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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 4 febbraio 1976

 

La professione cristiana non deve essere condizionata dalla paura

Noi siamo ancora indotti a pensare ai frutti dell’Anno Santo, persuasi come dobbiamo essere che una simile esperienza religiosa e morale non può, non deve essere senza conseguenze operanti oltre la durata dell’Anno Santo stesso, e sotto certi aspetti alcune conseguenze di quel periodo di revisione e di rinnovamento del nostro modo d’essere cristiani devono essere permanenti.

Ora è di prima evidenza che uno dei risultati auspicati dall’Anno Santo è quello d’un cristianesimo forte. La comune assuefazione al costume, che abbiamo abitualmente qualificato cristiano, ha in molti, in troppi seguaci di questa umanissima e sempre sublime definizione della vera ed autentica arte di vita, ha svigorito la sua intrinseca esigenza, quella della coerenza, quella della fermezza, quella del coraggio, quella dell’operosità. Ci siamo abituati ad un cristianesimo puramente nominale e anagrafico; ci siamo lasciati a torto incantare dalla mitezza che la sequela di Cristo comporta (Matth. 11, 9), per confonderla con la debolezza; abbiamo profittato della libertà cristiana e della indulgenza doverosa verso le altrui opinioni per concederci l’indifferenza verso qualsiasi agnosticismo teorico e pratico; abbiamo dato al pluralismo e alle novità delle idee e delle azioni un’interpretazione lassista e permissiva deleteria d’ogni norma logica e morale; abbiamo spesso giudicato debilitante e imbelle l’educazione religiosa al confronto di altre pedagogie energiche e costrittive. Diciamo pure: abbiamo anche noi talvolta dubitato se l’opportunismo di moda verso ideologie correnti non potesse avere, come fosse un atto di personale coraggio, la nostra comoda e supina adesione. Analizzando un po’ questo diffuso contegno, ci siamo forse accorti che interiormente esso equivaleva ad evitare fastidi ed a procurare vantaggi; non ci siamo lasciati sfuggire la doverosa autodenuncia d’una viltà; e abbiamo così evitato la testimonianza, il sacrificio, la croce. Ci siamo rassegnati allo scoraggiamento, alla fatalità degli avvenimenti, mascherando di intelligente tempestività il vostro tardivo ossequio al trionfo della moda e della passività ambientale; senza più afferrarci ai nostri principii, ai nostri doveri, alla nostra coscienza cristiana.

Ebbene, se vogliamo essere coerenti e fedeli dovremo ricordarci che dobbiamo essere forti, secondo ragione s’intende, anche se questa virtù della fortezza cristiana ci espone a non pochi pericoli, a non poche difficoltà (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, II-IIæ, 123, 1). La nostra professione cristiana non dev’essere condizionata dalla paura. Cristo ce lo ha ripetuto tante volte (Cfr. Matth. 10, 28). Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti (cioè i forti) lo possono raggiungere (Ibid. 11, 12). Il cristiano non dev’essere un mediocre, ma un forte (Cfr. S. AMBROSII De Officiis, 1, 39).

Se la nostra educazione cristiana è stata debole e reticente, specialmente sul senso del dovere, su l’obbligo della testimonianza e dell’apostolato, sul rischio dell’impopolarità, dell’avversa fortuna (Cfr. Io. 16, 20) e perfino della vita (Ibid. 12, 24-25), noi dobbiamo corroborarla di virtù per sé religiose, quali sono la fede, la speranza, l’amore, ma eminentemente pratiche anche nell’ordine temporale (Cfr. Gal. 3, 11; Rom. 5, 5; 2 Cor. 1, 7; etc.); e ricuperare alla nostra vita cristiana la virtù cardinale della fortezza.

Noi ripeteremo con S. Pietro: siate forti (1 Petr. 5, 9); a tanto ci chiama l’integrità della nostra vocazione cristiana; a tanto ci obbliga la storia dei tempi che stiamo vivendo.

Con la nostra Apostolica Benedizione.

                          

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