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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 gennaio 1970

 

La Chiesa è un'obbedienza liberatrice

Diletti Figli e Figlie!

Noi andiamo cercando, in questi anni dopo il Concilio, lo stile della nostra vita morale, l’arte nuova della nostra attività in ordine alla nostra fede, il modo con cui interpretare nella pratica la nostra professione cristiana. E tutti avvertiamo, primo, che la Chiesa, la teologia circa la Chiesa, deve esercitare un influsso preminente nella nostra concezione religiosa, e che dalla dottrina della Chiesa, dall’idea che noi ci facciamo della Chiesa deve dipendere grande parte della nostra condotta e della nostra religiosità. La Chiesa deve dare l’impronta caratteristica nuova alla nostra adesione al cristianesimo. Quello che il Concilio ci ha insegnato sulla Chiesa investe la forma della nostra moralità.
Secondo. Noi avvertiamo che il Concilio ha sviluppato l’insegnamento della Chiesa su diversi aspetti della vita umana, dai quali la persona risulta esaltata, ingrandita, affrancata, collocata in un certo senso al centro del sistema dottrinale e pratico della religione cristiana. Il Concilio parla di vocazione, di coscienza, di libertà, di responsabilità, di perfezione dell’uomo. L’antropologia viene innalzata e nobilitata, non certo a discapito della teologia e della cristologia; ché anzi da queste altre dottrine essa deriva la sua luce e la sua consistenza; ma certo è che l’uomo esce gigante dal Concilio, e capace di misurare vittoriosamente la sua statura e la sua efficienza con quelle che l’umanesimo profano contemporaneo attribuisce al suo tipo idolatrico di uomo pensante, operante, trafficante, gaudente, sofferente del mondo moderno.
Se così ci appare, in sintesi estremamente semplificatrice, ma esatta, l’insegnamento morale del Concilio, Noi osiamo offrire alla vostra riflessione una formula: la Chiesa è un’obbedienza, un’obbedienza liberatrice. Una formula paradossale, a prima vista poco attraente. Ma esaminatela un po’: un’obbedienza liberatrice.

PONTE TRA DIO E L'UMANITÀ

Che la Chiesa sia un’obbedienza, nel senso generale di questo termine, è chiaro. Sappiamo che la Chiesa è una società, è una comunione, è un Popolo organizzato e governato pastoralmente: tutto ciò implica un’adesione qualificata? un’obbedienza. Questo sul piano, come ora si dice, orizzontale. Tanto più si deve dire sul piano verticale. La Chiesa è segno, il sacramento, il ponte tra Dio e l’umanità; tra Dio che proietta la luce della sua rivelazione sopra l’umanità, che, entrando, mediante la fede, nel cono di quella luce, rivive alla grazia, acquista un nuovo principio di vita, ed è chiamata ed aiutata a vivere in forma soprannaturale. Cioè la Chiesa, tramite Cristo, è un rapporto ben determinato con Dio. La volontà di Dio, la nuova sua volontà a riguardo dell’uomo, la carità, diventa un rapporto assai esigente. Al « fiat » divino, che instaura l’economia della salvezza, deve rispondere il «fiat» umano, che accetta di entrare in tale sublimante economia. Maria insegna: «Sia fatto di me secondo la tua parola» (la parola dell’angelo annunciatore) (Luc. 1, 38). Gesù insegna: «Non chiunque mi dice: Signore! Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli» (Matth. 7, 21). Fare la volontà del Padre è la condizione, è la norma; l’obbedienza è la virtù morale fondamentale che fonda le nostre relazioni con Cristo e con Dio: la Chiesa le instaura, e ci apre le labbra a ripetere la preghiera evangelica: fiat voluntas Tua.

LA REGOLA DELLA FEDE

E la dimostrazione che l’obbedienza sia legge costituzionale della Chiesa, reperibile in ogni catechismo ed in ogni libro di spiritualità e di socialità cattolica, si documenta con innumerevoli testi, anche quando l’obbedienza è considerata come virtù particolare, cioè come sottomissione di uomini ad altri uomini, nell’esercizio dell’autorità; perché, come in ogni società, l’autorità esiste, l’autorità è indispensabile; con questo duplice carattere: che l’autorità nella Chiesa non sorge dalla base, né, per sé, dal numero, ma deriva dall’originaria e immutabile istituzione di Cristo, come tutti sanno; e che l’autorità nella Chiesa ha per oggetto non solo le azioni esterne di chi ne accetta la guida, ma, in una certa misura, anche alcune e non piccole azioni interne, come, ad esempio, la regola della fede: libera l’adesione alla fede, ma poi vincolante la norma della fede stessa, norma di cui la Chiesa è garante e tutrice. Dice S. Paolo: «. . . le armi della nostra milizia sono . . . potenti in Dio . . . distruggendo noi i falsi ragionamenti . . . e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo; potendo noi anche punire ogni disobbedienza, quando la vostra obbedienza non sia completa» (2 Cor. 10, 5-6). Così l’Apostolo della libertà: «di quella libertà, egli dice, con cui Cristo ci ha liberati» (Gal. 4, 31); «perché, egli ripete ai primi cristiani, voi siete chiamati a libertà . . .» (Ibid. 5. 13).
Donde la domanda: come si spiega questo doppio linguaggio? quale è il significato di queste parole: obbedienza e libertà? Quale il loro valore pratico? E veramente qui si dovrebbe fare una lezione esegetica, cioè di chiarimento dei termini scritturali, che ora ci interessano, e specialmente su due, che nei testi biblici hanno sensi diversi, quelli di legge e di libertà.
Ma per ora a Noi basta notare come la formula, che vi abbiamo enunciato: la Chiesa è un’obbedienza liberatrice, non includa contraddizione. Come l’essere associati ad un ordine costituisce la liberazione da un ordine diverso, e, nel caso umano, da un disordine, e quanto grave e fatale, così l’appartenere all’ordine della Chiesa esige, sì, un’adesione di cosciente e virile uniformità, ma nello stesso tempo conferisce una liberazione dalle catene più pesanti: quelle dell’ignoranza su Dio e sul nostro destino, del peccato, della solitudine, della caducità e della morte; liberazione che mette in azione intensiva, libera e responsabile le facoltà dell’uomo: intelligenza, volontà ed anche ogni ricchezza della sua psiche e della sua capacità autoformatrice, e quindi la sua abilità espressiva nella sfera del bene, della giustizia, dell’amore e dell’arte.

GUARDARSI DALLA STANCHEZZA DELLA VERITÀ

Tutto sta a comprendere veramente che cosa è la Chiesa, qual è l’educazione ch’ella ci vuol dare, qual è la fortuna d’esserle figli, qual è l’esigenza d’esserle fedeli.
Grande tentazione della nostra generazione è quella della stanchezza della verità, che abbiamo il dono di possedere. Molti, che sentono la gravità e l’utilità dei cambiamenti registrati nel campo scientifico, strumentale e sociale, perdono la fiducia nel pensiero speculativo, nella tradizione, nel magistero della Chiesa; diffidano della dottrina cattolica; pensano di affrancarsi dal suo carattere dogmatico; non vorrebbero più definizioni per tutti e per sempre vincolanti; si illudono di ritrovare un’altra libertà, non più apprezzando quella di cui godono, alterando i termini della dottrina sancita dalla Chiesa, o dandovi un’arbitraria e nuova interpretazione, con sfoggio d’erudizione ed ancor più d’insofferenza psicologica, e sognano forse di modellare un tipo nuovo di Chiesa, che risponda alle loro intenzioni, nobili ed alte talvolta, ma non più autentico, quale Cristo la volle e nella esperienza storica sviluppò e maturò. Succede allora che l’obbedienza si allenta, e con essa la libertà, caratteristica del fedele credente ed operante nella, con la, e per la Chiesa, parimente decresce ed è sostituita dall’inavvertito ossequio ad altre obbedienze, che possono diventare pesanti e contrarie alla vera libertà del figlio della Chiesa.
Newman, il grande Newman, alla conclusione della sua famosa apologia pro vita sua, ci dice della sua pace nella sua adesione alla Chiesa cattolica: esempio da ricordare.
Vi conforti tutti nella vostra fedeltà la Nostra Apostolica Benedizione.

                      

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