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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 9 febbraio 1977
Ancora sulle tracce di Dio
Noi pensiamo essere oggi opportuno, anche per noi, gente di Chiesa,
rivedere e, se necessario, ricostruire il castello della nostra fede, e passare
dalla fase, che pare diventare abituale, d’una penombra di opinioni religiose,
incerte e discutibili, e ritenute praticamente superflue per la vita moderna,
allo stato di certezza e di chiarezza circa la nostra maniera di pensare e di
professare la nostra religione.
Vi sono tante persone intelligenti ed istruite che in fatto di religione
preferiscono rimanere libere di fronte ad ogni affermazione religiosa, la quale
esiga un’adesione quale si concede alla verità, e si limitano a qualche
espressione convenzionale, di religiosità piuttosto che di religione vera e
propria, espressione spesso più passiva, per riguardo ad ambienti o a
circostanze, che non di convinzione personale, ferma e logica, operante nella
vita morale e nella condotta pratica. Si contentano d’un conformismo nominale,
manifestato quasi più per riguardo altrui, che non per compromettere se stesse
in ordine ad una concezione precisa ed organica della religione, considerata
come un sistema reale e indiscutibile e impegnativo. E questa mentalità, pur
troppo, è spesso ritenuta non una conseguenza della propria ignoranza, o della
propria superficialità in campo religioso, ma come una maturità sia di pensiero
che di esperienza, quasi come uno scetticismo aristocratico, ovvero come un modo
comodo e pratico per eludere le spinose questioni che la religione, se ritenuta
vera e obbligante, pone ai massimi problemi della vita.
Un esempio. Se domandiamo ad un alunno delle nostre scuole di catechismo che
cosa è il mondo, egli rivolgerà a noi la domanda: ma di quale mondo intendiamo
parlare: quello in cui viviamo? O quello di cui spesso si parla nel Vangelo?
cioè il mondo, che possiamo ora qualificare come il cosmo, come il cielo e la
terra? Come l’universo? ovvero come l’umanità? oppure anche come quell’umanità,
che si oppone alla fede, al regno di Dio, a Cristo? Abbiamo già altra volta
accennato alla pluralità di significati che questa comunissima parola può
rivestire (Cfr. Insegnamenti di Paolo VI, V (1967) 727); per ora fermiamo
l’attenzione sul mondo inteso come la realtà esteriore e materiale in cui
viviamo. E vedremo che subito la questione diventa fondamentale; essa impegna il
pensiero in modo si può dire decisivo; si fa pensiero cosmologico, cioè
interessante il panorama universale delle cose, delle cause e degli avvenimenti,
del proprio «io» e dei valori che lo circondano. Reclama una risposta; se essa
fosse negata, sarebbe compromessa l’intelligibilità delle cose; se questa fosse
ammessa in un modo qualsiasi, irrazionale sembrerebbe giustificato il non-senso
del mondo, ovvero sarebbe ammesso il mondo o come privo di spiegazione, cioè
come un regno di tenebre, una notte universale, ciò che evidentemente non è,
ovvero come autospiegazione, come un panteismo ch’è un assurdo sconvolgente ogni
razionalità, mentre invece il mondo è tutto ed estremamente razionale; è il
campo della scienza; la quale poi è un incalzante e urgente nodo di questioni:
perché così?
La parola «mondo» ci porta alla necessità d’una spiegazione trascendente; ci
obbliga innanzitutto ad affermare un dualismo: io e il mondo; anzi ad una
sintesi, ad un principio a cui deve far capo tanto il mio pensiero, quanto la
realtà delle cose, che il pensiero scopre e non inventa, non crea. E allora? oh!
le infinite vie che si irradiano, come lampi che scoppiano nel vuoto; e
l’intelligenza che ha cercato fedelmente di seguire alcuna di queste vie si
trova esaltata in una semplicissima e formidabile scoperta: Dio esiste, se io
esisto. E cioè le gravi e solenni parole della nostra prima professione di fede
tornano alle labbra: Credo in Dio, creatore del mondo (Cfr. DENZ.-SCHÖN., 3001,
3003, etc.).
Noi, lo sentiamo, semplifichiamo troppo. Ma non alteriamo la verità. Solo
accenniamo a questi problemi, affinché li vogliamo riprendere nella nostra seria
e virile considerazione. L’ateismo invece di spaventarci, o di paralizzare con
una pseudo-sicurezza il nostro pensiero, lo stimola. Dobbiamo essere, anche come
uomini di puro pensiero razionale, dei ricercatori; e davanti ad un secolo che
sta smarrendo il senso vero e luminoso d’ogni cosa dobbiamo riaccendere
fiduciosi la lampada per il nostro itinerario verso la Luce del mondo (Cfr.
Ps 35, 10: «in lumine tuo videbimus lumen»; la «causa causarum», il
Principio di tutto, l’Essere che È per Se stesso: «Ego Sum, Qui Sum», Ex.
3, 14. Su tutto questo immenso, complesso e magnifico tema vedi H. DE
LUBAC, Sur les chemins de Dieu, Aubier 1956; e ancora: S. THOMAE
Contra Gentiles, 1. I et II).
E vogliamo augurare agli uomini del nostro tempo, ai giovani specialmente, di
rintracciare i due sentieri che sono forse i più vicini ai
loro passi, quello classico della causalità delle cose, che sembra ancor oggi il
più stringente e il più accessibile: e quello dell’ammirazione estetica ed
estatica dell’universo che appena intrapreso ci incanta e ci esalta, e scioglie
in preghiera la stanchezza e le oscurità del nostro pensiero.
Dio voglia! con la nostra Apostolica Benedizione.
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