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UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI

Mercoledì, 30 settembre 1964  

 

Diletti Figli e Figlie!

Alla fine di questa Udienza, com’è nostra abitudine, noi canteremo insieme il Credo, quello della Messa domenicale. Nessuno, Noi pensiamo, troverà fuori luogo questa professione di fede; anzi ciascuno di voi godrà di poter esprimere in un canto comune ciò che in quest’ora e in questa basilica dev’essere un sentimento comune : la nostra adesione alla fede della Chiesa cattolica; la quale fede è quella di S. Pietro, sul cui sepolcro noi siamo adunati; e la fede di S. Pietro è quella che confessa Gesù Cristo, Figlio di Dio, nostro Maestro e nostro Salvatore; e nella fede in Cristo noi veniamo a conoscere il mistero della vita di Dio, unico nella natura, Padre e Figlio e Spirito Santo nelle persone, e a trovare nella fede non solo una nuova conoscenza della Divinità, ma un principio altresì di comunione con Dio, un principio della nostra salvezza. Questa nostra professione di fede ci serve quasi di scala, che da questo punto, la sede di Pietro, sale al cielo, e sembra invitarci in modo particolare a percorrerne gli ascendenti gradini.

Questo invito era una volta esplicitamente presentato ai visitatori dell’antica Basilica costantiniana, demolita per costruire allo stesso posto quella che ora ci accoglie. Narra il Liber Pontificalis, raccontando la vita di Papa Leone III (795-816), quello che incoronò imperatore Carlomagno, che questo Pontefice «per amore e per difesa della fede ortodossa» fece apporre due grandi scudi d’argento, uno sulla porta destra, l’altro sulla porta sinistra della confessione di S. Pietro; sui quali scudi era scolpito, in latino da una parte, in greco dall’altra, il simbolo della nostra fede, nel testo che chiamiamo di Nicea, quello cioè delle nostre Messe cantate (che aveva preso il posto del simbolo battesimale, che chiamiamo simbolo degli Apostoli), così che chiunque si avvicinava alla tomba di S. Pietro era sollecitato a recitare, con lui e a suo onore, l’atto di fede.

Ed è ciò che facciamo anche noi al termine dell’Udienza. E qui si aprirebbe una bella meditazione sulle ragioni, che ci fanno associare la professione della fede alla devozione al Principe degli Apostoli. E sono ragioni che tutti ricordiamo pensando ai fatti del Vangelo, dove appunto S. Pietro appare come l’Apostolo della fede (Matth. 16, 16; Io. 6, 69), e dove Cristo predice a Simone, da lui trasformato in Pietro, che toccherà a lui di «confermare» i fratelli, cioè i cristiani nella fede (Luc. 22, 32). Toccherà a lui di essere non solo il primo e più autorevole testimonio della risurrezione di Cristo, sulla realtà della quale si fonda l’edificio della fede, ma, come dicono i teologi, il promotore, il maestro della fede e della vita della Chiesa.

È bene perciò che, venendo a venerare la tomba di S. Pietro e incontrando l’umile suo successore investito della stessa missione d’insegnare la fede, di fortificare la fede, ogni spirito, sensibile alle voci delle cose circostanti, avverta l’impulso di credere e di professare la sua fede in perfetta armonia con Chi è guida nell’accettazione, nella comprensione, nella manifestazione, nell’applicazione e nella difesa della parola di Cristo.

Oggi, festa di S. Girolamo, viene alla Nostra memoria una parola di questo Santo, scritta da lui a Papa Damaso (366-384), dall’eremo della Calcide nella Siria, dove allora si trovava, polemizzando con gli eretici di quel tempo: «Io intanto grido che, se uno sta con la cattedra di Pietro, è dalla mia parte; «ego interim clamo, si quis cathedrae Petri iungitur, meus est» (Ep. XVI, P.L. 22, 359). Dovremo noi pure oggi, con pari convinzione e con pari energia, unirci all’autorità del magistero di Pietro per godere della luce e della sicurezza che ne deriva, e per sentire la consolazione d’essere insieme, d’essere insieme con tutti i credenti, i fedeli, che sono nel mondo e formano la Chiesa, e d’essere uniti all’albero della Chiesa, che ha Pietro alla radice e Cristo per vita.

Possa la Nostra Benedizione confortare in voi questa salutare certezza.

 

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