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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 1969

 

La nostra parola oggi è questa: procuriamo di rendere chiara e forte in noi, e intorno a noi, l’idea missionaria. Bisogna fare attenzione all’importanza nuova, che questa idea assume per il Popolo di Dio dopo il Concilio. È una idea che invade tutti i Fedeli, tutta la Chiesa. Essa entra nella definizione del cristiano: «Ad ogni discepolo di Cristo, dice il Concilio, incombe il dovere, per quanto è da lui, di diffondere la fede». E ancora: «Tutti i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se stessi uno spirito veramente cattolico, devono spendere le loro forze nell’opera di evangelizzazione». È una vocazione per tutti, è un dovere di tutta la Chiesa: se è cattolica, deve essere, di natura sua, missionaria. Lo sapevamo da sempre; fino dai suoi tempi S. Agostino lo insegnava: «Se tu vuoi amare Cristo, la tua carità deve abbracciare il mondo intero». Ma il Concilio ha messo in evidenza questo dinamismo costituzionale della Chiesa.

Tutti siamo sotto questa pressione, questa urgenza della carità di Cristo, sia come comunità di credenti, sia come singolo Fedele: nessuna categoria di cristiani può sottrarsi a questa vocazione apostolica; essa arriva anche a chi si ritira nella contemplazione; impegna i Laici: «Il Signore infatti, dice ancora il Concilio, desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei Laici fedeli». Questa è la novità nella coscienza della Chiesa: l’istanza premente ed universale dell’apostolato.

Che cosa comporta questa istanza? Quella appunto di coordinarci tutti allo sforzo diffusivo del messaggio di Cristo da parte della Chiesa. Ripetiamo: non è oggi ammissibile l’indifferenza, l’apatia, l’egocentrismo spirituale, come se la causa del Vangelo riguardasse soltanto la Gerarchia, e le organizzazioni propriamente dedicate all’apostolato e alla evangelizzazione missionaria. Bisogna che ogni cristiano, desideroso d’essere coerente con la sua chiamata alla fede e alla professione, che essa comporta, apra l’animo al vento di Pentecoste; il soffio profetico dello Spirito Santo deve invadere ogni figlio e ogni figlia di Dio, rigenerati nella vita della grazia. Occorre perciò accendere in tutta la comunità cattolica la persuasione della necessità diffusiva della fede; occorre rianimare in tutti ed in ciascuno dei membri della Chiesa il fervore dell’apostolato, lo zelo della missione.

APOSTOLATO E MISSIONE

Ma avviene oggi che la parentela etimologica ed essenziale dei due termini: «apostolato» e «missione» induce spesso ad applicare questa parola «missione» ad ogni forma generica di attività apostolica. Noi adoperiamo adesso la parola «missione» nel suo significato specifico e tecnico di attività internazionale concepita e praticamente organizzata per evangelizzare i Popoli non ancora cristiani, mediante l’opera di persone a ciò dedicate, scelte, preparate e autorevolmente mandate, cioè qualificate come «missionarie», le quali, sul sentiero degli Apostoli, predicano la parola di verità e generano le nuove Chiese. Cioè parliamo ora delle missioni in senso proprio. L’attenzione dei fedeli deve essere concentrata sull’ideale missionario propriamente detto; sulla natura, sugli scopi, sulle persone, sulle istituzioni delle missioni, quali sono configurate nel Decreto conciliare Ad Gentes, sull’attività missionaria della Chiesa. Parliamo in modo speciale delle «Opere missionarie», che fanno capo alla Santa Sede, come quelle che impegnano la nostra primaria responsabilità pastorale; che hanno davanti a sé l’intero panorama del mondo da evangelizzare; che sono collegate alla rete diffusa in tutta la Chiesa in favore di tutte le missioni cattoliche: che hanno la sensibilità estesa alla terra intera dei bisogni missionari, e che sono amministrate con metodo collegiale e con criterio equanime di giustizia distributiva e di carità vigilante per ogni urgenza e per ogni opportunità d’intervento soccorritore.

E già da sé questa organizzazione ufficiale e centrale della Chiesa risponde ad una difficoltà, che è diffusa in certi settori della mentalità moderna, e che minaccia di rendere stagnante l’operosità missionaria; ed è quella relativa alla proclamazione conciliare della libertà religiosa, quasi ch’essa favorisca un irenismo agnostico e autorizzi l’indifferenza nei riguardi della verità religiosa e dell’imperativo apostolico, a cui è collegato il piano della salvezza: cioè: lo sforzo missionario non sarebbe più necessario. L’esistenza di Opere pontificie, espressamente qualificate per promuovere e per sostenere tale sforzo dice ancor oggi il contrario, poiché la libertà religiosa, patrocinata dal Concilio, intende assicurare l’indipendenza della religione dalla incompetente ingerenza di ogni potestà profana ed esterna alla religione, ed anche da ogni abusivo esclusivismo sociale, o .politico, in campo religioso; essa non snerva il dovere apostolico, ma costituisce piuttosto la condizione civile per l’esercizio della attività missionaria, mentre questa stessa ci obbliga al rispetto delle coscienze nell’annuncio dell’unico vero messaggio della salvezza derivante dalla religione.

IDEE NUOVE

È questa una visione sostanzialmente antica nella vera tradizione della Chiesa, ma che il Concilio ha rinnovata e precisata. E ciò, Fratelli e Figli carissimi, ci fa pensare al nostro bisogno di rinverdire su molti altri punti la nostra coscienza missionaria con le idee nuove, che l’ora presente offre alla nostra considerazione; e sono molte, come quella del progresso della solidarietà umana, che moltiplica con lo sviluppo della civiltà i rapporti fra i popoli, e obbliga cittadini e Governi dei Paesi meglio dotati ad un’assistenza spontanea e disinteressata verso i Paesi in via di sviluppo: ne abbiamo parlato nella nostra Enciclica Populorum progressio; ora, anche l’attività missionaria si colloca con amorosa priorità in questo disegno di umana e cristiana solidarietà.

Così pure l’atteggiamento del missionario nei riguardi dei Paesi da evangelizzare è molto evoluto: non è più quello che nella diversità delle culture vedeva un ostacolo irriducibile alla sua predicazione, ma quello che scopre valori indigeni meritevoli di rispetto e di ammirazione, degni d’essere compresi, favoriti e assunti, e con ciò stesso «purificati, corroborati ed elevati». Il missionario non è perciò uno straniero, che con la sua fede imponga la sua civiltà, ma è l’amico, il fratello, che si assimila al costume onesto dell’ambiente per infondergli il fermento vivificante del Vangelo. Questo atteggiamento missionario «pluralistico», rispetto alle espressioni del genio umano, e sempre «unitario», rispetto all’unità della fede e della Chiesa, se fin dalle origini è stato norma costante dell’evangelizzazione, come già rilevava Pio XII nell’Enciclica Evangelii praecones, soprattutto al tempo nostro è particolarmente sentito.

LOGICA DELLA CARITÀ

Non vorremmo «strumentalizzare», Fratelli e Figli carissimi, queste grandi idee con la raccomandazione consueta, con cui si conclude il discorso sulle missioni, quella dei bisogni delle missioni stesse e del dovere, dell’onore di dare loro generoso soccorso. Ma così è; non per un calcolo utilitario, ma per una necessità funzionale del disegno divino della evangelizzazione, per una logica della carità: essa ha bisogno di te, questa causa delle missioni; essa ha bisogno del tuo obolo: di amore, di preghiera, di offerta. Chi lo vorrebbe negare, quando è la causa di Cristo che si apre il suo misterioso cammino fino alle estremità della terra, dirige i suoi passi nella storia presente e futura del mondo, solleva i destini dei Popoli, si identifica con ogni uomo, senza di Lui derelitto a se stesso, raduna così la sua Chiesa e la guida, Pastore e Salvatore, all’incontro estremo della beata ed eterna rivelazione?

25 Maggio 1969, Festa di Pentecoste.

PAULUS PP. VI

 

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