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PAOLO VI

OMELIA 

Quarta Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio1971  

   

Perché siamo venuti qui? Il primo dell'anno è il giorno degli auguri e a tutti porgiamo i Nostri auguri affettuosi e sinceri. Il Papa pregherà quest'oggi dicendo la Messa per ognuno di voi. Sapete che Noi abbiamo da qualche anno dedicato il primo gennaio, il primo giorno del calendario civile, alla celebrazione della "Giornata della Pace". Diciamo noi, noi cattolici, noi credenti, ma vogliamo comprendere in questa finalità, che rivolge il pensiero e l'auspicio per la pace agli uomini di buona volontà, tutti quelli che amano la pace nel mondo; e sappiamo davvero che questo Nostro invito va al di là di ogni frontiera e questo pensiero si dirige al mondo intero. 

Noi abbiamo rivolto una lettera, una lettera ufficiale, a tutti i governanti e a tutti coloro che presiedono alle sorti delle nazioni, a cui ci è possibile rivolgere la Nostra parola. Così abbiamo invitato a celebrare la "Giornata della Pace" il vertice, diciamo, le autorità che presiedono le sorti dei popoli, e i responsabili, quelli che hanno il dovere di promuovere la pace. I Capi delle nazioni sono quelli che più degli altri hanno l'obbligo di promuovere i rapporti tranquilli, concordi e pacifici dei popoli, sono essi a decidere le sorti delle varie nazioni, ad equilibrarne gli interessi con responsabilità, e sono perciò i primi ai quali Noi abbiamo rivolto il Nostro pensiero e il Nostro saluto pieno di deferenza e rispetto, ma anche pieno di invocazione. 

Mettiamoci tutti d'accordo, cerchiamo di promuovere la pace nel mondo. Perché il mondo deve essere turbato da guerre che tendono ad uccidere, a ferire, a distruggere, a far soffrire, a sopraffare gli altri costringendoli a rapporti di forza, violenza, sangue, strage, anziché di giusto diritto? 

Questo non va. Questa non è civiltà. Adesso che siamo così progrediti, così coscienti, che abbiamo tanti mezzi per trattare i mutui rapporti dei popoli, la guerra deve essere abolita, deve essere proscritta dai costumi e dalle abitudini delle nazioni. Dobbiamo regolare altrimenti gli interessi dei popoli e delle genti, con trattative, difendendo in altra maniera la giustizia, il buon diritto, l'interesse legittimo; non col sangue, non con la forza, che poi si traduce quasi sempre nella ingiustizia. 

Ma abbiamo guardato quest'anno anche all'altro capo delle sorti dei popoli: abbiamo salutato il vertice, diciamo, invitando alla pace, e adesso salutiamo il popolo, voi, che qui simbolicamente rappresentate tutto il mondo, non solo questa terra, ma tutte le genti che desiderano davvero la civiltà pacifica e concorde tra gli uomini. E se coloro che vi guidano hanno il dovere di promuovere la pace, voi, popolo, avete il diritto di essere amministrati e condotti e guidati in maniera tale che non sia turbata la vostra sorte, la vostra tranquillità e la stessa vostra vita. 

Voi non avete facoltà di decisione diretta sugli interessi supremi delle nazioni, ma avete il legittimo e sacrosanto diritto di pretendere che i capi conducano le cose in maniera che voi non abbiate a soffrire, non abbiate ad essere colpiti dalle armi terribili a disposizione di chi muove la guerra, senza neanche sapere forse perché, senza possibilità di difesa. Ed è il diritto del popolo che oggi celebriamo nella "Giornata della Pace". 

Un ricordo si affaccia alla Nostra memoria. Fu quando avemmo la sorte di accompagnare il Nostro venerato e grande Predecessore Pio XII in quella sortita che fece, se ricordiamo bene, il 13 agosto 1943 (la seconda volta che uscì dal Vaticano per i bombardamenti che cominciarono a colpire anche Roma) proprio passando qui vicino a Porta Maggiore, al ritorno verso i quartieri di San Giovanni. C'era un gruppo di giovani, folli di dolore e disperazione perché il bombardamento era appena avvenuto: case diroccate, morti, feriti, uno spavento collettivo, una psicosi, la gente che sembrava quasi impazzita. Uno di questi giovani correva dietro alla vettura del Papa. Lo ricordo, lo vedo ancora, alzare le braccia disperato, gridando: "Santo Padre, meglio - assurda idea, ma così disse - meglio la schiavitù che la guerra, ci liberi dalla guerra, ci liberi dalla guerra". 

Era il grido che nasce appunto dalle classi popolari, che non sono al corrente delle grandi questioni che decidono della sorte delle nazioni: "No, no la guerra. Che abbiamo fatto noi di male, che c'entriamo noi e perché dobbiamo essere colpiti in una maniera così spietata, crudele, ingiusta e cieca?". 

L'irrazionalità della guerra ci apparve allora con una voce e con una scena simbolica che non abbiamo più dimenticato. Ma Noi abbiamo anche un'altra intenzione: non è soltanto la pace per il popolo che Noi vogliamo oggi celebrare. Il Nostro pensiero va oltre. La pace deve sorgere dal popolo, da voi; voi dovete essere i promotori della pace, Voi intanto, se siete cristiani, avete sentito adesso leggere il testo evangelico e sapete che ogni cristiano deve essere un pacifico: non un uomo tranquillo, indolente, che non si incarica di nulla, ma un promotore della pace, un fautore dei rapporti pacifici tra gli uomini. Beati i pacifici, beati cioè coloro che si fanno apostoli della pace, perché saranno chiamati figli di Dio! 

Voi che siete figli di Dio dovete essere tutti amorosi promotori della pace. Sentiamo la vostra interrogazione silenziosa: "Noi? Ma come facciamo noi a promuovere la pace? Che mezzi abbiamo noi per far valere questo nostro desiderio, questa nostra aspirazione?". Rispondiamo. Primo: siamo in democrazia. Cosa vuol dire democrazia? Democrazia vuol dire che è il popolo a dirigere, che il potere nasce dal numero, dalla quantità, dalla popolazione qual è. 

Se noi siamo coscienti di questo progresso sociale che il nostro tempo ha maturato e che va diffondendosi per tutta la terra, noi dobbiamo dare alla democrazia questa voce prevalente che si impone. La democrazia "non" vuole la guerra, il popolo" non" vuole che le masse si abbiano a misurare le une contro le altre per uccidere. Deve nascere quindi da questa formazione, da questa mentalità politica di popolo, della massa, della generalità della popolazione l'idea, un'idea dominante: non deve esserci più la guerra nel mondo. 

Ma c'è poi anche un'altra via, che vi raccomandiamo. Dobbiamo educarci, dobbiamo formarci, dobbiamo rifare la nostra mentalità e la nostra psicologia. Siete voi disposti realmente ad abolire i rapporti di lotta, di odio, di violenza fra gli uomini? Siete disposti davvero ad essere della gente che promuove la pace e vuole che gli interessi diversi, alcune volte contrastanti, non debbano essere trattati né con l'odio, né con la lotta, né con la forza della violenza e del numero? 

Ecco, noi dobbiamo educarci a pensare e a volere così. E guardate che sotto questo punto di vista siamo ancora in principio. Perché? Perché siamo da tanto tempo intossicati dal pensiero che soltanto con l'odio, soltanto con la violenza, soltanto per le vie di atto si riesce ad ottenere qualche cosa. Se non si va verso gli atti estremi non si ottiene nulla. Questa è una mentalità che deve essere superata. 

Purtroppo sarà nata da un'esperienza, e cioè dal fatto che esistono classi egoiste, classi che vogliono essere immobili, che posseggono e non danno, che vogliono usare della loro forza e della loro posizione per sfruttare o almeno per utilizzare gli altri uomini a proprio vantaggio. Anche questo non è né democrazia né buona socialità. Non è la carità che il Signore ci ha insegnato. 

Il Signore ci ha predicato una grande verità: voi tutti siete fratelli. L'abbiamo questa idea della fratellanza universale? Sì e no. Lo diciamo tante volte pensando che sia una bella cosa, ma utopistica, cioè non realizzabile, un bel sogno, ma non pratico, che nella realtà delle cose non trova applicazione. Ed ecco che noi dobbiamo persuadere noi stessi, prima che gli altri, che la fratellanza deve essere la legge, il principio, il criterio dominante del rapporto tra gli uomini. 

Dobbiamo diventare, se non lo siamo ancora, fratelli, e abituarci - il Vangelo da tanti secoli ce lo dichiara, ma ci trova quasi refrattari alla lezione - a vedere in un altro volto umano quasi lo specchio del nostro, a vedere un altro noi stessi negli altri. Il Signore ha detto: "Amatevi gli uni gli altri, amatevi come voi stessi". Cioè: dobbiamo trasferire anche negli altri quel sentimento di personalità che proprio ci definisce, il nostro io; comprendere noi stessi negli altri, allargare, universalizzare la nostra personalità in modo che gli altri siano trattati come noi stessi vogliamo essere trattati. 

Parola di Gesù. E cosa grande e difficile, a cui dobbiamo educarci e per cui forse dovremo celebrare tante belle altre "giornate della pace". Ma questa è la linea! Questa è la grande politica umana e cristiana del mondo! Dobbiamo abituarci a vedere negli uomini non degli antagonisti, non dei nemici, non dei rivali, non dei concorrenti, dei fratelli. 

Questo toglie forse a noi la forza di difendere i nostri interessi? 

No. Dobbiamo difendere gli interessi nostri in maniera diversa che con l'odio, con la violenza e con la sopraffazione. Dobbiamo trattare su un piano elevato che si chiama ragione, su un piano ancora superiore che si chiama carità. Dobbiamo voler bene a tutti, anche a quelli che ci sono avversari, anche a quelli che ci fossero antipatici, che ci fossero nemici. Dobbiamo avere questa immensa forza nuova di umanità. È la lezione del Vangelo. Figli e fratelli carissimi, abbiamo noi la forza del perdono? 

Sappiamo davvero far diventare la nostra anima così forte, così energica da cedere davanti alla cattiveria altrui? Non l'abbiamo forse ancora. La dobbiamo acquistare. E quantunque tutti i giorni diciamo al Signore: "Padre nostro, rimetti a noi i nostri debiti 'come' - attenti a quel come! -  'come' noi li rimettiamo ai nostri debitori", questa equazione fra i debiti che noi vogliamo avere condonati da Dio e quelli che noi dobbiamo condonare agli altri, tante volte non c'è! 

Pretendiamo che Dio, sì, ci perdoni, abbia misericordia di noi, ci benedica, e noi "non" benediciamo, "non" perdoniamo agli altri. Bisogna riuscire ad avere questa forza d'animo. La pace non è una debolezza, non è una viltà, non è una rinunzia passiva alle proprie aspirazioni, ai propri interessi davanti agli altri. È una difesa legittima, misurata, ragionata delle aspirazioni. Ce ne sono ancora tante, tante! Per il nostro popolo quante attese vi sono ancora, e belle e grandi; tutti dobbiamo lavorare perché siano soddisfatte. Ma per ottenerle dobbiamo organizzare la nostra società, la nostra democrazia sull'amore, sulla carità, sui principi del Vangelo e anche su quelli del diritto naturale, che ci dice appunto essere gli uomini simili gli uni agli altri e avere tutti parità di diritti e parità di doveri. 

Questo vi ricordiamo. E vedete che la predica diventa difficile e diventa quasi impossibile ad effettuarsi, perché domanda molto. Ma cominciamo dal nostro cuore, a renderlo buono, forte, misericordioso, capace di vedere i bisogni e le miserie altrui, capace di soccorrere gli altri, capace di dare la mano a chi è più debole, a chi è caduto, con senso di fraternità e di misericordia. Vedrete, allora, che le cose miglioreranno e un giorno la pace, in nome di Cristo e in nome della civiltà, trionferà.  

                                        

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