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UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI

Mercoledì, 6 ottobre 1965

 

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita Ci trova ancora commossi per il Nostro viaggio alla sede dell’ONU, ieri concluso, del quale si è tanto parlato; e Noi non vi aggiungeremo né cronache, né commenti. Lasciamo alla vostra riflessione cercare il significato dei vari aspetti di questo avvenimento, che Ci sembra meritare l’interesse non solo della curiosità e della memoria, ma altresì quello del giudizio sulle vie della storia e della Provvidenza.

Noi Ci limitiamo ad una semplice osservazione spirituale, che possa servire a collegare questa udienza con lo scopo di quel Nostro viaggio, lo scopo di annunciare al mondo la pace. Perché voi potreste pensare, come tanti altri, che la pace è una questione che riguarda. i Governi, riguarda coloro che dirigono le sorti dei Popoli; i quali, sì, s’interessano assai della pace, per goderla quando c’è, per rimpiangerla quando manca; ma senza potere normalmente influire sulle decisioni responsabili e talora fatali, dalle quali la pace dipende.

Sì, è vero, la pace è problema politico nei suoi momenti determinanti; ma è anche un fatto collettivo di popolo nei suoi momenti preparatori e nelle sue ore di goduta stabilità; basta pensare all’influsso dell’opinione pubblica sull’andamento della cosa pubblica per comprendere che il popolo stesso può essere fautore delle sue sorti, della pace, se la vuole, ovvero degli squilibri morali o sociali che la turbano e che la compromettono. Vogliamo dire, semplificando, che la pace è un dovere, un dovere di tutti.

Si è fatta molta propaganda in questi ultimi anni sulla pace, ma spesso, per tanti motivi, poco persuasiva. Dobbiamo riprendere questo grande tema, procurando di considerarlo alla luce dei principii cristiani e di inserirlo nelle nostre coscienze, non certo a scopo demagogico o antipatriottico, ovvero a scopo egoistico e edonistico; ma a scopo veramente umano, per dare alla pace la sua vera espressione, di ordine spirituale e morale, di giustizia e di carità sociale, di servizio di amore verso tutti, in una visione ideale dell’umanità che davvero possa dirsi cattolica, cioè universale.

La nostra visione della pace deve innanzitutto prospettarci un mondo non statico, fermo nel sonno, o nel godimento beato, o nella costrizione obbligata d’una tal quale tranquillità, ma un mondo in cammino, rivolto da un lato alla laboriosa conquista della natura, del così detto progresso, e dall’altro alla sistemazione sempre più equa e benefica degli ordinamenti civili e sociali, in modo che la pace risulti sempre da un continuo sforzo di migliore giustizia e di più benefica partecipazione di tutti e d’ognuno a quei beni temporali che rendono più facile l’accesso ai beni spirituali, che soli fanno l’uomo buono e felice. La pace deve nascere dall’amore, e nell’amore conservarsi e prosperare. E all’amore - parliamo di quell’amore del prossimo che deriva dall’amore di Dio - tutti possono e debbono contribuire. E l’amore genera la giustizia.

Noi ripeteremo qui ciò che ieri dicevamo ai Padri qui riuniti in Concilio: «La pace deve avere per fondamento la giustizia, della giustizia ci faremo avvocati. Perché di giustizia ha grande bisogno il mondo, e di giustizia vuole Cristo che noi siamo affamati e assetati. E perché sappiamo che la giustizia è progressiva; e sappiamo che man mano progredisce la società, si sveglia la coscienza della sua imperfetta composizione, e vengono alla luce le disuguaglianze stridenti e imploranti che ancora affliggono l’umanità. Non è forse questa avvertenza delle disuguaglianze fra classe e classe, fra nazione e nazione la minaccia più grave alla rottura della pace? Sono note queste cose. Ed ecco che esse ci invitano a rivedere che cosa possiamo fare noi per porvi rimedio: la condizione delle popolazioni in via di sviluppo dev’essere oggetto della nostra considerazione; diciamo meglio, la nostra carità verso i Poveri che sono nel mondo - e sono legioni sterminate - deve farsi più attenta, più attiva, più generosa».

Vi ripeteremo anzi un’esortazione bellissima della sacra Scrittura, contenuta nel Salmo trentatreesimo: «Venite, figliuoli, ascoltatemi: io vi insegnerò il timore del Signore. Qual è l’uomo che ama la vita e brama vedere giorni felici? Tieni lontana la tua lingua dal male e le tue labbra dal parlare con frode. Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e continua a cercarla» (vv. 12-15).

Così, diletti Figli e Figlie, vi diciamo, affinché cresca in voi, a ricordo di questa udienza, il desiderio del bene, di quel bene che favorisce e produce la pace. Quando sentirete parlarvi della dottrina sociale della Chiesa, ovvero delle nostre Missioni, ovvero della fame nel mondo, ovvero dell’unità dei cattolici, ovvero della reintegrazione nell’unica comunione di Cristo dei Fratelli separati, eccetera, sappiate intendere il valore pacificatore di tali grandi temi della vita cristiana moderna; e sappiate farli vostri, affinché meritiate come detta per voi la settima beatitudine del Vangelo: «Beati gli operatori della pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matth. 5, 9). Con la Nostra Apostolica Benedizione.

                                                                                                                           

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