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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 19
giugno 1968
Consolanti risultati della celebrazione di mirabile centenario
«LA VOSTRA FEDE SIA VIVA»
Diletti Figli e Figlie!
Come sapete, si conclude alla fine di questo mese l’«Anno della Fede», l’anno
che abbiamo dedicato alla memoria del XIX centenario del martirio dei santi
Apostoli Pietro e Paolo, per onorare non solo la loro memoria, ma rinsaldare il
nostro impegno verso l’eredità, che essi, con la parola e col sangue, ci hanno
lasciata, la nostra fede. Resterebbero a Noi ancora molte molte cose da dire su
tale tema, di cui in queste udienze settimanali abbiamo detto qualche fugace
parola. Ne aggiungeremo ancora una, in forma di esortazione, la più ovvia che si
possa fare al riguardo: procurate che la vostra fede sia viva.
Questa raccomandazione fa sorgere una domanda: vi può essere una fede morta?
Sì, purtroppo; vi può essere una fede morta. Ed è chiaro che la negazione della
fede, sia oggettivamente quando sono negate o deliberatamente alterate le
verità, che per fede dobbiamo ritenere, ovvero soggettivamente quando
coscientemente e volontariamente viene meno la nostra adesione al nostro credo,
spegne la fede e con essa la luce vitale e soprannaturale della divina
rivelazione nelle nostre anime. Ma vi è un altro grado negativo rispetto alla
vitalità della fede, ed è quello che priva la fede stessa del suo congenito
sviluppo, la carità, la grazia: il peccato, che toglie la grazia all’anima, può
lasciare sopravvivere la fede, ma inefficiente rispetto alla vera comunione con
Dio, come in letargo. Ricordate le parole di S. Paolo: «Fides quae per
caritatem operatur», la fede operante per mezzo della carità (Gal. 5,
6).
I teologi dicono che la carità è il complemento della fede, cioè la sua piena
qualificazione, che la determina e la dirige efficacemente al suo fine, che è
Dio cercato, voluto, amato, posseduto mediante l’amore; così che «la carità è
detta forma della fede, in quanto mediante la carità l’atto di fede si integra e
si compie» (S. Th. II-II, 4, 3). E vi è un terzo grado negativo, che
paralizza e isterilisce la fede, ed è la mancata sua espressione morale, la sua
professione operativa, la esplicazione nelle opere. È l’apostolo San Giacomo che
ce lo ricorda, quasi in tacita polemica con la tesi della sufficienza della sola
fede alla nostra salvezza: «La fede, senza le opere, è morta» (Jac. 2,
20).
È NECESSARIA UNA, CONOSCENZA SERIA E ORGANICA
Poi vi sarebbe la lunga serie delle mancanze che possono offendere la fede e
toglierle quella vitalità che deve esserle riconosciuta e conferita. Non ne
faremo qui l’elenco, ma inviteremo le nostre coscienze ad esaminarsi su alcuni
punti deboli caratteristici nel campo della fede. Il primo è l’ignoranza. Il
battesimo ci ha infuso la virtù della fede, cioè la capacità di possederla e di
professarla con riferimento alla nostra salvezza e con merito soprannaturale; ma
è chiaro che una virtù si atrofizza, se non è esercitata secondo le possibilità;
ed il primo esercizio è la conoscenza delle verità, che formano l’oggetto della
fede. Questa conoscenza può avere fasi diverse, che si possono così
classificare: dall’accettazione dell’annuncio del messaggio cristiano, il
cosiddetto «kerigma», al suo naturale sviluppo nella catechesi, e quindi
all’approfondimento teologico e alla contemplazione. Ciò che occorre notare ai
nostri fini pratici è la necessità d’una conoscenza seria e organica della fede;
ciò che purtroppo manca a moltissimi, sia cattolici, che no; cosa questa
intollerabile in una società, in cui la coltura ha un posto preminente e in cui
la facilità d’informazione è, si può dire, alla portata di tutti. È doloroso
invece notare che manca generalmente alla nostra gente una conoscenza, anche
modesta, ma chiara e coerente; il catechismo parrocchiale è quasi generalmente
disertato: non sempre purtroppo l’insegnamento religioso nelle scuole raggiunge
i suoi scopi, primo fra tutti quello di infondere negli alunni la convinzione
ragionata che la religione è la scienza fondamentale della vita; il libro di
coltura religiosa è spesso negletto, e spesso introvabile; così che la
conoscenza della nostra fede è imperfetta, manchevole, labile ed esposta alle
obbiezioni correnti, che trovano nella diffusa ignoranza facile presa. Noi
rispondiamo: ne ignorata damnetur, che la nostra fede non sia respinta
perché ignorata (cfr. C. Colombo, La cultura teol. del Clero e del Laicato,
relaz. alla C.E.I., 1967).
UNA PROFESSIONE FRANCA CHE GUIDA L'AZIONE
Altro punto è il famoso «rispetto umano», cioè la reticenza o la vergogna o
la paura relativa alla professione della propria fede. Non parliamo della
discrezione o del ritegno che in una società pluralistica e profana come la
nostra trattengono ovviamente da manifestazioni d’indole religiosa di fronte ad
altri. Parliamo della debolezza, della sconfessione circa le proprie idee
religiose per timore del ridicolo, della critica, o della reazione altrui. È il
fallo triste e celebre di S. Pietro nella notte della cattura di Gesù. È la
mancanza frequente nei ragazzi, nei giovani, negli opportunisti, nelle persone
prive di carattere e di coraggio. È la causa, forse principale, dell’abbandono
della fede per chi si uniforma all’ambiente nuovo in cui viene a trovarsi.
Dovremmo dire, a questo riguardo, della forza dell’ambiente, di cui uno
subisce l’integrazione e che impone a masse intere di gente di pensare e di
agire secondo la moda, secondo la corrente dominante dell’opinione pubblica,
secondo forme ideologiche soverchianti, che si diffondono talora come epidemie
irresistibili. L’ambiente, fattore importantissimo per la formazione della
personalità, s’impone spesso come un’esigenza conformista che la domina. Il
conformismo sociale è una delle forze che sostiene, in certi casi, che soffoca,
in certi altri, il sentimento e la pratica religiosa (cfr. J. Leclercq,
Croire en J. C., Castermann, 1967, p. 105, ss.). Un altro punto meriterebbe
d’essere espressamente rilevato; quello cioè che unisce la fede alla vita; alla
vita di pensiero, alla vita di azione, alla vita di sentimento, alla vita
spirituale e a quella temporale. È questo un punto della massima importanza. Se
ne parla sempre: iustus ex fide vivit (Gal. 3, 11); il cristiano,
possiamo tradurre, vive di fede, secondo la propria fede; essa è un principio,
una norma, una forza della vita cristiana. Vivere con la fede, e non di fede,
non basta; anzi questa concomitanza può ritorcersi in una grave responsabilità e
in un’accusa: il mondo spesso la lancia verso l’uomo che si dice cristiano e non
vive da cristiano. Pensiamoci bene.
INCONTRO PERSONALE CON IL DIVINO MAESTRO
Fermiamoci qui; e ancora chiediamo a noi stessi: come faremo ad avere una
fede viva? Possiamo dire che la fiducia nel magistero della Chiesa, l’amore
all’ortodossia delle idee sulla fede, la pratica religiosa metodica e saggia,
l’esempio dei cristiani buoni e coraggiosi, la pratica personale o collettiva di
qualche opera d’apostolato ci aiuteranno a tenere accesa e vitale la nostra
fede. E due osservazioni dovremo tenere presenti: la prima ci avverte che la
fede deve essere per noi un fatto personale, un atto cosciente, voluto,
profondo; questo elemento soggettivo della fede è oggi importantissimo; è sempre
stato necessario, perché fa parte dell’atto autentico di fede, ma spesso era ed
è sostituito dalla tradizione, dal clima storico, dal costume collettivo; oggi è
indispensabile. Ciascuno deve esprimere in se stesso con grande consapevolezza e
grande energia la propria fede. E la seconda ci ricorda che la fede ha il suo
punto focale in Gesù Cristo (cfr. Eph. 3, 17; S. Th. II-II, 16, 1,
1; III, 62, 6); essa è un incontro, potremmo dire, personale con Lui. Lui è il
Maestro. Lui è il vertice della rivelazione. Lui è il centro che in Sé riunisce
e che da Sé irradia tutte le verità religiose necessarie alla nostra salvezza.
Da Lui assume autorità la Chiesa docente. In Lui la nostra fede trova gaudio e
sicurezza, trova la vita. Così sia per voi tutti, con la Nostra Benedizione
Apostolica.
I singolari meriti della Guardia di Finanza
All'ingente gruppo di militi e dell’associazione aderente, Sua Santità
rivolge un breve affettuoso Discorso, rilevando anzitutto l’ufficio del Corpo
della Guardia di Finanza a vantaggio della società e il valore del sacrificio
dei suoi componenti perché siano tutelate le leggi dello Stato destinate a
difendere le risorse della comunità.
Un vivo elogio il Santo Padre formula per i finanzieri, giacché essi hanno un
alto senso dell’interesse nazionale, una coscienza sincera della Patria che
vogliono servire in un settore tanto delicato e tanto importante. È proprio lo
spirito con cui esercitano questo servizio - osserva Sua Santità - che dà valore
alle loro azioni, anche se qualche volta risulta rischioso. Essi svolgono il
loro servizio con disinteresse e con fedeltà, con la coscienza di fare qualche
cosa di molto utile per il bene comune. Tutto ciò nobilita e impreziosisce tale
attività, alla quale il Santo Padre intende, con il cordiale incontro, rendere
un particolare omaggio.
I Finanzieri, si sa, svolgono in ogni caso la loro missione con quella fede
che è stata infusa nell’animo anzitutto dalle famiglie, dalle parrocchie, poi
dalle scuole di formazione particolare. Si rivela, quindi, oltremodo valida per
il delicato lavoro a servizio dello Stato. Tale nobiltà di spirito non abbandona
mai i Finanzieri nella loro costante e spesso ingrata fatica.
L’Augusto Pontefice desidera aggiungere il suo paterno saluto agli Ufficiali,
al Cappellano, alle Guardie e infine anche ai Finanzieri in congedo, i quali
portano nell’animo l’intenso amore alla Patria, la prontezza nel servizio,
l’obbedienza alle leggi che regolano la vita pubblica. Voi - soggiunge il Papa -
conoscete la società in cui viviamo: è buona, è di grandi tradizioni, è bella, è
in pieno sviluppo, ha davanti a sé un grande avvenire anche nel concerto delle
altre nazioni, ma ha pure bisogno che i suoi cittadini siano forti, onesti,
bravi e fedeli, soprattutto esemplari cristiani e degni italiani.
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