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UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI

Mercoledì, 16 dicembre 1964

 

Diletti Figli e Figlie!

Chi viene a questo incontro col Papa subisce di solito una duplice impressione : quella del tempo che corre, e quella di «qualche cosa» che resta. Quella del tempo che corre, cioè quella della storia passata, la prova chiunque pensa ai secoli che precedono questo momento, con una continuità, con una connessione interiore, che lascia intravedere un disegno singolare e meraviglioso, da cui le vicende umane acquistano un ordine, un significato, un valore pensabile e riferibile a Dio, che guida, nel loro libero e disordinato svolgimento, gli avvenimenti umani. Qui qualche cosa si capisce della logica della storia. Nello stesso tempo un momento come questo dà l’impressione di toccare qualche cosa di immobile, di fermo, di impassibile: si tocca la pietra che non invecchia, che non teme l’usura degli anni, che è sempre eguale a se stessa.

Sono vere, sono esatte queste impressioni? Sì che lo sono, perché ciascuna, a suo modo, ci fa sperimentare diversi aspetti della realtà della Chiesa, che vive nel tempo e che sfida il tempo; che misura a secoli la sua vita e che non invecchia; che aderisce alla fluida contingenza delle cose umane, ma sempre portando con sé certi elementi estratemporali, che sono il segreto della sua perennità e della sua attualità: la fede, la grazia, la promessa di Cristo.

In questo quadro, che assume l’aspetto d’un grande orologio, l’orologio della storia collegata con l’eternità, si possono meglio capire le feste che segnano i giorni del nostro calendario; feste, che si riferiscono ad avvenimenti passati, e che ne rinnovano la memoria, anzi ne rievocano, in certa forma, la realtà. Il passato diventa presente; anzi si fa preparazione del futuro; ritorna messianico, diviene escatologico.

Guardate il Natale, ch’è ormai prossimo. Che cosa è il Natale, se non la commemorazione della venuta del Verbo di Dio nel mondo, e precisamente della sua Incarnazione? Ma non è solo ricordo. È un riflesso di quella luce nello specchio delle anime credenti. Il Natale si riverbera e si ripete nel cuore dei fedeli, Questo fa la Chiesa: ricorda e attualizza. Rammenta il grande avvenimento storico, passato; e lo trasporta nei cuori; lo spiritualizza, lo universalizza. Trasferisce il Presepio negli spiriti dei suoi figli; lo conserva così e lo rinnova. Anzi già fin d’ora lo proietta nel futuro, non solo assicurandone la celebrazione agli anni avvenire, ma annunciandone il compimento in una scena finale. Ci insegna cioè che l’avvento di Cristo è triplice: nella realtà storica del Vangelo; nella realtà spirituale delle anime viventi nella storia attraversata dalla salvezza di Cristo; nella realtà escatologica, ossia finale, quando Egli ritornerà glorioso e dominatore del secolo eterno.

Queste visioni sono certamente note a tutti, e sono presenti, Noi pensiamo, alle vostre menti durante questo periodo di preparazione alla soave e sublime festa del Natale. Ma Noi pensiamo anche, e auguriamo, che vi siano più chiare e più impressionanti in questo luogo ed in questo momento, in cui le cose della nostra fede sembrano e sono irradiate dall’incontro con Colui che, per mandato e per misericordia di Cristo, non certo per Suo merito o per Sua elezione, ha l’ufficio supremo d’esserne testimonio e maestro. Vi diremo perciò, a conclusione, con le parole stesse dell’Apostolo Pietro che qui ha, sulla sua tomba, la sua cattedra: «Che la prova della vostra fede pili preziosa dell’oro... sia trovata degna di lode, di gloria e di onore nella manifestazione di Gesù Cristo, che voi amate senza averlo mai visto; nel quale anche ora credete, pur senza vederlo; e credendo esulterete d’una letizia ineffabile e beata, riportando a premio della vostra fede la salvezza delle anime» (1 Petr. 1, 7-9).

Con questo voto, carissimi, tutti vi salutiamo e vi benediciamo, a tutti augurando buono, santo e felice il prossimo Natale.


Saluti

Un saluto di particolarissimo affetto e di speciale attenzione è dovuto al gruppo dei sacerdoti del Seminario «Nostra Signora di Guadalupe», presenti a questa Udienza, i quali, avendo terminato il loro corso di preparazione, si accingono a partire per l’America Latina, per quelle diocesi ove li attendono gli ampi orizzonti di un nuovo, urgente, fecondo ministero. Li accompagnano i venerabili Fratelli Giuseppe Carraro, Vescovo di Verona, Presidente della Commissione Episcopale Italiana per l’America Latina, e Alberto Castelli, Segretario della Commissione Episcopale Italiana; e sono con loro i Superiori e i condiscepoli del Seminario Veronese, ove questi si preparano a seguirli un giorno su le vie dell’apostolato in mezzo ai fratelli lontani, i quali attendono le loro mani sacerdotali, che un giorno dovranno levarsi a benedire, a consacrare, ad amministrare i Sacramenti della salvezza.

Figli dilettissimi. Il pensiero del lavoro che tutti vi aspetta, vi ha condotti a Roma per ritemprare le vostre anime a contatto con le sacre memorie del Principe degli Apostoli, e con la realtà viva della Chiesa cattolica, che qui ha il suo centro e la sua spinta evangelizzatrice; siete venuti a videre Petrum, che vi incoraggia e vi benedice per il tramite del suo umile, ma autentico Successore.

E per Noi è fonte di commossa gioia potervi rivolgere il Nostro saluto, e dirvi che il Nostro cuore è vicino al vostro, perché avete scelto una più ardua e generosa «pars hereditatis et calicis» (Ps. 15, 5), e dilatato le sollecitudini della vostra vocazione verso gli ampi orizzonti di regioni sterminate, già albeggianti per il raccolto, ove purtroppo si fa ancora sentire la mancanza di operai della messe. Siamo pertanto lieti di vedere la vostra schiera, già così numerosa, e di potervi ripetere di persona quell’augurio e quel compiacimento che affidammo alle onde invisibili dell’etere il giorno 8 dello scorso mese di novembre, quando si è inaugurato il vostro bel Seminario; augurio e compiacimento reso più intenso dalla consolazione di avervi qui, oggi, alla Nostra presenza. L’aver voi accolto con esemplare prontezza la voce del Signore che chiama, e aver corrisposto alle Nostre più trepide speranze, Ci dice che la Chiesa è sempre giovane, le sue energie si rinnovellano continuamente e l’avvenire le schiude il campo di sempre nuove conquiste, nella certezza della divina promessa del suo Fondatore: «Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo» (Matth. 28, 20).

La Nostra preghiera vi accompagna, diletti sacerdoti, ora e nei vostri primi passi in terra lontana, come invoca per tutti voi, diletti seminaristi, l’abbondanza dei lumi celesti per la vostra degna, completa, solida formazione al sacerdozio; e non dimentica altresì i vostri Superiori e quanti vi sono al fianco per aiutarvi nell’ardito cammino, in primo luogo i vostri genitori carissimi, che hanno compiuto lietamente, per il Signore, il sacrificio che a loro più costa.

La Nostra Apostolica Benedizione scenda ad avvalorare i Nostri voti, e vi ottenga ogni più eletta grazia dell’Eterno Sacerdote delle nostre anime.

                                                      

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