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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 6 dicembre 1972
L'itinerario dell'Avvento
Oh! Quante cosa vengono sullo schermo della coscienza quando noi
ci domandiamo il significato di questa parola «Avvento», che troviamo sulle
labbra e sui libri della Chiesa all’inizio del suo anno liturgico! Avvento vuol
dire venuta. Venuta di chi? Chi non lo sa? Venuta di Cristo. Chi è Cristo? È
Dio, diciamo Dio, fatto uomo. Subito, all’inizio del suo programma religioso,
siamo introdotti in un mondo di cose e di fatti straordinari, sbalorditivi. A
cominciare dalla prima affermazione, data per sicura, per conosciuta, per
accessibile, per inserita in modo inatteso e sorprendente nel corso della
storia, come un fatto preciso, identificabile, il quale naturalmente, se vero,
assume un’importanza incomparabile, polarizzatrice di tutta l’umanità e di tutti
gli avvenimenti di questa terra e di tutti i secoli del suo divenire cosmico e
antropologico. Ma chi è Dio?
La grande domanda diventa la prima questione. Chi è Dio? questa
interrogazione ci impedisce d’andare avanti, se pur ancora l’uomo d’oggi ne
conserva il proposito, nel nostro studio della Bibbia, del Catechismo e del
Messale; il Libro della Parola di Dio, il libro che ci spiega e ci condensa il
primo, e il libro che ci guida nel colloquio trascendente e vitale con Dio.
Anche perché intravediamo che la risposta a questa prima questione coinvolge
l’ultima risposta, a cui può aspirare la nostra vita; infatti: «questa è la vita
eterna (dirà il Cristo, il Dio fatto uomo) che - gli uomini fedeli - conoscano
Te, solo vero Dio, e colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo» (Io. 17, 3).
Ora l’uomo d’oggi ha mai il desiderio, ed ha mai l’attitudine di
porsi questa domanda? e molta gente del nostro tempo, che ha la sublime
ambizione di essere libera, non si avvede d’essere vinta in partenza aderendo,
spesso senza alcuna ragione critica, alla moda del dilagante disinteresse circa
la questione di Dio, cioè circa il problema religioso? Esiste Dio? e chi è Dio?
e quale conoscenza ne può avere l’uomo di Lui? quale rapporto ciascuno di noi
deve avere con Lui?
Rispondere a questi interrogativi ci porterebbe a un discorso
senza fine e complesso in mille discussioni, le più ardue, e oggi dall’opinione
pubblica le più dimenticate, anzi le più avversate. Dio è ignorato, Dio è
dimenticato, Dio è negato.
Per noi, in questo istante di colloquio religioso, basta
l’avvertimento: bisogna pensare a Dio. Accenniamo appena.
L’indifferenza non è intelligente, non è umana. L’uomo è
costituzionalmente fatto per conoscere, per amare, per servire Dio in questa
vita e per goderlo eternamente nell’altra futura. Impedire all’uomo l’accesso a
Dio significa porre un limite al processo intellettivo, affettivo, operativo
dell’essere suo. Significa chiuderlo in se stesso, con tutte le conseguenze
illogiche e dolorose che comporta un umanesimo compresso, limitato, cieco,
illuso, privo dei supremi motivi per studiare, per amare, per sperare.
Due posizioni dello spirito contemporaneo dovrebbero essere
considerate a questo riguardo: quella dell’agnosticismo e quella dell’ateismo.
La ,prima è una posizione apparentemente onesta e praticamente facile, fondata
sulla presunta inconoscibilità di Dio; per noi moderni educati alla conoscenza
sperimentale, questa sembra la posizione logica e legittima: Dio, chi lo ha mai
visto? (Cfr. Io. 1, 18) Ma è la posizione della pigrizia e della
rinuncia, che umilia l’uomo, gli contesta la prerogativa regale della conquista
della vetta suprema delle sue facoltà spirituali, la conoscenza della prima
Verità, del primo Bene, nega alla ragione la sua capacità naturale di valicare
la sfera sensibile e sperimentale, e di accedere alla conoscenza e alla
certezza, sia pure limitata, ma fondamentale, della sfera dell’Essere invisibile
(Cfr. Rom. 1, 20; DENZ.-SCH. 3004). La Chiesa, tanto spesso accusata
d’oscurantismo, e di sacrificare la ragione alla fede, rivendica invece alla
ragione il suo diritto e la sua validità (oggi forse rimane sola a sostenere la
ragione, e con essa la complessa virtù conoscitiva dell’uomo, nel raggiungimento
della Verità, anche trascendente, anche creatrice). È posizione che l’uomo di
scienza, l’uomo perciò del nostro tempo, dovrebbe rifiutare, nella fiducia che
il pensiero umano tanto più è stimolato a salire alle ragioni trascendenti, alla
Causa Causarum, a Dio in una parola, quanto più feconda e profonda gli si
scopre progressivamente davanti la realtà delle cose a cui è impegnata la sua
sempre nuova ricerca.
In una città del Nord, anni addietro, città moderna e affannosa
di traffico e di attività, si leggeva sopra uno striscione disteso dall’uno
all’altro lato d’una via principale: Pensate a Dio! Noi siamo convinti che
l’invito fosse intelligente e originale, e documentasse tipicamente la
possibilità, oltre che il dovere, della mente umana e moderna di trascendere
dalle nostre cose, altrimenti da sé oscure inesplicabili e misteriose, al loro
Principio creatore.
La seconda posizione, quella dell’ateismo, da una fase statica e
puramente negativa, si è assai allargata ai nostri giorni, come tutti sanno,
passando ad una fase attiva, propagandistica e spesso oppressiva; ciò esigerebbe
un’analisi attenta e anche riguardosa per gli effetti che ne derivano nelle
coscienze e nella vita pubblica, tenendo presente che tale negazione di Dio non
ha potuto e ovviamente non potrà, con questa sua potente dilatazione, offrire
ragione della propria consistenza, anzi verrà palesando certi aspetti della
propria speculativa ed esistenziale vacuità, che danno almeno una speranza, per
la stima che sempre abbiamo dell’uomo, quella d’un’evoluzione razionale e
spirituale, per la quale deve essere vigilante la nostra attenzione e la nostra
preghiera.
Ma ritorniamo là donde abbiamo preso le mosse: l’Avvento,
stagione spirituale questa, che ci deve scuotere dall’indifferenza e da!la
negazione religiosa, e ci deve riaccendere nell’animo l’interesse, il desiderio,
la speranza del prodigioso e umanissimo incontro con Dio in Cristo nascituro.
Con la nostra Benedizione Apostolica.
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