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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 22 luglio 1970
L'uomo contemporaneo alla ricerca di Dio
Parliamo un momento di Dio. O meglio, parliamo di noi stessi di fronte alla
grande questione di Dio. Noi vi invitiamo a questo atto fondamentale per il
nostro pensiero, e di conseguenza per la nostra vita morale, per la nostra vita
vissuta. È una questione permanente, di tutti i tempi, di tutti gli uomini; ma
oggi per tutti è più urgente. Ciascuno s’interroghi: che cosa penso io di Dio?
La risposta può essere molteplice; e la possiamo classificare in tre categorie
di uomini del nostro tempo: la categoria di quelli che aderiscono alla
religione, e accettano senza discutere, e forse senza riflettere, senza
avvertire le vertigini, l’ebbrezza, la felicità d’un tale nome, senza
approfondire quel senso vago, ma sempre profondo, che quel nome misterioso e
potente produce, o dovrebbe produrre nel nostro spirito; ovvero la categoria di
quelli che dubitano, di quelli per cui il nome di Dio è avvolto in una nebbia di
incertezza, di dubbi, di insoddisfazione; e perciò preferiscono o non pensarvi
più, o non aderirvi più, abbandonandosi ad uno scetticismo pratico, pseudo
superiore, comodo apparentemente ed elegante, di moda specialmente nella
gioventù che si avvia a studi scientifici, nei quali la certezza razionale
diventa unico metro di verità; oppure la categoria dei negatori del nome,
dell’idea, della realtà di Dio, sia con atteggiamento di semplice, ma cosciente
rifiuto, e sono gli atei; sia con atteggiamento di ribellione, e sono gli
antiteisti, i nemici dichiarati, nella teoria e nella pratica, di Dio.
LA RAGIONE E LA FEDE
Se cerchiamo un comune denominatore di queste sommarie categorie, possiamo
forse identificarlo in una diversa e più o meno convinta sfiducia:
l’impossibilità di conoscere Dio. Qualcuno è arrivato al punto di proclamare «la
morte di Dio»; e forse, in alcuni, senza cattiva intenzione, perché questa
negazione, dall’accento blasfemo e sacrilego, voleva riferirsi ai concetti
falsi, incompleti, insostenibili di Dio, cioè agli idoli che tanto spesso gli
uomini, in mentalità arretrate ed empiriche, in civiltà che chiamiamo pagane, in
periodi storici di superstizioni superate, in espressioni filosofiche
inaccettabili, propongono alla propria religiosità, o alla propria mentalità. In
altri, questa divorante tentazione di sfiducia nella possibilità di conoscere
Dio voleva essere un riconoscimento purtroppo agnostico della sua ineffabilità,
della assoluta, e quindi irraggiungibile, sua trascendenza, della sua
incomprensibilità; voleva essere quasi un atto di umiltà davanti al mistero
infinito dell’Essere divino.
Ma più spesso, oggi, il modo di pensare non filosofico, ma esclusivamente
scientifico, non rende facile all’uomo uscire dalla sfera sperimentale, e salire
alla sfera della razionalità metafisica, e lo arresta alla conoscenza delle
realtà che sembrano sole positive e utili a scopi tecnici, sociali, temporali;
la mente umana si rassegna, anzi si compiace di ammettere questa impossibilità
della conquista d’una vera conoscenza di Dio. Avete mai fatto
dell’alpinismo? Quattro giovanotti sono una sera intorno al fuoco, in un paese
di montagna, e parlano delle cime dei monti che circondano il paesaggio.
Naturalmente si pone l’audace progetto di una scalata; una scalata nuova, non
mai da altri tentata, audacissima, e perciò attraentissima. Uno dice: si deve
potere; l’altro aggiunge: certamente, si può; il terzo soggiunge: sì, ma occorre
osservare alcune condizioni; il quarto domanda: quali? E la discussione procede,
e termina in una comune risoluzione: la sfida alla vetta. L’alpinismo è fatto
così. E così anche la teologia, la religione, la conquista della conoscenza di
Dio.
Noi, figli della Chiesa, affermiamo: è possibile conoscere Dio. Per due vie
maestre: la ragione e la fede. La sola ragione è forse una via valida per
arrivare alla conoscenza di Dio? Valida, sì, anche se non del tutto sufficiente.
Valida, purché ne siano rispettate le esigenze costitutive; cioè basta
impiegarla come si deve. Questa è la prima condizione. E queste esigenze non
sono poi così ardue da superare le forze normali del pensiero; esse non sono
difformi da quelle del «senso comune» (Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, Le sens commun.).
E si può anche osservare, di passaggio, che non è solo la scienza su Dio, la
teodicea, a fare ricorso alle medesime esigenze della ragione, ma anche le
scienze sperimentali e positive, le quali parimente in tanto sono intellegibili
e autorevoli in quanto impiegano anch’esse, secondo la natura dei loro studi, i
medesimi principi razionali, come la ragion d’essere, la finalità, la causalità,
ecc. Noi, figli della Chiesa, spesso accusati di oscurantismo, siamo invece
ottimisti circa la capacità del pensiero umano a risolvere, in certa misura,
s’intende, il suo massimo problema, quello della verità, e della Verità suprema,
che è Dio. Se non bastasse la testimonianza della sapienza dei secoli e dei
grandi pensatori, quella della Sacra Scrittura, e quella della nostra coscienza
e della nostra esperienza, noi possiamo essere grati al Concilio Vaticano I
d’aver difeso la ragione umana e di averci dato, a questo proposito, un
insegnamento sicuro, pieno di chiarezza, di conforto di nobiltà (Cfr. DENZ.-SCH.
3016).
IL CREATORE E LE CREATURE
Ma bisogna fare attenzione ad una distinzione fondamentale in questa
questione della conoscibilità di Dio. Un conto è affermare che Dio esiste, e un
altro è dire Chi Egli sia. L’esistenza di Dio la possiamo conoscere con
certezza, la natura invece di Dio ci è misteriosa, e ciò che noi possiamo
intravedere di Lui è per via di analogia, per via di negazione, per via di
esaltazione di ciò che noi conosciamo delle cose che non sono Dio: il loro
essere limitato ci serve per intuire qualche cosa di ciò che può essere detto
delle sue perfezioni infinite; ed il magistero della Chiesa ci ammonisce che
«fra il Creatore e la creatura non si può notare tanto somiglianza, quanto sia
piuttosto da notare la dissomiglianza». Così il Concilio Lateranense IV (DENZ-SCH.,
806-532). Dio rimane mistero.
Ma un mistero positivo, che attrae dalle nostre incipienti nozioni a sempre
successive e interminabili investigazioni e scoperte. La nostra conoscenza di
Dio è una finestra su la luce del cielo, un cielo infinito. Ma esigenza
intrinseca del pensiero, principio assoluto dell’essere: Egli è. «Io sono, Egli
si definisce, Colui che sono» (Ex. 3, 14). Che se alla testimonianza
della ragione noi uniremo quella della fede, la nostra conoscenza di Dio
diventerà meravigliosa. «Nessuno, dice il Vangelo, ha mai visto Dio, ma il
Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Egli ce lo ha manifestato» (Io.
1, 18). E avremo per specchio di Dio Padre il volto stesso di Cristo, Figlio di
Dio e figlio dell’uomo: «Chi vede me, Egli ci dirà, vede il Padre» (Io.
14, 9); Cristo, ancor più che Maestro, è immagine; ce lo annuncia San Paolo:
«Egli è l’immagine del Dio invisibile» (Col. 1, 15). Così che per
conoscere Dio abbiamo una Via, in cui tutte le altre - se pur altre vi sono -
confluiscono, tutte si collaudano, si rettificano e si convalidano: Egli è la
Via, la Verità e la Vita (Io. 14, 6).
«EGLI È VICINO»
Noi dobbiamo superare la tentazione, tanto forte ai nostri giorni, di
ritenere impossibile una conoscenza di Dio, adeguata alla nostra maturità
culturale, e rispondente ai nostri bisogni esistenziali e ai nostri doveri
spirituali. Sarebbe pigrizia, sarebbe viltà, sarebbe cecità. Dobbiamo invece
cercare. Cercare nel libro della creazione (Rom. 1, 20); cercare nello
studio della Parola di Dio; cercare alla scuola della Chiesa, Madre e Maestra;
cercare nella profondità della propria coscienza . . . Cercare Dio, cercarlo
sempre. Sappiate: Egli è vicino (Cfr. Is. 55, 6). A voi la Nostra
esortatrice Benedizione.
La «Casa Divin Maestro»
Un paterno saluto rivolgiamo ora al folto gruppo di laici professionisti,
convenuti ad Ariccia presso la « Casa Divin Maestro » per una settimana di
studio, a conclusione del corso annuale di teologia per corrispondenza, promosso
dal Centro «Ut unum sint». Ecco un’iniziativa che raccoglie la Nostra aperta
lode e il Nostro vivissimo incoraggiamento, diretta com’è a promuovere lo studio
approfondito della nostra religione in mezzo a un ceto di persone così
qualificate e volenterose. Vi esprimiamo tutta la Nostra gratitudine, Figli
carissimi, per il grande conforto che ci procurate col vostro impegno e con la
vostra presenza. Dal vostro studio avrete senza dubbio compreso che la fede
cristiana non mortifica affatto l’intelligenza, ma, al contrario, le apre
orizzonti nuovi e le dona la chiave per rispondere alle ragioni più profonde
della nostra esistenza. Ciò, tuttavia, non rimanga in voi circoscritto nella
sfera della conoscenza, ma alimenti il vostro spirito e penetri il vostro modo
di pensare e di agire, aiutandovi a diventare cristiani maturi, autentici,
coerenti. Vi diremo di più: sappiate donare agli altri le ricchezze che avete
scoperto, diventando apostoli, secondo il dovere che il Concilio ha tratteggiato
per tutti i laici cristiani, affinché vivano la propria vocazione configurati a
Cristo, a servizio dei propri fratelli. È in questo senso che Noi formuliamo
l’augurio per il pieno successo del vostro Corso e impartiamo a tutti la
propiziatrice Apostolica Benedizione.
«Generazione Nuova»
Dalla vicina Rocca di Papa, ove partecipano al loro annuale congresso, sono
venute a questa Udienza le cinquecento dirigenti del movimento «Gen» femminile,
appartenenti a vari Paesi di Europa, dell’Asia e dell’America. È veramente la
vostra una presenza che dice chiaramente come il movimento si sia ormai diffuso
tra la gioventù di tutti i continenti, grazie allo slancio che ne anima la
spiritualità comunitaria, all’entusiasmo che sa suscitare, al servizio per la
Chiesa e per il mondo che alimenta nei suoi appartenenti. «Gen» significa
generazione nuova, non è vero? Ci pare che questa parola faccia eco fedele alle
consegne che il Concilio Vaticano II ha dato ai giovani, chiamandoli a
impegnarsi in tutti i settori della vita della Chiesa e del mondo in
collaborazione con la Gerarchia; questa parola sembra a Noi la risposta alle
parole rivolte dai Padri Conciliari ai giovani:
«La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore . . . Essa possiede ciò che fa
la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che
comincia, di darsi con generosità, di rinnovarsi e ripartire per nuove
conquiste. Guardatela e troverete in lei il volto di Cristo, il vero eroe, umile
e saggio, il profeta della verità e dell’amore, il compagno ed amico dei
giovani». Carissime dirigenti! Sappiate accendere nel cuore delle altre
giovani questo amore gioioso a Cristo e alla Chiesa, fate capire che solo nel
cristianesimo vissuto con coerenza e fedeltà, come sanno fare i giovani, sta la
salvezza della società e il pieno sviluppo della propria personalità, non
destinata a ripiegarsi su se stessa, ma a pensare e a donarsi agli altri.
Generazione nuova per una umanità nuova! È questo il Nostro augurio, che
accompagniamo con l’Apostolica Benedizione.
Pellegrini di Barcellona
Un especial saludo a los peregrinos de Barcelona; a vosotros, amadísimos
hijos, que formáis parte de la Obra «Orientación Católica Profesional del
Dependiente». Habéis querido visitarnos al cumplirse el veinticinco aniversario
de la fundacion de tan benemérita institución. La promoción que procuráis a
los trabajadores de la Industria y del Comercio goza de la estima y confianza
del pueblo. Vuestros servicios se extienden a millares de personas por medio de
comedores, cooperativas, escuelas, patronatos y publicaciones. Con paterno
afecto os felicitamos por tanto bien realizado y os alentamos a continuar el
camino en la fidelidad a la dottrina social de la Iglesia y con alto sentido de
caridad y de justicia. A vosotros y a vuestras familias, a todos los demás
Asociados y beneficiarios de vuestras actividades, a Barcelona entera, va
Nuestra especial Bendición Apostólica.
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