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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 settembre 1973

 

«Egli amò la Chiesa e immolò se stesso per lei»

Noi siamo alla ricerca delle migliori condizioni di spirito, nelle quali tutti dovremmo metterci per celebrare bene l’Anno Santo non come un semplice avvenimento occasionale, ma come un incentivo dapprima, un movimento poi per dare alla nostra coscienza cristiana quella «conversione», quella novità spirituale e pratica, che il passato Concilio ha predicato per la Chiesa di Dio e per quanti hanno la fortuna e la responsabilità di appartenerle.

Quali sono queste migliori condizioni di spirito? Molte, moltissime, com’è chiaro; a volerle elencare e descrivere il discorso non avrebbe più fine. Limitiamoci per ora ad una sola: al nostro atteggiamento verso la Chiesa. Qual è il nostro sentimento profondo e personale, quello dominante almeno? Richiamiamo l’attenzione su questo punto, perché può essere influente e forse determinante circa il modo e l’efficacia della nostra celebrazione dell’Anno Santo.

Interroghiamo allora noi stessi: qual è il nostro atteggiamento verso la Chiesa? quella Chiesa per la quale Cristo per primo, Lui fondatore, Lui Maestro, Lui Redentore, ebbe tanti pensieri, tanti desideri, tante cure, e, per dir tutto in una parola, tanto amore: «Egli amò la Chiesa, scrive San Paolo e immolò se stesso per lei» (Eph. 5, 25).

Potremmo tentare di classificarci secondo certe generiche categorie di facile identificazione. La prima categoria è quella degli indifferenti. Oggi è categoria molto vasta; possiamo iscrivervi quanti non si curano della questione religiosa, come di questione vitale, e quanti pensano che tale questione si è oramai non risolta, ma dissolta per la prevalenza della mentalità scientifica, per il secolarismo che circoscrive la sfera del nostro interesse al regno dell’esperienza e a quello dei rapporti economico-sociali che ci circondano. Verso questa categoria noi ci sentiamo assai distanti, per la loro incuranza dei valori religiosi, che noi sappiamo sommi, sappiamo veri, sappiamo necessari, e che noi attingiamo dalla e nella Chiesa, con una controprova interiore di certezza e di felicità (Cfr. Rom. 8, 16). Fare dell’indifferenza religiosa, e precisamente nei riguardi della Chiesa, la nostra scelta, falsamente comoda e razionale, sarebbe un’abdicazione al nostro diritto-dovere di esseri costituzionalmente destinati a tendere e a raggiungere, in qualche misura, l’Essere supremo, il Dio vivente (Cfr. S . AUG. Confess. 1, 1). E verso questa stessa categoria vogliamo essere, nello stesso tempo, pastoralmente assai vicini, come a fratelli erranti nel deserto del mistero che ha invaso ogni cosa.

Un’altra categoria, oggi di moda, è quella dei critici. Vi sono due specie di critici; chiamiamo positiva la prima, ed è formata da quei critici orientati verso la verità e, per ciò che si riferisce alla Chiesa, verso l’introspezione della sua vera natura, oltre le sue esteriori ed umane sembianze, verso la sua immanente e inestinguibile definizione di Corpo mistico di Cristo; una critica questa, che non nasconde nulla, ma che ci rende tanto più appassionati ed amorosi della Chiesa di Cristo, quanto più essa ci svela i difetti, le incoerenze, i falli, le sofferenze, i bisogni del volto umano della Chiesa stessa: critici di questa specie vorremmo essere un po’ tutti quanti della Chiesa ci diciamo fedeli, figli e membra solidali (Cfr. 2 Cor. 13, 8). L’altra specie di critici è quella negativa, animata cioè da uno spirito maligno, che, contrariamente al carisma della carità, cogitat malum, gaudet super iniquitate (Cfr. 1 Cor. 13, 5-6). È pur troppo abbastanza diffuso oggi questo spirito pessimista, che altro occhio non ha per la Chiesa, se non per denunciarne, vere o false che siano, le deformità, e per trarne argomento farisaico a propria lode e a sua condanna (Cfr. Luc. 18, 11-12). Vorremmo invitare questi critici tanto severi, e talora prevenuti e ingenerosi, a maggiore serenità; quella serenità che rende possibile il dialogo, e che riaccende nel cuore l’amore. Come potremmo pretendere di costruire senza l’amore la Chiesa?

E intitoliamo dunque all’amore la terza, la grande categoria di coloro che lo vogliono assumere per qualificare il proprio atteggiamento verso la Chiesa, in atto di cosciente rinnovamento per l’Anno Santo. Noi auspichiamo che questo momento di pienezza della santa Chiesa sia celebrato nel segno dell’amore, della medesima ed alla medesima santa Chiesa. Amare la Chiesa, questo dev’essere il nostro atteggiamento primo e nuovo in questa stagione spirituale e storica. Nella sua realtà mistica e terrena, la ameremo la Chiesa, in ciò che ha di misterioso e di divino, ed anche in ciò che ella ha di umano e perciò di limitato e difettoso, nella sua concretezza, qual è, perfetta nel pensiero di Cristo (Cfr. Eph. 5, 27), perfettibile nella nostra esperienza e nel nostro desiderio, senza evadere nella distinzione fra una Chiesa carismatica, immaginata da un nostro gratuito idealismo, e una Chiesa istituzionale, di cui stentiamo a riconoscere l’identità e il bisogno ch’ella ha della nostra umile e filiale adesione per riapparire bella come Sposa di Cristo.

Amare la Chiesa, con fervore e dedizione, rigenerati nella certezza della sua credibilità e della nostra necessità d’esserle membra sane ed operanti. A chi va, con questo voto, il nostro affettuoso pensiero? A voi, figli e fratelli, sacerdoti e religiosi che alla Chiesa già siete impegnati con i vincoli d’oro dell’amore totale; bisogna ritrovarlo questo amore, confermarlo e riaccenderlo del fuoco primitivo del nostro cordiale entusiasmo, della nostra piena fiducia.

E poi diciamo a voi, Giovani, con cuore pieno di speranza: amate la Chiesa. Forse già la amate, nelle vostre inquiete ed ideali aspirazioni, e non vi accorgete ch'ella è perfettamente al vertice dei vostri ideali di autenticità, di perfezione tesa nello sforzo d’essere tale, e poi sull’orizzonte dei comuni e validi sogni di universalità, di giustizia, di pace. E lo diremo anche ai lontani, sperando che anche a loro giunga un’eco almeno della nostra voce: amate la Chiesa! ella è la vera unità, ella è la vera bontà; ella è l’umanità che soffre, pensa, opera e vive per ciò che merita d’essere scopo dell’umana esistenza, per ciò che alla fine non delude e non muore.

Amare la Chiesa; questa è la formula buona.

Proviamola, con nuova fiducia.

E con la nostra Apostolica Benedizione.


Settimana biblica per Religiose

Quest'oggi abbiamo il conforto di salutare il cospicuo gruppo di Religiose che in questi giorni frequentano la V Settimana Biblica Nazionale, organizzata per iniziativa de!la benemerita Associazione Biblica Italiana.

Vi siamo riconoscenti, figliole carissime, di questa visita particolarmente gradita, e dei sentimenti di devozione filiale che l’hanno suggerita. Diamo a voi tutte di gran cuore il nostro benvenuto.

Abbiamo già avuto occasione di manifestare l’alta considerazione in cui noi teniamo i Corsi a cui voi partecipate e la loro finalità. Essi tendono a far sì che la Bibbia non rimanga un libro quasi chiuso per le anime religiose, ma la sua conoscenza, con gli ampi panorami che essa apre sulla storia e sullo sviluppo del Popolo di Dio, diventi «cibo dell’anima, sorgente pura e perenne di vita spirituale» (Dei Verbum, 21). Si viene incontro così da parte vostra al voto del Concilio Ecumenico, che «esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Phil. 3, 8) con la frequente lettura delle divine Scritture» (Dei Verbum, 25).

Ecco perché noi guardiamo con simpatia e con fiducia il vostro Corso. Iniziative di questo genere costituiscono uno dei servizi più efficaci perché le religiose possano comprendere più pienamente la loro consacrazione a Dio e assolvere la loro missione conforme alla propria vocazione e alle necessità dei tempi.

Ci rallegriamo perciò vivamente con voi, e per conseguenza volentieri incoraggiamo i vostri Corsi, li benediciamo, invocando su quanti li dirigono, li promuovono e li frequentano con tanto impegno e così alta coscienza dei bisogni della Chiesa, la continua assistenza del Signore.

La Società delle Divine Vocazioni

Figli carissimi,

a vostra presenza ci riempie il cuore di consolazione e di speranza. Nel ricevere, infatti, una così qualificata rappresentanza della benemerita Società delle Divine Vocazioni, si offre spontaneamente alla nostra considerazione non soltanto l’alto valore, ma altresì la viva attualità della missione a cui voi dedicate le vostre energie e la vostra attività.

Adoperarsi affinché anime ardenti e generose si consacrino al servizio di Dio e delle anime, significa lavorare per ciò di cui la Chiesa ha maggiormente bisogno. Ben conoscete con quanta sollecitudine il Concilio Ecumenico ha ripetutamente sottolineato la preminenza e l’urgenza di tale problema, che è di vitale importanza per la Chiesa (Cfr. Presbyterorum Ordinis, 11 e Optatam totius, 2).

D’altra parte, mai forse come oggi il problema delle vocazioni ha suscitato tante preoccupazioni nel campo pastorale. Le condizioni della vita moderna, la corsa non sempre ordinata verso un maggiore benessere materiale, il modificato ambiente delle famiglie hanno portato, come di riflesso, ad una diminuzione degli aspiranti al sacerdozio e alla vita religiosa. È forse il Signore che chiama di meno o la Sua voce ha perduto la sua efficacia? No di certo. Si tratta, invece, che sono venute a mancare le condizioni favorevoli perché la chiamata divina possa essere ascoltata e seguita. Occorre quindi porre ogni cura e diligenza nel lavoro di ricerca e di educazione delle vocazioni.

È un lavoro, questo, che deve impegnare tutti, sacerdoti, religiosi e laici, in una stretta collaborazione. È il compito a cui siete specificamente chiamati voi, figli carissimi. Continuate ad assolverlo con spirito di fede e di sacrificio, seguendo le orme del vostro venerato Fondatore. Ciò richiede pazienza, grandezza di animo, cure assidue, dedizione, amore: ma questi sforzi non mancheranno di produrre a loro tempo frutti abbondanti, specialmente se saprete presentare ai giovani, generosi e forti per natura, l’ideale della vita sacerdotale e religiosa nella sua completezza, non nascondendo le severe esigenze che esso comporta, ma illustrando tutto il suo alto significato ed il suo valore. Ed è bello e significativo che questo impegno sia riaffermato da voi, membri del Consiglio Generale qui davanti al Papa, e circondati da questa eletta schiera di sacerdoti novelli, così ricca di promesse per il domani del vostro Istituto.

Non ci resta, cari figli, che invocare la protezione specialissima del Cielo per la felice continuazione della vostra missione. Lo facciamo con tutto il cuore, mentre a voi qui presenti e a tutti i vostri confratelli, in pegno delle divine grazie, impartiamo una larga e paterna Benedizione Apostolica.

                                                                                                

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