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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 luglio 1967

 

«La Chiesa è nel mondo, non del mondo, ma per il mondo»

Diletti Figli e Figlie!

Noi dicevamo, nelle semplici parole dell’Udienza di mercoledì scorso, che tra la Chiesa e il mondo - il grande tema nel quale è sfociato il Concilio, e che ormai tutti deve interessare - vi sono difficoltà d’intesa molto serie e che sarebbe calcolo errato il pensare di risolverle col degradare la Chiesa, coi diluire le sue esigenze dottrinali e morali, con l’assimilare pensiero e costume della Chiesa a quelli del mondo, nell’intento di togliere quelle difficoltà, di abbreviare e annullare le distanze e di ringiovanire la Chiesa col farmaco della mondanità e della modalità d’un compiacente ed effimero storicismo. Perderebbe se stessa, Noi dicevamo, e non salverebbe il mondo.

Ma, riaffermata la necessità che la Chiesa, o meglio i fedeli della Chiesa, rimangano nella coscienza, nella dottrina, nella disciplina, coerenti al proprio essere marcatamente cristiano, non dobbiamo dimenticare il dovere nostro di avvicinare il mondo qual è. La Chiesa è, sì, essenzialmente un’istituzione a sé stante, che trae da se stessa le sue ragioni di vita, le sue energie spirituali, le sue norme d’azione; si ricordi San Paolo: «Che cosa ha a che fare il fedele con l’infedele»? (2 Cor. 6, 13); ma la Chiesa non è un «ghetto», non è una società chiusa, non è un ente che bada solo a se stesso, che si isola assolutamente dall’ambiente umano in cui si trova: un ente che non possiede il senso storico del divenire e del moltiplicarsi delle forme culturali; che si contenta di rapporti occasionali e inevitabili col mondo.

LA CHIESA È IMMERSA NELLA SOCIETÀ UMANA

La Chiesa è nel mondo, non del mondo, ma per il mondo.

La Chiesa non prescinde da questo dato di fatto fondamenta!e; che essa è immersa nella società umana, la quale, esistenzialmente parlando, la precede, la condiziona, la alimenta; e ciò costituisce, a bene osservare, un rapporto degnissimo e fecondissimo fra la Chiesa e il mondo. Sarà sul filo di questo rapporto che la Chiesa tesserà la sua prima trama col mondo; ella non sarà mai antisociale, antistatale, anticulturale e, aggiungiamo pure, antimoderna; la Chiesa non sarà mai forestiera là dove mette radice, perché la Chiesa sorge dall’umanità; è l’umanità stessa elevata ad un grado superiore di vita nuova. La Chiesa non è perciò rivoluzionaria; riformatrice, sì, rinnovatrice, sì; ma non mai capace di odiare e di uccidere. È il caso di applicare a questo nativo rapporto la parola dell’Apostolo: «Nessuno mai ha avuto in odio la propria carne» (Eph. 5, 29). Così la Chiesa rispetto al mondo.

Bisogna conoscere i testi del Concilio a questo riguardo. Eccone uno di densità biblica e di vigore classico: «La Chiesa, procedendo dall’amore dell’eterno Padre, fondata nel tempo da Cristo Redentore, radunata nello Spirito Santo, ha una finalità salvifica ed escatologica, che non può essere raggiunta pienamente, se non nel mondo futuro. Essa poi è già presente qui sulla terra ed è composta da uomini, i quali appunto sono i membri della Città terrena, chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore» (Gaudium et spes, 40).

GIÀ NEL TEMPO LA FAMIGLIA DEI FIGLI DI DIO

Ma allora, si chiederà, dov’è la novità del Concilio? La novità, già più volte si disse, consiste nel risveglio che mette in cuore alla Chiesa il desiderio di riavvicinare la società, il mondo, che, per certe sue enormi e formidabili trasformazioni, s’è allontanato da lei. Un desiderio amoroso, un desiderio missionario, un desiderio apostolico. Questo desiderio, da un lato, deve rinsaldare nella Chiesa la coscienza di sé, la sua interiore fedeltà; dall’altro spinge la Chiesa a rincorrere il mondo, a riavvicinarsi al mondo, a comprenderlo, a servirlo, a rigenerarlo cristianamente.

Una nuova pedagogia pastorale guida le ansie e i passi della Chiesa. «Oggi la Chiesa (questa è la grande novità) - leggiamo in questi giorni - parla al mondo, parla ai popoli di tutt’altre tradizioni, di tutt’altra formazione mentale», che non quella così detta occidentale, latino-germanica. Ma, prosegue lo scritto: «Vi sono in lei (nella Chiesa) ad ogni momento della sua storia infinite forze preziose per tale azione; un San Benedetto, un San Francesco d’Assisi, sono aspetti dei valori universali della Chiesa. Siamo in molti a pensare che nulla debba essere toccato della fede in Dio . . . Si badi che il mondo non chiede una Chiesa accomodante; il venire incontro alle passioni, ai vizi del mondo le sottrarrebbe anzi prestigio» (Jemolo).

L'IMPEGNO DI CIASCUN CRISTIANO ALL'APOSTOLATO

Questo problema delle relazioni fra Chiesa e mondo, voi lo sapete, viene oggi ad incidere nella coscienza di ogni fedele della Chiesa, con la formulazione d’un principio, che il Concilio parimente ha messo in evidenza, il principio dell’impegno, che urge su ciascun cristiano di interessarsi dell’apostolato, di qualche forma di apostolato, in modo tale che nessun membro della Chiesa sia inerte, nessuno sia ozioso, nessuno sia passivo. E qui fermiamo il il Nostro discorso con un’affettuosa esortazione, che Noi paternamente rivolgiamo a ciascuno di voi: tu, devi essere consapevole di questo dovere, di questa chiamata, di questo onore, che non tanto la Chiesa, quanto il Signore stesso ti offre. Ricordi le sue parole, nella celebre parabola dei vignaiuoli: «Perché state qui tutto il giorno senza far nulla? . . . Andate anche voi nella mia vigna» (Matth. 20, 6-7).

Sì, Figliuoli carissimi! Vi è tanto da lavorare nella vigna della Chiesa! Noi ve lo possiamo ben dire con cognizione di causa. Perché non verreste a dare una mano? Avreste, come prima ricompensa, la Nostra Benedizione Apostolica.

                                               

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