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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 14 febbraio 1973
La preghiera dà il compimento beato dei nostri desideri e
delle nostre speranze
Anche questo è un tema che si estende su tutta la psicologia
dell’uomo del nostro tempo; e perciò lo prendiamo in esame, non certo per farvi
uno studio pari al merito, sia del soggetto, sia della sconfinata letteratura
che lo riguarda, ieri ed oggi; ma solo per individuare una delle linee
caratteristiche, e forse essenziali del profilo umano moderno.
Si prega oggi? si avverte quale significato abbia l’orazione
nella nostra vita? se ne sente il dovere? il bisogno? la consolazione? la
funzione nel quadro del pensiero e dell’azione? Quali sono i sentimenti
spontanei che accompagnano i nostri momenti di preghiera: la fretta, la noia, la
fiducia, l’interiorità, l’energia morale? ovvero anche il senso del mistero?
tenebre o luce? l’amore finalmente?
Dovremmo innanzi tutto tentare, ciascuno per conto nostro, di
fare questa esplorazione, e di coniare per uso personale una definizione della
preghiera. E potremmo proporcene una molto elementare: la preghiera è un
dialogo, una conversazione con Dio. E subito vediamo che essa dipende dal senso
di presenza di Dio, che noi riusciamo a rappresentare al nostro spirito, sia per
intuito naturale, sia per una certa figurazione concettuale, sia per un atto di
fede; il nostro è un atteggiamento come quello d’un cieco che non vede, ma sa
d’avere davanti a sé un Essere reale, personale, infinito, vivo, che osserva,
ascolta, ama l’orante. Allora la conversazione nasce. Un Altro è qui; e quest’Altro
è Dio. Se mancasse questa avvertenza che Uno, che cioè Lui, Dio, è in qualche
misura in comunicazione con l’uomo che prega, questi si effonderebbe in un
monologo, non intesserebbe un dialogo; non si tratterebbe per lui d’un vero atto
religioso, ch’esige d’essere a due, fra l’uomo e Dio, ma di un monologo, bello,
forse, superlativo alle volte, come un supremo sforzo di volare verso un cielo
opaco e senza sponde, ma acclamante e, in questo caso, spesso piangente nel
vuoto. Saremmo nel regno della più lirica e più profonda fenomenologia dello
spirito, ma senza certezza, senza speranza; desolazione piuttosto, musica
spenta.
Non è così per noi, che sappiamo essere la preghiera, cioè
l’incontro con Dio, una comunicazione possibile ed autentica. Mettiamo questa
affermazione fra le certezze indiscutibili della nostra concezione della verità,
della realtà in cui viviamo. In termini semplici: la religione è possibile; e la
preghiera è per eccellenza un atto di religione (Cfr. S. TH. II-IIæ,
3). Ne abbiamo parlato in altra occasione, concludendo anzi che esiste non un
Dio assente e insensibile, ma un Dio provvido, un Dio che veglia sopra di noi,
un Dio che ci ama (Cfr. 1 Io. 4, 10), e che da noi soprattutto aspetta
d’essere amato (Cfr. Deut. 6, 5; Matth. 22, 37). Di qui uno stato
d’animo primordiale e importantissimo può prodursi in colui che prega,
risultante dalla sintesi di due sentimenti diversi apparentemente opposti,
quello della trascendenza di Dio, abbagliante, soverchiante (Cfr. Gen.
18, 27; Luc. 5, 8), e quello della sua immanenza, cioè della sua
immediata vicinanza, della sua ineffabile presenza; due sentimenti che si
integrano nella piccola e povera cella del nostro spirito, e vi accendono subito
una straordinaria vivacità religiosa, la quale può subito balbettare la sua
duplice espressione orante, la lode e l’invocazione, ovvero può in certe anime
mistiche rimanere assorta in un silenzio contemplativo, quasi indescrivibile (Cfr.
H. BREMOND, Introduction à la philosophie de la Prière).
Questa è la genesi della preghiera, la quale, sollevata al piano
della fede, emanante dalla scuola del Vangelo, assume voce pacata, dolce, quasi
connaturata col nostro umano linguaggio, autorizzato com’è a chiamare il Dio
degli abissi con l’amabile e confidenziale nome di Padre. «Così dunque,
c’insegna il nostro Maestro Gesù, voi pregherete: Padre nostro, che sei nei
cieli . . .» (Matth. 6, 9).
Sublime. Ma noi dobbiamo ammettere che il mondo d’oggi non prega
volentieri, non prega facilmente; non cerca ordinariamente la preghiera, non la
gusta, spesso non la vuole. Fate da voi stessi l’analisi delle difficoltà, che
oggi tentano di spegnere la preghiera. Elenchiamone alcune. L’incapacità: dove
non è arrivata una qualche istruzione religiosa è ben difficile che una
preghiera possa da sé formularsi: l’uomo, il ragazzo, resta muto davanti al
mistero di Dio. E dove la credenza in Dio è stata negata, è stata dichiarata
vana, superflua, nociva, alla preghiera quali altre voci si sostituiscono? e
dopo le insistenti lezioni contro la spiritualità sia quella naturale, che
quella educata dalla fede, lezioni di naturalismo, di secolarismo, di
paganesimo, di edonismo, lezioni cioè a profitto della voluta aridità religiosa,
di cui tanta parte della pedagogia moderna ha asfaltato l’anima delle folle,
saturate di materialismo, come può fiorire nei cuori la poesia della preghiera?
Due difficoltà le saranno oggi tipicamente contrarie: una
d’indole psicologica, proveniente dalla soverchia, fantastica, profana e pur
troppo spesso inquinata di sensualità e di licenza, profusione di immagini
sensibili, di cui i moderni, e di per sé meravigliosi strumenti di comunicazione
sociale riempiono la psicologia sociale: la stanza dell’esperienza sensibile non
è di per sé quella idonea alla vita religiosa; può servire d’anticamera, se
saggiamente collegata con quella destinata alla vita dello spirito e alla
riverenza del sacro. L’altra difficoltà è l’orgoglio dell’uomo progredito sulle
vie della scienza e della tecnica, anch’esse meravigliose, ma cariche
dell’illusione dell’autosufficienza. La preghiera, è vero, è un atto d’umiltà,
che esige una sapienza superiore, ma facile per trovare la sua logica
giustificazione e la sua magnifica apologia (Cfr. S. TH. II-IIæ,
82, 3 ad 3).
Ma per fortuna esempi insigni, contemporanei, confortano ancora
la nostra innata tendenza a ricercare in Dio il complemento unico, infinito dei
nostri limiti, e il compimento beato dei nostri desideri e delle nostre
speranze.
Noi ci fermiamo qui. Ma confidiamo che voi vorrete continuare lo
studio sulla preghiera; è uno studio sopra uno dei coefficienti della nostra
salvezza. Vi accompagni la nostra Benedizione Apostolica.
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