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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 novembre 1971

 

La Chiesa società religiosa comunità libera e responsabile

Ora che il Sinodo dei Vescovi è finito Noi ci rimettiamo nella posizione mentale di chi guarda la Chiesa dal di fuori e ne vede gli aspetti più apparenti, offerti all’osservazione di tutti; e, dopo aver sentito tanto parlare della Chiesa, si chiede: ma insomma, che cosa è questa Chiesa? questo fenomeno storico, umano, religioso, che cosa è? La curiosità si rivolgerebbe volentieri al Sinodo, anzi piuttosto alle questioni trattate dal Sinodo, delle quali il pubblico ha avuto notizia e sulle quali vorrebbe avere qualche informazione conclusiva. Lasciamo ancora lavorare i tecnici, cioè le persone competenti incaricate di mettere in ordine logico e dottrinale i testi ufficiali approvati, ma obbligati a tenere conto delle molte osservazioni (i così detti «modi») suggerite dai membri del Sinodo, cioè dai «Padri». Non è ancora il momento, né questa forse la sede, di rispondere a tale legittima curiosità. Noi ci fermiamo ora un istante ad una curiosità più elementare e più profonda, quella che s’interroga addirittura sulla definizione empirica della Chiesa: che cosa è la Chiesa? e cerchiamo di rispondervi con gli elementi di prima evidenza, senza pretendere di dare alla domanda una risposta adeguata.

La Chiesa è una società, una società religiosa. È evidente. E basta già questa immediata, ma fondamentale osservazione per ricordare che noi non potremo presumere di appartenere alla Chiesa, di professare la religione che in essa si personifica, in altri termini: di essere veri cristiani, d’avere una nostra religione, un nostro modo personale d’essere cristiani autentici, senza essere nello stesso tempo membri di questa società, che si chiama la Chiesa. Il cristianesimo è un fatto sociale. Non è semplicemente una corrente ideologica, che consente a ciascuno di concepirla a suo modo e di custodirla nel segreto della propria coscienza. La religione professata dalla Chiesa costituisce una comunità, una comunione di pensiero e di costume, genera un popolo, il Popolo di Dio. La concezione d’una Chiesa puramente spirituale, e perciò invisibile, interiore e non decifrabile esteriormente, non interpreta integralmente la realtà del cristianesimo. La Chiesa non è soltanto un’«anima»; è anche un «corpo». Anche i cristiani, che si sono separati dalla Chiesa, con l’intenzione di concepirne un’altra, puramente spirituale ed invisibile, e perciò non soggetta ad alcun vincolo sociale, non sostenuta da alcun rapporto esteriore, e perciò autorevole e giuridico, si accorgono d’essere andati fuori del pensiero costituzionale della religione fondata da Cristo, e rivendicano a se stessi il titolo di «chiesa», che esige una socialità visibile, determinata, incarnata in un organismo umano, che reclama l’unità. È la logica dell’Incarnazione. Fin dai suoi tempi S. Agostino lamentava, scrivendo a gente religiosa, ma aberrante di Madaura: «Voi certamente vedete che molti sono tagliati via dalla radice della società cristiana, la quale mediante la sede apostolica e la successione dei Vescovi si diffonde nel mondo con una propagazione sicura» (Ep. 232, PL 33, 1028). «Cristo, ci ricorda S. Tommaso, ha compiuto l’opera della nostra salvezza in quanto Egli era Dio e uomo, affinché in quanto uomo patisse per la nostra redenzione, e in quanto Dio la sua passione fosse per noi salutare» (Contra gentiles, IV, 74). I termini: Dio, religione, Cristo, Chiesa, salvezza sono essenzialmente disposti sulla medesima linea discendente, la quale può essere percorsa in senso ascendente: se vogliamo salvarci, cioè realizzare il nostro vero destino, dobbiamo trovare nella Chiesa il ministero che ci dà Cristo, mediatore di quella religione, che a Dio, l’ineffabile Principe vivente, ci conduce.

Ma a questo punto l’aspetto personale della Chiesa prende risalto nell’aspetto sociale. Ed è ciò che distingue la società ecclesiale dalla società civile, per il fatto che a questa, alla società civile, apparteniamo per nascita, cioè per un titolo, che non dipende direttamente dalla nostra volontà: mentre alla società ecclesiale apparteniamo per inserzione, che suppone nel bambino (battezzato sulla fede dei genitori, dei padrini, della comunità) e che esige nel cristiano cosciente e adulto un atto libero e voluto di fede. Uomini si nasce, cristiani si diventa. Dunque ecco il sovrano profilo della Chiesa; essa è, sì, una società, ma una società libera. Questa parola, pronunciata oggi, sembra una ripetizione, una coincidenza in favore del linguaggio corrente applicato alla convivenza moderna. Ne possiamo godere. Non v’è una fede se non libera. Ma dovremo avvertire come il termine «libertà» riferito alla nostra vita religiosa abbia una profondità costitutiva sua propria, e non solo il significato operativo, che esso assume nella vita naturale; ciò che rende la vita religiosa, quella della Chiesa di cui ora parliamo, non solo degna d’essere annoverata fra i primi e più sacri diritti dell’uomo, ma estremamente importante e drammatica, per ogni persona, e anche per l’insieme della collettività umana, in seno alla quale l’esercizio di questo genere di libertà, decisiva del destino supremo dell’uomo, trova praticamente il suo svolgimento.

La Chiesa ci si presenta dunque come la società nella quale l’uso sacro dell’umana libertà raggiunge le sue esigenze e le sue espressioni più alte e più piene, perché la fede, cioè la nostra relazione con Dio, nulla la deve costringere, nulla la deve impedire. Qui si potrebbe fare il processo storico circa l’osservanza e circa la violazione di questo canone fondamentale. Ma lo possiamo riservare ad altra sede competente, per rivolgere invece l’attenzione ad un altro requisito di somma importanza, integrativo della libertà propria della vita personale religiosa, e anch’esso qualificante quel volto della Chiesa, di cui stiamo cercando l’immediata definizione. Questo requisito è la responsabilità. Libertà e responsabilità sono gli attributi genuini e profondi che caratterizzano i membri di questa originale società, che chiamiamo la Chiesa.

In nessuna altra condizione umana noi troveremo la responsabilità nell’urgenza delle sue esigenze psicologiche e morali, come nella religione nostra, nella Chiesa, a tal punto da costituire lo stimolo più vigilante, più autorevole, più confortante di quell’atto spirituale nostro fra tutti umanissimo, che chiamiamo coscienza. È cosa nota, ed è cosa vissuta nel costume cristiano. Il bambino l’avverte, l’uomo la vive. Qui è la sorgente del dramma antico e moderno; ma, mentre oggi, dopo aver tanto magnificato la coscienza sensibile e psicologica, si cerca di spegnere la coscienza religiosa e di anestetizzare la coscienza morale, cancellando, senza poterla del tutto annullare, la nozione di peccato, cioè di responsabilità totale, di fronte a Dio, di fronte alla società, di fronte alla propria personalità, e di rendere così la libertà irresponsabile davanti alle sue supreme istanze, la Chiesa si regge sopra questo immanente senso di responsabilità, che scaturisce dalla sua libera fede ‘e la rende capace di agire nell’amore, nella fortezza, nella vivacità dell’impiego d’ogni talento di cui sia ricca la vita dell’uomo.

La Chiesa dunque è una società religiosa, al sommo libera e responsabile. Proviamo ora ad applicare a noi stessi questa definizione, perché ognuno di noi è membro della Chiesa. Si tratta d’un’iniziazione pedagogica, ma essa c’introduce nella intelligenza e nel godimento d’essere Chiesa.

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

                               

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