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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° settembre 1976 

 

Cristo-Pietro-la Chiesa: sintesi del disegno Divino Redentore

Questa formula: «Io costruirò la mia Chiesa» (Matth. 16, 18), coniata dal Signore per indicare metaforicamente il programma della sua opera salvatrice nel mondo e nella storia, trattiene ancora la nostra riflessione per comprendere, come a noi è possibile, l’attualità di Cristo nel nostro tempo. Essa ci rivela innanzitutto la permanenza del Signore Gesù fra noi. S. Ambrogio scrisse: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia», dov’è Pietro, ivi è la Chiesa; e questa celebre sentenza, piena di significato teologico e mistico, ne suppone un’altra, che avvalora il nostro studio su la parola evangelica, e cioè: dove è la Chiesa, mediante Pietro, ivi è Cristo (Cfr. Ibid. 28, 20), così che si delinea la trilogia dottrinale: Cristo, Pietro, la Chiesa, come sintesi del disegno divino redentore. E ci rivela l’associazione che Cristo ha voluto stabilire con colui ch’Egli volle scegliere come suo Vicario, Simone figlio di Giovanni, imponendogli il nome di Pietro; un’associazione che porterà ad un’estrema conseguenza, quella del martirio con cui l’Apostolo avrebbe un giorno «glorificato Dio» (Io. 21, 19). Questa era una profezia tragica e gloriosa, che consumava il destino di Pietro nel riflettere nella persona di lui il sacrificio di Cristo crocifisso. Questa è la storia del Vangelo in costruzione: non basta offrire al divino architetto la propria collaborazione (Cfr. 1 Cor. 3, 10 ss.); bisogna offrirgli la propria vita. S. Paolo ce lo ricorda per quanto lo riguarda: «... io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi - scriveva ai Colossesi -, e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa» (Col. 1, 24). Parola ben nota, il cui senso non vuol dire che manchi qualche cosa all’efficacia redentrice della passione di Cristo, ma che essa comporta delle condizioni affinché la sua virtù salutare sia applicata alla Chiesa, condizioni che consistono nell’onorare, nell’imitare, nel condividere le sofferenze di Gesù crocifisso, e che ci lasciano intravedere qualche cosa del mistero del dolore cristiano, integrato con quello della pazienza del Signore.

Questa estensione della sofferenza redentrice e vivificante di Cristo ai suoi seguaci era già stata preannunciata dal Signore stesso. Ad esempio, nel discorso testamentario di Gesù all’ultima cena, Egli li avverte: «In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, mentre il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia» (Io. 16, 20). Il dolore, o diciamo la parola che lo riassume e lo trasfigura, la croce, si compenetra con l’ufficio apostolico; cioè con la costruzione della Chiesa. Non si può essere apostoli senza portare la croce. E se oggi il dovere e l’onore dell’apostolato sono offerti a tutti i cristiani indistintamente, perché oggi la vita cristiana si rivela con nuova chiarezza quale essa è e dev’essere, effusiva del tesoro di verità e di grazia di cui essa è portatrice, segno è che l’ora della croce è incombente sul Popolo di Dio: tutti dobbiamo essere apostoli, tutti dobbiamo portare la croce (Cfr. Ibid. 12. 14 ss.). Per costruire la Chiesa bisogna faticare, bisogna soffrire.

Questa conclusione sconvolge certe concezioni errate della vita cristiana, quando essa è presentata sotto l’aspetto della facilità, anzi della comodità e dell’interesse temporale e personale, mentre deve sempre portare impresso sul proprio volto il segno della croce. Il segno del sacrificio tollerato, anzi compiuto per amore; per amore di Cristo e di Dio, e per amore del prossimo, vicino o lontano che sia. Non è questa una visione pessimista del cristianesimo; e una visione realista, specialmente in ordine alla sua edificazione, alla sua affermazione come Chiesa. La Chiesa dev’essere un Popolo di forti, un popolo di testimoni coraggiosi, un popolo che sa soffrire per la propria fede e per la sua diffusione nel mondo. In silenzio, gratuitamente, e sempre per amore.

Qui noi potremmo documentare come ancor oggi esista questo Popolo eletto, costruttore della Chiesa viva e vera, teso nello sforzo evangelico dell’amore crocifisso. Sì, esistono popolazioni intere che fanno della loro eroica, silenziosa e insidiata fedeltà a Cristo Signore il principio costruttore della santa Chiesa di Dio di oggi e di domani. Sì, esistono famiglie esemplari di Religiosi e di Religiose che, nella ricerca della perfezione cristiana, tutto lasciano e tutto dànno «allo scopo di edificare il corpo di Cristo» (Eph. 4, 12): siano benedette! E così benedetti quanti infondono nella loro umana esperienza lo Spirito vivificante delle beatitudini evangeliche: voi, poveri; voi, miti; voi, piangenti; voi, misericordiosi; voi, puri di cuore; voi, affamati e assetati di giustizia; voi, operatori di pace; voi, perseguitati per causa della giustizia! Voi siete i costruttori, voi i cittadini del Regno di Cristo, qui durante questi giorni effimeri della vita terrena, per essere poi i figli del Regno eterno di Dio.

Con la virtù, con la fortezza, col dolore, con la pazienza, col sacrificio, con la croce si costruisce, con Lui e per Lui, la Chiesa di Cristo. E con la nostra Benedizione Apostolica, quella appunto di Pietro!

Ai chierichetti dell’arcidiocesi di Malta che hanno prestato servizio liturgico nella Basilica Vaticana durante il periodo estivo

Ed ora il nostro affettuoso saluto si rivolge al gruppo dei chierichetti di Malta, i quali, come ormai avviene da dodici anni, nei mesi estivi sostituiscono gli alunni del Preseminario «S. Pio X» nel servizio liturgico della Basilica Vaticana. E salutiamo con essi il loro nuovo Direttore, il Rev.do Don Luigi Deguara, succeduto al caro e zelante Monsignor Giuseppe Delia, ultimamente passato a miglior vita.

Benvenuti, adunque, figli carissimi! Siamo molto lieti di accogliervi anche quest’anno, di rivedervi sempre tosi fervorosi, di benedirvi. E vogliamo anche esprimervi il nostro sincero ringraziamento, ben sapendo quanto voi con la pietà, la serietà e la compostezza che vi distinguono, contribuite al decoro della nostra Basilica e all’ordinato svolgimento delle sacre Funzioni che ivi si celebrano. Ma se è motivo di gioia per noi il sapervi così bravi e diligenti, è anche grande onore per voi poter prestare i vostri servizi nel tempio massimo della cattolicità. Sappiate apprezzare il privilegio che vi è concesso. E sappiate corrispondere a questa grazia con una vita del tutto degna, mostrandovi sempre e ovunque modelli di bontà, di docilità, di assiduità alla preghiera e ai Sacramenti, di amore vivo a Gesù, alla Vergine Santissima e al Papa. È questo l’augurio che formuliamo, avvalorato dalla Benedizione Apostolica, che di cuore impartiamo a ciascuno di voi, ai vostri Superiori e a tutti i vostri cari.

                     

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