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PAOLO VI
ABNEGAZIONE DEI MINISTRI DI DIO PER VALIDO
AGGIORNAMENTO PASTORALE
Venerdì, 6 settembre 1963
Speciale udienza, nella sala dello Svizzero a Castel Gandolfo,
venerdì 6 settembre 1963: quella dei Sacerdoti partecipanti alla
XIII Settimana Nazionale di Orientamento Pastorale, svoltasi ad Orvieto
sotto la presidenza onoraria dei Signori Cardinali Carlo Gonfalonieri e
Paolo Marella e la presidenza dei Monsignori Virginio Dondeo, Vescovo di
Orvieto e Luigi Boccadoro, Vescovo di Montefiascone e Acquapendente.
Con i Signori Cardinali Confalonieri e Marella presenti numerosi
Presuli; Monsignor Grazioso Ceriani, Presidente del Centro di Orientamento
Pastorale interviene col vice Presidente P. Giovanni Arrighi O. P. e
alcuni docenti del corso.
Venerati Confratelli,
Voi avete partecipato alla XIII Settimana di Aggiornamento Pastorale,
promossa dal Centro di Orientamento pastorale, a Noi ben noto, auspice
Mons. Grazioso Ceriani, a Noi sempre caro, e accolta e favorita dallo
zelante Vescovo di Orvieto, Mons. Virginio Dondeo, nell'incomparabile
quadro di quella Città e di quella Cattedrale, a ricordo del
settimo centenario del culto eucaristico del "Corpus Domini",
che dal miracolo della vicina Bolsena e dalla Bolla "Transiturus"
del Nostro lontano Predecessore Urbano IV, ebbe colà la sua
universale irradiazione. Noi ci compiacciamo vivamente di tale
manifestazione, di cui abbiamo seguito con interesse lo svolgimento ed a
cui avremmo Noi stessi partecipato, se la Provvidenza non avesse disposto
altrimenti con la Nostra elezione al Pontificato Romano, ufficio che ha
accresciuto immensamente nel Nostro animo l'apprezzamento di cotesto
Convegno, ma non Ci ha consentito di parteciparvi personalmente. Tanto più
gradito perciò Ci è questo incontro, e tanto più vivi
sono i Nostri voti di frutti copiosi e duraturi, che dalla celebrazione
della anzidetta Settimana possono scaturire. Ne fa fede la lettera che il
nostro Cardinale Segretario di Stato ha indirizzato a Mons. Ceriani per
tale occasione, e che voi avete accolta con tanta riverenza.
Che cosa rimane a Noi da aggiungere a quanto sul tema centrale della
Settimana "Eucaristia e Comunità cristiana" è
stato già detto; con tanta abbondanza e con tanta competenza di
dottrina, e con comprensione e devozione è stato meditato e
tradotto in magnifici e piissimi atti di culto?
VALORI ETERNI DELLA VOLONTÀ CRISTIANA E LORO INSERIMENTO
NELLA REALTÀ DELLA VITA
Cercando di leggere negli animi vostri, Ci pare di scoprire in voi
l'attesa d'una Nostra approvazione, d'una Nostra conferma a quanto codesta
vostra visita, quasi facendone significativa offerta, Ci presenta davanti.
Voi venite, innanzi tutto, inalberando un vocabolo introduttivo come un
vessillo che definisce il metodo del vostro lavoro: "aggiornamento",
parola questa che ha avuto l'onore di essere accolta dal Nostro venerato e
compianto Predecessore Giovanni XXIII, di felice memoria, ed è
stata da Lui iscritta nel programma del Concilio ecumenico.
Applicata al campo ecclesiastico è parola che indica il rapporto
tra i valori eterni della verità cristiana ed il loro inserimento
nella realtà dinamica, oggi straordinariamente mutevole, della vita
umana, quale nella storia presente, inquieta, torbida e feconda, viene
continuamente e variamente modellandosi. E la parola che indica l'aspetto
relativo e sperimentale del ministero della salvezza, al quale nulla sta
più a cuore quanto il riuscire efficace, e che avverte quanto la
sua efficacia sia condizionata dallo stato culturale, morale, sociale
delle anime a cui si dirige, e quanto opportuno per la buona cultura, ma
specialmente per l'incremento pratico dell'apostolato sia conoscere le
altrui esperienze e far proprie quelle buone: "omnia
probate, quod bonum est tenete" (1 Thess. 5, 21). E' la
parola che mostra il timore delle consuetudini superate, delle stanchezze
ritardatarie,delle forme incomprensibili, delle distanze neutralizzanti,
delle ignoranze presuntuose e inconsapevoli circa i nuovi fenomeni umani,
come pure della scarsa fiducia nella perenne attualità e fecondità
del Vangelo. La parola che può sembrare ossequio servile alla moda
capricciosa e fuggente, all'esistenzialismo incredulo nei valori
obbiettivi trascendenti e avido solo di momentanea e soggettiva pienezza,
ma che invece assegna al succedersi rapido ed inesorabile dei fenomeni, in
cui si svolge la nostra vita, la dovuta importanza, e cerca di collegarsi
con la celebre raccomandazione dell'Apostolo: "redimentes tempus,
quoniam dies mali sunt" (Eph. 5, 16).
E' parola perciò che Noi pure accoglieremo con piacere, quasi
espressione di carità desiderosa di dare testimonianza alla perenne
e perciò alla moderna vitalità del ministero ecclesiastico.
COME SVOLGERE LE SOLLECITUDINI PASTORALI DI FRONTE ALL'ERRORE E PER
SALVARE LE ANIME
E a questo proposito Noi dobbiamo fare buona accoglienza ad un altro
termine, che qualifica l'attività di cui voi siete promotori o
seguaci; vogliamo dire il termine "pastorale". Oggi è
termine programmatico e glorioso. Il Concilio ecumenico, com'è
noto, l'ha fatto suo, e vi polarizza le sue finalità riformatrici e
rinnovatrici. Non bisogna vedere in questo aggettivo, che si accompagna
alle manifestazioni più alte e caratteristiche della vita
ecclesiastica, un'inavvertita ma nociva flessione verso il pragmatismo e
l'attivismo del nostro tempo, a scapito dell'interiorità e della
contemplazione, che devono avere il primato nella nostra valutazione
religiosa: tale primato rimane, anche se nella pratica le esigenze
apostoliche del regno di Dio, nelle contingenze della vita contemporanea,
reclamano un'assegnazione preferenziale di tempo e di energie
all'esercizio della carità verso il prossimo. Né si creda
che questa sollecitudine pastorale, di cui oggi la Chiesa si fa programma
prevalente, che assorbe la sua attenzione e impegna la sua cura,
significhi cambiamento di giudizio circa errori diffusi nella nostra
società e già dalla Chiesa condannati, come il marxismo
ateo, ad esempio: cercare d'applicare rimedi salutari e premurosi ad una
malattia contagiosa e letale non significa mutare opinione su di essa, sì
bene significa cercare di combatterla non solo teoricamente, ma
praticamente; significa far seguire alla diagnosi una terapia; e cioè
alla condanna dottrinale la carità salvatrice.
Sarebbe perciò parimente incauto vedere nell'importanza
attribuita alla attività pastorale una dimenticanza, o una rivalità
nei confronti della speculazione teologica: questa conserva la sua dignità
e la sua eccellenza, anche se le impellenti necessità della vita
ecclesiastica reclamano che la dottrina sacra non rimanga puramente
speculativa, ma sia considerata e coltivata nel quadro completo
dell'economia cristiana, dottrina cioè a noi data per praticare una
vera religione, per essere annunciata alle anime e per dimostrare nella
realtà storica la sua virtù salvatrice. Oggi mente e volontà,
pensiero e lavoro, verità ed azione, dottrina ed apostolato, fede e
carità, magistero e ministero assumono nella vita della Chiesa
funzioni complementari, sempre più strette ed organiche, con
reciproco splendore ed incremento.
CONTENUTO EVANGELICO ED APOSTOLICO NELLE CARATTERISTICHE ECCELSE DEL BUON PASTORE
Ma, ciò detto, Ci piace rendere onore, anche in questa occasione,
a quanto di evangelico e di apostolico cotesta qualifica di "pastorale"ci presenta. Essa ci richiama alla mente uno dei nomi, con
cui Gesù Cristo volle a noi descriversi; e col nome la figura
ineffabile, soave ed eroica del buon Pastore; e con la figura la missione
di guida, di maestro, di custode, di salvatore, che Cristo fece sua per
amore nostro, e che a Pietro fra tutti assegnò. Ci richiama alla
mente uno dei rami più fiorenti della teologia pratica, la teologia
pastorale, e cioè la scienza e l'arte propria della Chiesa,
arricchita di particolari poteri e carismi, di salvare le anime, ch'è
quanto dire di conoscerle, avvicinarle, istruirle, educarle, guidarle,
servirle, difenderle, amarle, santificarle. Ci richiama alla mente
l'umile, grande comune espressione del ministero sacerdotale: la cura
d'anime, la carità della Chiesa in atto, nella forma più
consueta, più assidua, spesso più generosa, certo più
necessaria.
Noi profittiamo di questa occasione per manifestare la Nostra altissima
stima, la Nostra speciale benevolenza, il Nostro fraterno e vivissimo
incoraggiamento ai Pastori d'anime. E' loro dovuto questo particolare
ricordo, che la vostra insegna pastorale subito solleva nell'animo Nostro,
perché siamo stati fatti Noi stessi Pastori, dapprima in una
diocesi che sembra essere stata nei secoli passati, con S. Ambrogio, con
S. Carlo, e ai giorni nostri con i Servi di Dio Cardinali Ferrari e
Schuster, ed essere tuttora campo sperimentale di tipica e positiva
importanza pastorale; ed oggi su questa Cattedra di Pietro chiamato da
Cristo a pascere la sua Chiesa.
E loro dovuta questa espressione della Nostra affettuosa venerazione,
perché il ministero pastorale obbliga a dedizione completa, come
c'insegna, con la parola e l'esempio, Gesù nostro Maestro: "Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis" (Io.
10, 10); ed è perciò dedizione che tocca i vertici della
carità, come ancora Cristo stesso ci ammonisce: "Maiorem
hac dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis"
(Io. 15, 13). E dovuto il Nostro incoraggiamento ai Pastori
d'anime, ai Vescovi e ai Parroci specialmente, e a quanti altri alle cure
pastorali sono dedicati, perché sappiamo in quali condizioni essi
oggi lavorano: lo stato spirituale del mondo presenta oggi difficoltà
enormi, alcune delle quali fino a ieri sconosciute.
IL PAPA COMPRENDE, STIMA, AMA, SEGUE TUTTI I SACERDOTI DI CRISTO
Noi sappiamo quali apprensioni pesano spesso sul cuore d'un Vescovo,
quali sofferenze sovente lo affliggono, non tanto per la indigenza dei
mezzi anch'essa talora così grave e mortificante, ma per la sordità
di chi dovrebbe ascoltare la sua parola, per la diffidenza che lo circonda
e lo isola, per l'indifferenza e la disistima, che squalificano il suo
ministero e lo paralizzano. Noi sappiamo quanti Parroci e Coadiutori
esercitano la cura d'anime in quartieri vasti e popolosi, dove il numero,
la mentalità, le esigenze degli abitanti li obbligano a lavoro
indefesso ed estenuante; e sappiamo anche quanti Sacerdoti invece devono
esercitare il ministero nel nascondimento in piccoli paesi, nella mancanza
di conversazioni, di collaborazione e di risultati confortanti: gli uni e
gli altri spesso in condizioni economiche penose, spesso contrastati ed
incompresi, e obbligati a vivere ripiegati su se stessi; paghi solo di
ritrovare negli umili che li circondano, nel libro sacro delle loro
preghiere e nel tabernacolo il mistero del divino Presente. Noi Ci
sentiamo obbligati ad assicurare questi cari e venerati fratelli,
affaticati operai del Vangelo, ovvero modesti e tenaci ministri della
Chiesa di Dio, che il Papa li pensa, li comprende, li stima, li assiste,
li ama, e perciò li segue con la sua preghiera e con la sua
benedizione.
GRANDEZZA SOVRUMANA DEL SACERDOTE MINISTRO DEL SACRAMENTO EUCARISTICO
Ed ecco che questo riferimento alla comunione di spirito che Ci unisce
alla grande schiera di Sacerdoti, impegnati nella cura d'anime, Ci fa
concludere queste Nostre parole con un accenno al tema trattato durante la
vostra Settimana di aggiornamento pastorale, e cioè al tema sulla "Eucaristia
e la comunità cristiana", per augurare che la vostra
riflessione su argomento di tanta ricchezza dottrinale e spirituale abbia
a continuare nell'esercizio del vostro ministero, a conferma della
convinzione che nessuna altra azione ne realizza la pienezza di grazia e
l'efficacia pastorale quanto la celebrazione del divino Sacrificio, nella
quale, da un lato, la sovrumana potestà dell'ordine rende realmente
presente, in forma sacramentale, l'Umanità reale di Cristo, Capo di
tutto il Corpo mistico e delle singole comunità locali, e
dall'altro la missione pastorale, che è affidata al Sacerdote in
cura d'anime, è obbligata a rendere realmente presente, in forma
comunitaria, il Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa.
Abbia a continuare, dicevamo, per alimentare nel vostro Sacerdozio
l'inebriante coscienza del suo rapporto antecedente e conseguente con la
Eucaristia, per il quale il Sacerdote è ministro generatore di
tanto Sacramento, e poi primo adoratore e sapiente rivelatore e
instancabile distributore. Abbia a continuare per assegnare al vostro
stesso Sacerdozio come primo dovere, anche sotto l'aspetto della carità
e della fecondità pastorale, quello, comune e sublime, di "dire la Messa". Sì, dire la Messa, ma in modo tale che sia
puntuale e perfetta nel rito, sia semplice nella solennità e
solenne nella semplicità, sia raccolta nel silenzio e nella
compostezza dell'assemblea e unanime nella preghiera e nel canto, sia
parlante e misteriosa nel significato, sia da tutti partecipata nello
svolgimento, e sia da tutti cordialmente, devotamente assistita, dai
fanciulli, dai giovani, dagli studenti, dagli operai, da ogni cero
sociale; dagli uomini e dalle donne, dalla famiglie intere, dalle
associazioni cattoliche e dalle istituzioni dimoranti nel territorio
parrocchiale, e con accoglienza più premurosa, dalle care Suore,
fiori sacri delle nostre Parrocchie; e poi dai sofferenti, dai piangenti,
dai vecchi, dai poveri, da tutto il popolo di Dio, da tutta la comunità
invitata, insieme col Sacerdote, che ivi funge in persona Christi e
nello stesso tempo da capo, interprete e rappresentante della plebe
cristiana, ad esprimere il suo proprio "sacerdozio regale", in
modo da rinnovare e perpetuare il fenomeno, indice e vertice della realtà
comunitaria, della prima "moltitudine dei credenti", che era,
com'è scritto negli Atti degli Apostoli: "un cuor
solo e un'anima sola" (Act. 4, 32).
Abbia a continuare, ripetiamo, a diffondersi, e a portare questi frutti
auspicati, con la Nostra Benedizione Apostolica.
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