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UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Mercoledì, 15 aprile 1964
Diletti Figli e Figlie!
Carissimi, abbiamo qualche
cosa da chiedervi. Voi siete cristiani, siete Nostri fratelli e figli in Cristo,
voi siete appartenenti alla santa Chiesa; non potete perciò essere estranei ai
Nostri sentimenti ed ai Nostri desideri. Vorremmo anzi pensare che voi non siate
insensibili ai Nostri bisogni, alle Nostre pene. Buoni e intelligenti, come
siete, cari Figli e Figlie, voi potete bene immaginare quali pensieri, quali
timori, quali responsabilità, quali pesi, quali afflizioni gravino sul cuore del
Papa. Non vorreste voi ascoltare qualche Nostra richiesta? non vorreste voi
portarci qualche aiuto e qualche consolazione? Noi pensiamo che sì; voi volete
corrispondere alle Nostre richieste; e già in Cuor vostro domandate: che cosa
desidera il Papa da noi?
Che cosa da voi desideriamo? Ecco. Desideriamo anzi
tutto che voi Ci comprendiate. Dicendo voi, diciamo tutti. Dicendo Noi, diciamo
la Chiesa. La Chiesa ha bisogno d’essere da tutti compresa, d’essere
conosciuta, meglio e più addentro, nel suo vero essere, nel suo cuore, nella
sua missione, nel suo mistero. Voi potreste dire: «Già la conosciamo noi la
Chiesa, e bene; siamo istruiti, sappiamo molte cose». Ebbene, ascoltate il
Nostro desiderio; cercate di conoscere più perfettamente, più intimamente la
Chiesa. Avrete allora maggiore indulgenza per il suo volto umano, avremo
maggiore entusiasmo per il suo volto sovrumano. Noi vi diremo con San Paolo che
la Nostra aspirazione è «che la vostra affezione (per la Chiesa) cresca sempre
più e più, in cognizione ed in ogni finezza di sensibilità» spirituale (Phil.
1, 9). E vi diremo anche che una delle Nostre più acute e più frequenti
sofferenze è di vedere quanti abbandonano la Chiesa, quanti la criticano,
quanti la offendono, proprio per una facile incomprensione, grossolana in
alcuni, superficiale in molti, strana anche in non pochi cristiani e cattolici,
che spesso non hanno per la Chiesa altri pensieri se non di diffidenza, di
critica e di biasimo, e le recano tante difficoltà e dolori con inesplicabile
disinvoltura.
Cercate, dicevamo, di comprendere la Chiesa. Ciò
renderà più facile esaudire un altro Nostro desiderio: rimanere fedeli.
Carissimi figli, ve lo diciamo col cuore: la Chiesa ha bisogno della vostra
fedeltà, della vostra costanza, della vostra fortezza. Vedete quanti, oggi,
appunto perché non comprendono e non credono, se ne vanno lontano, lasciano e,
forse, tradiscono la Chiesa. Ci vengono alle labbra le parole sconsolate di
Gesù, dopo il discorso di Cafarnao, abbandonato dai suoi uditori, per i quali,
il giorno prima, aveva moltiplicato i pani, e rimasto solo col piccolo gruppo
dei suoi discepoli: «Volete andarvene anche voi?» (Io. 6, 68). Noi vi
preghiamo di fare vostra, sempre, la risposta che in quella occasione Pietro,
per tutti, proclamò: «Signore, a chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita
eterna» (Io. 6, 69). Così, così. Non basta oggi una fedeltà formale,
puramente tradizionale e convenzionale, una fedeltà forse sostenuta dal proprio
gusto o dall’altrui opinione; occorre una fedeltà convinta, forte,
coraggiosa, intrepida.
Ed ecco allora che l’adesione alla Chiesa diventa
amore.
Bisogna amare la Chiesa. Come il Signore l’ha amata,
fino a dare la sua vita per lei: «Christus dilexit Ecclesiam et se
ipsum tradidit pro ea» (Eph. 5, 25). Bisogna amare la Chiesa:
questo è ciò che Noi vi chiediamo, figli carissimi: l’amore alla santa
,Chiesa cattolica. Amare vuol dire pregare: pregate per la Chiesa. Amare vuol
dire stare uniti: state uniti alla Chiesa. Amare vuol dire operare: operate per
il bene della Chiesa.
Possiamo Noi sperare che voi corrisponderete col
cuore e con l’opera a questi Nostri desideri? Sì, Noi lo speriamo. E speriamo
perciò che questa Udienza sarà per Noi motivo di grande conforto, per voi di
grande merito. E in questa fiducia diamo a voi tutti la Nostra Apostolica
Benedizione.
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