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UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI

Mercoledì delle Ceneri, 12 febbraio 1964

 

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita giunge a Noi in un giorno particolare, che non può non conferirle il suo spirito: il giorno è quello detto, nel rito romano, delle Ceneri, col quale si apre il periodo di intensa preparazione alla grande solennità della Pasqua, e cioè il periodo quaresimale.

Desiderosi, come siamo, di dare ai riti della Chiesa la loro pienezza di significato e di efficacia, specialmente ora, dopo che il Concilio ecumenico ha sancito la Costituzione sulla sacra Liturgia, non possiamo separare la preghiera dalla, vita, e, in questo momento, non possiamo tacere con voi il ricordo di questa odierna cerimonia della imposizione delle ceneri sulle nostre teste con gesto e con parola che vogliono essere molto impressionanti, quasi terribili.

Tale cerimonia sembra qualificare l’aspetto più grave della nostra religione, e da molti ritenuto il più vero, anzi l’unico: l’aspetto penitenziale, l’aspetto triste, severo, pessimista. Ed è quello che allontana tanti animi dalla fede e dalla Chiesa, giovani specialmente e figli del nostro tempo, che aspirano alla gioia, alla bellezza, al godimento della vita. Il cristianesimo è la religione della croce, la Chiesa è la maestra della mortificazione. Tutto ciò non è conforme allo spirito moderno, che aspira alla felicità.

Ebbene, voi, che venite a visitarci, e che con questa vostra presenza Ci dite di voler essere discepoli fedeli della Chiesa, voi sapete che questo aspetto penitenziale della vita cristiana è profondamente saggio, e perciò degno d’essere da Noi compreso ed accettato. Esso è innanzi tutto francamente realista.

Esso conosce ciò che di miserabile e di tragico nasconde il volto della nostra vita. Quando la Chiesa ci parla della precarietà della nostra esistenza terrena, fa propria la esperienza più comune e più evidente della nostra, presente condizione, e fa proprio il duro e crudo, ma inconfutabile linguaggio dei filosofi pessimisti: che cosa è il tempo, se non una corsa alla morte? e che cosa sono i beni di questa terra se non «vanità di vanità»?

Così, quando la Chiesa fa l’analisi del nostro mondo interiore, è altrettanto sincera, ed anche più di quanti hanno esplorato il fondo della coscienza umana e vi hanno scoperto molti torbidi movimenti, molte ridicole velleità, molte perverse intenzioni. Gli studiosi moderni hanno superato gli antichi nel dare un ben triste quadro dei «caratteri» umani, studiati nella loro interna psicologia; e la spietata e spesso malvagia sincerità di questi ben noti studiosi ha fatto scuola nel nostro tempo; ma la sincerità dell’esame di coscienza insegnato dall’ascetica cristiana, e la visione profonda, si dovrebbe per sé dire irreparabile, delle reali condizioni dell’uomo, ferito dal peccato originale, insegnata dall’antropologia cristiana, non sono state né eguagliate, né vanificate. La dottrina della Chiesa non nasconde, non attenua la miseria della povera argilla umana; la conosce, la insegna, la ricorda alla nostra cecità e alla nostra vanità: «Ricordati, uomo, che sei cenere; ed in cenere ritornerai».

Ma dove la scienza terrena si arresta al traguardo della disperazione e della morte, la lezione della nostra dottrina, voi sapete, non finisce, anzi prosegue animosa; essa aggiunge due altri capitoli, che il mondo giudica paradossali, incomprensibili; e sono invece luce magnifica per il cristiano. Il primo è il capitolo della mortificazione: quasi non bastassero, dirà il profano, i malanni inevitabili, che affliggono l’umanità, la scuola del Vangelo vi aggiunge i malanni volontari dell’ascetica e della penitenza. Anzi, della penitenza, corporale o spirituale che sia, una parola tremenda di Cristo fa obbligo a tutti: «Se non farete penitenza, tutti perirete . . .» (Luc. 13, 5). Non si potrà dire, come si legge in libri del nostro tempo, che il cristianesimo è fatto per le anime deboli, e che per recare loro conforto le incanta e le infiacchisce. No, il cristianesimo è una palestra di energia morale, è una scuola di autodominio, è un’iniziazione al coraggio e all’eroismo, proprio perché non teme di educare l’uomo alla temperanza, al controllo di sé, alla generosità e alla rinuncia, al sacrificio; e perché sa ed insegna che l’uomo vero e perfetto, l’uomo puro e forte, l’uomo capace di agire e di amare è un alunno della disciplina di Cristo, la disciplina della Croce.

Ed è così che la dottrina della Chiesa aggiunge l’ultimo capitolo alla sua lezione sulla miseria umana e sulla mortificazione cristiana, proclamando che questa è rimedio di quella; ed entrambe sono risolubili in una vittoria del bene sul male, della felicità sul dolore, della santità sul peccato, della vita sulla morte. È questo l’epilogo del grande dramma della Redenzione, che appunto noi celebreremo nella prossima Pasqua; e può e dev’essere, Figli carissimi, l’epilogo felice nostro, nel tempo e oltre il tempo, nella eternità.

Così vi diciamo a ricordo di questa udienza nel primo giorno di Quaresima, esortando ciascuno di voi a questo programma di pensieri, e di preghiere e di azioni forti e sante, con la Nostra Apostolica Benedizione.


Al monastero di Tor de’ Specchi

Sua Santità rileva, anzitutto, che questa è la prima delle comunità religiose che Egli visita da quando ha assunto l’Ufficio Apostolico. Tale primato vuol dire subito la stima che il Papa ha di un cenacolo così insigne nella storia religiosa di Roma, e del fervore di pietà che vi si conserva.

Egli, quindi, vuole esprimere alle Religiose il suo saluto e manifestare compiacenza nel sentirsi circondato da anime profondamente fedeli e legate non soltanto alla Chiesa, ma alla Sede Apostolica. Le Oblate sono a ciò indotte dalla loro tradizione, e da solida formazione spirituale. Piace, quindi, al Santo Padre di salutare l’intera Comunità, chi la dirige, chi la assiste e chi la compone e, può anche dire, chi la comporrà, augurando che altre anime possano venire, sorelle vicino a loro, ad onorare il Signore e a tener viva la fiaccola della virtù e della pietà cristiana in questo domicilio di santità e di fedeltà.

Un pensiero potrebbe venire quando si visitano le case della pietà cristiana, lontane dalle vanità del mondo, e dalla conversazione comune, e cioè, i monasteri, i conventi, le comunità religiose. Alcuni, entrando in queste isole tranquille del silenzio e della preghiera, potrebbero supporre che mentre al di fuori è intensa la vita, . si moltiplicano le attività di lavoro e le iniziative, le comunità oranti non appartengano alla realtà della vita vissuta, mentre anche la Chiesa promuove, specialmente oggi, altre manifestazioni; si ponga mente all’attività missionaria, alla scuoia, agli ospedali, alle varie forme di apostolato in mezzo a questa nostra febbrile e movimentata società.

Invece basta un istante di riflessione per convincersi che le Religiose non solo appartengono alla Chiesa, ma al cuore della Chiesa; non solo non sono avulse o indifferenti, ma sono al centro della più alta operosità. Prima di tutto con i grandi titoli della loro storia, con la tradizione. Infatti si potrebbe descrivere molto della vita, - e quale vita! - della Chiesa Romana, andando a sfogliare i loro annali e trovando in essi nomi grandi di Papi, di cardinali, di uomini politici illustri che hanno tessuto la storia esteriore ed augusta della Città eterna. Si può inoltre trovare, come qui avviene, anche il sedimento, anzi il cumulo di tradizioni gloriose, di pietà tranquille e raccolte, con le sante, le beate, tutte le anime rette, che in questo cenobio si sono preparate al paradiso. Ed anche ciò direbbe che questa è la Chiesa, perché questo è il giardino centrale delle virtù più autentiche: la povertà, la carità, la purezza, il distacco, l’abnegazione, il Vangelo vissuto.

Poi vi è un altro vincolo che unisce le Oblate alla Chiesa: proprio ad esso il Papa farà appello per sentirle ancora più vicine al Suo Ministero e per trasformarle da premurose figliuole e sorelle in collaboratrici del Suo apostolato, cioè le inviterà a pregare, a comprendere il momento grande, faticoso, ma anche così pieno di speranze, che la Chiesa attraversa.

Il loro animo deve essere come specchio che riflette in sé l’epoca storica della Chiesa anche nel suo aspetto esteriore, e la fa propria per confortarla con ininterrotte implorazioni al Signore, con i sacrifici, la penitenza, l’olocausto della propria vita affinché la Chiesa sia grande, forte, conosciuta, vittoriosa e porti ovunque la sua luce; affinché l’umanità divenga, per decoro e civiltà, quale il Signore la vuole.

Il Papa ricorda altresì alle Religiose che esse, spose del Signore, possono davvero riverberare sulla Chiesa una personale santità, e far sì che la Chiesa possa sempre presentare i fiori del valido impegno. Una circolazione di pensieri, di sentimenti, di propositi, di dolore, anche, e di fiducia deve unirci alla vita della Chiesa, ma non soltanto a quella storica e passata. Bisogna essere tesi verso le mete supreme, e le Oblate di S. Francesca Romana con il fervore, le preci, la comunione con Cristo benedetto possono davvero essere collaboratrici ed apostole; coloro, in una parola, che ottengono da Dio quanto, forse, le attività esteriori di chi lavora nel mondo non riesce a conseguire.

Il Santo Padre conclude esortando le Oblate ad essere sempre più unite alla Chiesa, devote a tanta Madre, fedeli alla Santa Sede e a ricordare sempre, nella preghiera, - così come il Papa farà per loro -, Chi adesso, nel nome del Signore, tutte le benedice.

                                                    

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