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PARABOLA DEL FRUMENTO E DELLA ZIZZANIA
OMELIA DI PAOLO VI
Domenica, 8 novembre 1964
La prima impressione, leggendo il Vangelo di questa domenica, è la brevità e
semplicità - sono sette versetti - della parabola che il Signore ci presenta:
narrazione famosa e a tutti nota, del buon frumento e della zizzania. Nel
riascoltarla siamo pure colpiti dalla vivida ricchezza e dalla vastità di
dottrina che il brano contiene; dalla quantità di questioni a cui risponde, sì
che, ben può dirsi, esso sembra condensare in visione sintetica, lineare,
nientemeno che l’intero panorama del mondo.
Questa parabola, infatti, non tratta forse della storia delle singole anime,
della storia della società, della grande famiglia umana; e non presenta il
misterioso, sconcertante problema dell’esistenza del male? Chi crede in Dio, chi
ha fiducia in Lui, chi cerca di seguire i suoi precetti, si imbatte, a un dato
momento, in una tentazione, che deve essere certamente la più grave, se, nella
storia delle conversioni, sempre è inclusa questa tappa come un punto obbligato.
IL MISTERO DEL MALE
È l’interrogativo: se Dio c’è, perché ci deve essere il male? perché le cose
debbono andare tanto alla rovescia? perché c’è questa tolleranza di offese, di
bestemmie, di peccati? perché le vicende umane non sono meglio regolate?
La tentazione, assai comune, si manifesta così acuta, che gli ingegni più
eletti, a cominciare da Sant’Agostino, hanno provato l’urto, l’inciampo nel
considerare questa scena del mondo, che sorprende e sgomenta. Ci sono stati
coloro i quali hanno detto che Dio ha creato un mondo perfetto, ma essi sembrano
smentiti dalla realtà; e così non pochi si chiedono che deve pensarsi di un Dio
il quale crea e tollera delle cose imperfette. D’altra parte sappiamo come molta
letteratura, divulgata dopo la guerra, imputi nientemeno che a Dio tutte le
nostre disgrazie, le nostre mancanze; e rovesci contro di Lui, con
sacrilega protervia, l’insieme del male inesplicabile che troviamo nel mondo.
Sorge, allora, un altro quesito: quale contegno tenere? Dobbiamo combattere il
male, fare una crociata, per sradicarlo da questo mondo, sino ad usare anche le
forze esteriori materiali, il potere della spada? Leggiamo il Vangelo e
troveremo una immensa luce. Dio stesso è il protagonista della parabola oggi
rievocata. È lui, il padrone del campo, a dirci: No; non strappate ora la
zizzania poiché c’è il rischio che sradichiate anche il grano; non agite in
questa maniera, perché altrimenti ne andrebbe di mezzo anche il bene; non dovete
combattere il male in modo violento, perché sarebbe proprio rendere male per
male. Invece la sapiente regola è che bisogna vincere il male col bene, e allora
ecco un aspetto del vasto, modernissimo problema: l’atteggiamento degli uomini,
definito, a seconda dei diversi casi, degli individui, delle ideologie :
tolleranza, convivenza, transigenza, indifferenza, pluralismo. Insomma, come ci
si deve comportare dinanzi all’irrompere e alla molteplicità, alla aggressività
del male? Si deve rimanere impassibili, lasciar che le cose vadano per la loro
china, od opporsi in qualche maniera? si deve forse attenuare la fede nella
giustizia, sottostare, a proposito del mondo, allo scetticismo che sembra ormai
guadagnare i magni intelletti del nostro tempo, secondo cui bisogna essere
indifferenti, perché la morale è un’entità sui generis, anch’essa mobile
come tutte le altre cose, e perciò occorre adattarsi?
Ecco spiegazioni, che equivalgono a transigere, a ripiegare su compromessi. Si
tratta di adattamenti, vili in fondo, poiché si rimane sconfitti dalla
incapacità di spiegare e di vincere il male.
PERICOLI GRAVI PER I GIOVANI
La parabola offre un’ulteriore alta lezione. La giustizia esiste: se adesso non
ha il suo trionfo e la sua piena applicazione, l’avrà in un giorno tremendo, e
nulla passerà senza subire il giudizio. Verrà il giorno della messe e allora la
separazione tra il bene e il male sarà visibile, tangibile e storica. Il male
avrà la sua punizione; il bene il suo premio. Questo è l’insegnamento del
Vangelo; ed è molto ampio, tanto che verrebbe voglia di spiegarlo a capitoli. Ma
basterà prenderne una parte sola, e soffermarvisi per un ristoro delle nostre
anime, per edificarci un istante, e far ritorno dalla Messa festiva più decisi e
più confortati. L’ammaestramento più semplice è questo: non dobbiamo
scandalizzarci né scoraggiarci; non dobbiamo lasciare che la vista, l’esperienza
del male - parliamo di quello morale specialmente - abbiano influsso dannoso
sopra di noi. Perché (ed ecco un’altra ricchezza della parabola, che meriterebbe
una approfondita analisi), il male è contagioso, è pervicace, impressionante; ha
un suo impeto di propagazione, che purtroppo tante volte il bene non ha; si
diffonde con una facilità simile a quella di un’epidemia; sembra una pestilenza
che si dilata con estrema facilità: in una parola, il cattivo esempio è una
delle maggiori disgrazie della nostra povera umanità. Chi ha pratica di gioventù
specialmente, sa come in essa esista, alcune volte, una spiccata bramosia non
solo di conoscere il male, ma di sperimentarlo, fino a simpatizzare con esso.
NECESSARIA FERMEZZA DI FRONTE AD APPARENTI CONTRADDIZIONI
Ciò indica una evidente contraddizione. A un certo punto, determinate
circostanze sembrano rendere condiscendente e vinto il giovane sino ad allora
animato da tanti buoni propositi, ricco di tante belle promesse, vero cavaliere
dell’ideale. All’improvviso cede a uno spirito di gregarismo (altra parola
moderna), o alla facilità di arrendersi al deteriore esempio, di irreggimentarsi
con quanti osano le peggiori spavalderie e le più riprovevoli azioni. Ecco un
altro argomento e motivo da meditare con dolore: il potere del cattivo esempio.
E allora qual è il contegno da osservare? Forse quello di non scandalizzarsi,
diventare passivi, rimanere indifferenti, incapaci di impressionarsi; essere
gente a cui nulla importa, perché ammette che il mondo è sempre andato così e
non occorre prendersela troppo, e quindi non resta se non tirare avanti alla
buona, lasciar svigorire il senso morale e il desiderio del bene, giacché il
male esiste e sembra più attraente dello stesso bene? O dobbiamo reagire con
mezzi radicali, violenti? Quale, insomma, dev’essere il nostro contegno da
cristiani e da discepoli di Nostro Signore?
IL LIMPIDO GIUDIZIO DEL CRISTIANO
Ecco una mirabile lezione di questo Vangelo. Qualunque sia l’esperienza, il
quadro che abbiamo davanti agli occhi, delle condizioni morali del nostro tempo,
della società, degli esempi che ci si offrono, giammai dobbiamo perdere il senso
del bene e del male; né devono esistere confusioni nella nostra anima; il nostro
giudizio sia sempre preciso, nettissimo: sì, si; no, no.
Il bene è una cosa, il male è un’altra. Non si possono mescolare; anche se la
realtà li mostra come in convivenza, frammisti l’uno all’altro.
Il giudizio morale, per un cristiano, ha da essere severo, rettilineo, costante,
limpido e, in un certo senso, intransigente. Bisogna dare alle cose il loro
proprio nome: questo si chiama bene, quello si chiama male. E cioè: la coscienza
non dev’essere mai indebolita e alterata, o resa indifferente, impassibile,
poiché non è lecito applicare indistintamente i criteri del bene e del male alla
realtà sociale che ci circonda.
La seconda attitudine che il Vangelo ci raccomanda è quella di immunizzarci a
vicenda; di conservarci buoni anche se siamo in una società o in un ambiente
contrari al bene; di non lasciare che l’infezione ci raggiunga e si propaghi in
noi; ma di essere pronti ad anestetizzare, a immunizzare, ad applicare la
profilassi morale, la disinfezione fin dove è possibile: nelle nostre case, nei
nostri ambienti, nella nostra anima, e particolarmente nel nostro cuore.
Soprattutto occorre tenere puro il nostro abitacolo interiore. Il Vangelo offre
ulteriori lezioni proprio su questa custodia gelosa che dobbiamo avere non tanto
dell’ambiente esterno quanto dell’intimo del nostro cuore. Nel recondito segreto
dei nostri pensieri ha da risplendere la purezza, devono albergare la luce, la
rettitudine, l’amore; non è consentita alcuna forma di male nemmeno nei
desideri: il cuore deve essere salvato dal contagio di perversità che ci
circonda.
Infine - è sempre la parabola ad insegnare - cerchiamo di far crescere
egualmente questo rigoglioso frumento, cioè il bene. Se il male è vistoso,
rendiamo potente a maggior ragione il bene. Atteniamoci a quanto acutamente
indica San Paolo: «vince in bono malum».
Accresciamo in ogni momento la sostanza e il vigore del bene. Tutte le storture
che vediamo intorno a noi e che lamentiamo, dipendono, in realtà, a guardarle
bene, da una certa viltà dei buoni, dalla loro debolezza. Il Pontefice Pio XII
di v.m. asseriva che la fiacchezza dei buoni è la grande causa o almeno la
grande occasione delle cose cattive che sono nella nostra società, nel nostro
tempo. Con questa inefficienza il giusto può tramutarsi in individuo imbelle,
inerte, codardo, egoista, incapace di agire: in tal modo lascia trionfare il
male nel mondo.
L’APOSTOLATO SAPIENTE
Al contrario, cerchiamo - conclude il Santo Padre - di evitare tante critiche e
di non maledire, o di lasciarci soverchiare da timori e tristi presagi. Diamo,
invece, al bene il suo rigoglio e la sua testimonianza; offriamo alle buone
iniziative il nostro conforto. Occorre praticare, anche nella piccola cerchia
della esistenza di ognuno, il saggio apostolato e cercare di far progredire la
statistica delle opere buone: in tal modo la vita di tutti sarà certo
migliorata.
Comunque ogni particolare finirà per svolgersi secondo il piano evangelico: il
grano seminato da Cristo, seminato da Dio nel mondo, giungerà a maturazione, e
cioè nessuna egregia impresa, verun desiderio o sforzo per dare al bene la sua
energia ed espansione andrà perduto: giacché il premio eterno è assicurato a
coloro che porteranno il buon frumento nei granai celesti.
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