorare l’anniversario, chiamando tutta la grande famiglia cristiana a ricordare con Noi, a pregare con Noi.

Ma tutto questo perché? Anche questo voi sapete: per la pace. Sì, ancora per la pace. È un tema ricorrente; ma sono i fatti, e quanto gravi, che lo rendono tale. Vale a dire che la pace ha sempre bisogno d’essere perseguita, difesa, promossa, sperata, costruita. La pace è l’equilibrio del mondo: un equilibrio altrettanto indispensabile, quanto oggi debole e oscillante. Si vive nell’ansia, si vive nel pericolo. È un gesto di maniera il Nostro grido d’allarme? Volesse Iddio che così fosse; ma chiunque ha qualche cognizione delle presenti condizioni del mondo non può non trepidare; non può non tremare. Vi è, proprio in questi giorni, chi parla con altissima autorità e competenza, non meno gravemente di Noi.

ELEMENTI DI GRANDE FIDUCIA LA PAROLA E LA PREGHIERA

E Noi, che cosa possiamo fare Noi per la pace! Questa domanda può intendersi come ricerca della valutazione pratica, reale, della Nostra ultima Enciclica. Può chiedere alcuno: a che serve? Occorrono ben altre cose: forze, potenza, denaro, propaganda, peso politico ed economico, gioco formidabile d’interessi, astuzie diplomatiche, gesti clamorosi, ecc., per ottenere qualche risultato nel campo internazionale, specialmente quando lo si voglia mettere d’accordo, svuotarlo dei suoi mille egoismi deformanti e paralizzanti, e convincerlo a perseguire con energica convinzione un bene comune. La Chiesa, il Papa, che può mai fare di positivo e di efficace?

Ebbene, senza rinunciare ad ogni altro tentativo a Noi consentito, rispondiamo, con la Nostra Enciclica alla mano: due cose. Due cose, che indicano, come si suol dire, la Nostra politica. Noi possiamo parlare e pregare. La parola: vale ancora qualche cosa nella storia contemporanea? Noi crediamo di sì: per il mistero di verità, ch’essa contiene e disvela; per la forza inerme e invincibile, di cui dispone, quando è libera, sincera, reale; per la fiducia, che Noi abbiamo negli uomini; sì, negli uomini del nostro tempo, che sono intelligenti, che sono pensosi, che possono ascoltare e capire, che sono, in fondo, sofferenti, e che cercano e attendono una parola di verità e di bontà, della quale Noi, ministri del Vangelo, crediamo d’essere depositari e profeti. Per questo parliamo. Parliamo con fede, che vorrebbe smuovere le montagne. Parliamo con amore, che si rivolge a tutti gli uomini, con assoluto Nostro disinteresse, e con appassionata ricerca del bene altrui, nella giustizia e nella fratellanza universale.

Poi preghiamo. È la seconda nota della Nostra «politica». L’Enciclica tutta lo dice. E siamo convinti che non è opera vana pregare! È la condizione per l’innesto della causalità misteriosa della Bontà divina nel circuito incerto e infermo della causalità umana. Noi abbiamo fiducia. E più l’abbiamo, se voi, Figli carissimi, pregate con Noi. L’abbiamo, se il coro delle voci infantili si unisce alla Nostra voce, stanca dagli anni e dagli affanni. L’abbiamo, se quella gemente e penetrante dei sofferenti rende meno indegna d’essere ascoltata dalla Misericordia divina l’implorazione della nostra umanità peccatrice.

Noi abbiamo fiducia. E vogliamo in voi confortare la vostra con la Nostra Benedizione Apostolica.

                                                            

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