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RADIOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
 PER LA XXXVIII GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

Sabato, 23 ottobre 1965

   

Venerabili Fratelli e diletti Figli,

Abbiamo desiderato con tutto l’animo di rivolgervi personalmente l’appello per la «Giornata Missionaria Mondiale», sia per aggiungere ancora una volta il Nostro fervido contributo all’illustrazione del carattere missionario, essenziale alla Santa Chiesa di Cristo, e presentato con somma efficacia in questi giorni dal Concilio Ecumenico, sia per rispondere ad una duplice voce che Ci sembra di dover raccogliere; l’una che viene dal cielo, l’altra dalla terra.

Risuona dal cielo - e ne siamo ogni giorno più consapevoli -la voce grave ed ammonitrice di Dio: «Clama, ne cesses; quasi tuba exalta vocem tuam..., Grida e non smettere; come una tromba alza la tua voce» (Is. 58, l), non già a rimproverare, come era coi mandato al Profeta Isaia, ma a dilatare, a proclamare, a rendere sempre più evidente la lieta, gaudiosa novella, che il Salvatore Gesù ha portato sulla terra, affidandola alla sua Chiesa ed in particolare a Noi, che ha posto sulla Cattedra della Verità: «Manifestavit se Dominus», Dio si è fatto conoscere! Dio si è mostrato come Padre per tutti gli uomini, anche se da moltissimi di loro è ancora sconosciuto. Li ama, li attende, li vuole uniti a Sé nella sua eterna felicità.

Questo messaggio di amore e di pace, questa fiducia di salvezza Noi vorremmo proclamare a gran voce, nel desiderio che alla Nostra si aggiunga anche quella di tutti i figli Nostri, che già hanno avuto la grazia di conoscere il Padre che è nei Cieli.

Un’altra voce Ci sembra però di dover raccogliere e Ci turba, Ci commuove nella considerazione della Nostra insufficienza, e Ci fa desiderare che tutta la Chiesa di Dio si unisca a Noi consapevolmente per dare una risposta piena, adeguata, efficace: viene dalla terra, ansiosa ed implorante, viene dai popoli che desiderano il trionfo della carità fraterna, il rispetto della giustizia, la pace, nel riconoscimento del Padre comune che è Dio. «Ostende nobis Patrem, Mostra a noi il Padre» (Io. 14, 8).

Noi abbiamo sentito questa voce forte, potente, supplichevole anche se non espressa a parole, nei Nostri viaggi apostolici e missionari in Palestina, in India ed all’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’abbiamo sentita e Ci siamo ricordati che solo Gesù Cristo è il «Principe della Pace». L’abbiamo sentita, e Ci siamo ricordati della supplica che alcuni gentili rivolsero all’Apostolo Filippo: «Volumus Iesum videre, Vogliamo vedere Gesù» (Io. 12, 21).

Bisogna dunque dare presto una risposta all’implorazione che sale a Dio da tutta la terra, mostrando in Gesù il Salvatore, poiché Egli solo è la luce vera che illumina ogni uomo. E chi vede Lui, vede il Padre! Sembra che non ci possa essere un momento più felice e promettente per un grande sviluppo missionario della Chiesa: l’attesa dei popoli è quanto mai ansiosa; le tristezze dei tempi e i pericoli della pace fanno ritenere vicino il tempo di Dio.

Una risposta concreta, attiva, operosa all’attesa dei popoli è quella dell’apostolato missionario propriamente detto. Il Nostro pensiero, la Nostra ammirazione, la Nostra riconoscenza si rivolgono a voi, cari Missionari, sacerdoti, religiosi, suore e laici, apostoli del Regno di Dio, che, rispondendo ad una sublime chiamata, lasciando famiglia, casa, patria, vi siete fatti annunciatori della paternità di Dio, della divinità di Cristo, del mistero della salvezza nello Spirito Santo che si compie nella Chiesa. Noi desideriamo additare a tutto il mondo il vostro esempio, che è l’esaltazione della vostra nobilissima missione, ispirata dall’amore, intessuta di sacrifici, nutrita di fede fino all’immolazione, affinché tutti i cristiani si uniscano a voi nella preghiera e nella collaborazione.

Tuttavia la luce della Fede e della Verità rivelata non risplenderebbe sulla faccia della terra né i popoli potrebbero conoscere e accettare la paternità di Dio, se all’opera diretta ed immediata degli araldi del Vangelo, dolorosamente scarsa, limitata ed insufficiente, sproporzionata ai bisogni del Regno di Dio, non si affiancasse, solidale nella comprensione e compatta nell’operazione, tutta la cristianità, che è il Corpo vivo ed indivisibile di Cristo. Che cosa potrebbero fare, infatti, gli operai della vigna - le braccia avanzate del Regno di Dio - se dietro a loro il Corpo della Chiesa giacesse inerte ed indifferente?

Il Nostro appello si rivolge perciò a tutto il popolo cristiano e si fa più accorato, più pressante, più suadente, perché tutti i figli di Dio, che già sono nella casa del Padre, si ricordino dei fratelli che ancora ne sono fuori, e si uniscano a Noi nella preghiera e nelle opere della carità solidale e fraterna.

Nella preghiera, anzitutto, perché Gesù stesso ce lo impone: «Rogate Dominum messis ut mittat operarios in messem suam, Pregate il Signore della messe che mandi operai nel suo campo» (Matth. 9, 38) e «Sine me nihil potestis facere, Senza di me non potete far nulla» (Io. 15, 5). L’annuncio del Vangelo è opera di Grazia e la Grazia si ottiene con l’umile preghiera.

Poi nelle opere della carità. È evidente che davanti alle dimensioni immense del problema missionario, vasto quanto l’umanità e sempre più complicato sia per il crescente numero dei non cristiani, sia per gli ostacoli di nazionalismi, di indifferentismo religioso e relativismo morale, sia per la scarsità degli operai e dei mezzi di apostolato, si fa più grave ed urgente il dovere di una presenza immediata, simultanea ed efficace della Chiesa in tutto il mondo.

Ma è pure evidente che la presenza salvatrice della Chiesa, affinché possa essere efficace e rapida, è condizionata alla unità della cooperazione di tutte le sue membra, cioè di tutti i fedeli, intorno all’unico Pastore che Dio ha posto a capo della sua Chiesa, affinché, in una visione simultanea di tutti i bisogni della Chiesa Missionaria, Egli possa portare tempestivamente l’aiuto necessario in tutte le parti del mondo.

È noto che abitualmente la Chiesa comunica la luce del vero per mezzo del fuoco dell’amore, e le opere della carità sono le vie più facili della manifestazione di Dio che è amore. Per questo, dovunque si è estesa, la Chiesa Cattolica si è presentata con le opere della carità corporale e spirituale; scuole, asili, ospedali; ed ancor oggi accende l’amore per Dio onorando l’immagine di Lui, visibile in ogni creatura, con le opere di misericordia.

Se oggi dunque la Chiesa, con la cooperazione di tutti i fedeli della cristianità, uniti al Papa nel sostegno delle Pontificie Opere Missionarie, potesse largamente moltiplicare le opere della carità delle Missioni, ne avrebbe incomparabile incremento anche la propagazione della Fede nel mondo.

Perciò, mentre lodiamo e benediciamo ogni iniziativa in favore della cooperazione missionaria, non possiamo non esprimere una speciale riconoscenza a quei Nostri figli che, avendo compreso l’importanza della unione solidale di tutti gli aiuti confluiti nelle mani del Padre comune, sostengono in particolare le Nostre Opere Missionarie, che Noi stessi abbiamo già presentato e raccomandato nel Messaggio per la «Giornata Missionaria Mondiale» del 1963.

Con le loro offerte essi danno alla Sede Apostolica la possibilità di adempiere quell’ufficio permanente di «praeses caritatis» (di colei che presiede alla carità), che Sant’Ignazio di Antiochia già dal primo secolo cristiano additava come distintivo della Sede di Pietro, fondamento e capo di tutte le Chiese.

Ancora una volta perciò raccomandiamo le Pontificie Opere Missionarie come quelle che meglio realizzano l’unità della cooperazione dei fedeli col Sommo Pontefice. Esse sono opere della Chiesa e i Nostri venerabili Fratelli nell’Episcopato, corresponsabili con Noi nella salvezza delle anime, le vorranno considerare come Opere proprie ed organizzarle efficacemente nelle loro Diocesi, per mezzo della Pontificia Unione Missionaria del Clero, che ne è l’anima.

Con l’animo colmo di riconoscenza per quanti ascolteranno il Nostro appello, Ci è caro effondere particolarmente affettuosa la Benedizione Apostolica a Voi, venerabili Fratelli, ed al gregge a Voi affidato, ai dilettissimi membri del clero nativo, ai singoli Missionari, ai loro Istituti e benefattori, ma soprattutto a coloro che ameranno e sosterranno secondo il loro cuore e le loro possibilità le Nostre care Opere Pontificie Missionarie.

  

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