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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 1970

 

A tutti coloro che ci sono Fratelli in Cristo Noi rivolgiamo anche quest’anno la Nostra parola in occasione della Giornata Missionaria. Noi non possiamo tacerla, anche se nulla vi dice di nuovo; ma la causa missionaria è così vitale per la Chiesa e così importante per il mondo, che ci obbliga ad intervenire in questa ricorrenza con tutta la forza della Nostra voce.
La Giornata Missionaria è diventata nella vita della Chiesa un avvenimento meritevole di grande rilievo. Essa impegna in modo diretto e primario il Nostro ministero apostolico; è il mandato del Signore che ci obbliga a sentire, in questa ricorrenza, quanto grave e quanto grande sia il Nostro ufficio di predicatori del Vangelo non solo all’interno della Chiesa, ma altresì oltre i suoi confini comunitari e geografici; e non possiamo trascurare l’occasione di fare sentire, a Nostra volta, alla Chiesa stessa questa vocazione missionaria ai Nostri Fratelli nell’Episcopato, al Clero, ai Religiosi e alle Religiose, ad ogni Cattolico.
Dopo il Concilio, il dovere di concorrere alla diffusione della Fede s’impone a tutti, sia pure in diversa maniera e in diversa misura, con maggior urgenza, perché è stato insegnato, con profonda penetrazione teologica, che «la Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria» (Ad gentes divinitus, 2); ella è segno e strumento dell’intenzione salvifica di Dio dilatata a tutta l’umanità (Lumen gentium, 9); e chi vuol vivere la Chiesa, deve avvertire l’urgenza interiore di questo suo dinamismo ontologico (Cfr. Ad gentes divinitus, 1, 2, 6), di questa sua innata spinta effusiva, di questa sua intrinseca responsabilità alla comunicazione della Fede a tutti gli uomini (Cfr. ibid., 28).
Questa è la missione della Chiesa in quanto tale. Ma ora Noi pensiamo a quelle istituzioni particolari, nelle quali si esplica, secondo il senso specifico tradizionale, lo sforzo di allargare l’area umana dell’annuncio evangelico sulla terra, ed alle quali diamo il nome benedetto di Missioni cattoliche (Cfr. ibid., 6).

Noi vogliamo riconfermare ad esse il mandato apostolico, che le qualifica e che le investe della virtù dello Spirito Santo per il compimento della loro incomparabile opera; e vogliamo che quanti vi consacrano la vita e che quanti pregano, lavorano, soffrono per le Missioni sappiano di godere, a titolo speciale, della Nostra affezione e della Nostra riconoscenza.
Perché questa preferenza? Perché al dovere, al bisogno di diffondere la Parola della salvezza si aggiungono oggi particolari circostanze, che a Noi sembrano «segni dei tempi» per una vigorosa ripresa di rinnovata attività missionaria. Viene alle Nostre labbra la parola di Gesù ai discepoli: «. . . Io vi dico: alzate gli occhi e mirate i campi, che già biondeggiano per la messe
» (Io. 4, 35). Vi sono circostanze che facilitano le comunicazioni tra gli uomini: la terra è aperta ed esplorata, i trasporti sono dappertutto più rapidi e diffusi, il commercio, la cultura, le relazioni internazionali tendono ai contatti fra le differenti civiltà e mirano all’unificazione del mondo . . . Ma a quale livello? Al livello pratico, sì; al livello civile, sì; ma non vediamo noi che questo stesso processo di avvicinamento degli uomini fra loro denuncia deficienze che possono convertirsi in minacce di nuovi e più gravi conflitti, e non sembra inoltre attendere con ansia quella affermazione di principi, quell’effusione di energie spirituali, quella soluzione delle discordanti ideologie in unica e fraterna verità superiore, che solo da Cristo può derivare al mondo anche nell’ordine temporale? (Cfr. Lumen gentium, 13)

UN’ORA NUOVA

È venuta un’ora nuova per le Missioni. Difficoltà nuove e facilità nuove sono sui sentieri di coloro che, in nome di Cristo, «recano l’annuncio di cose buone» (Rom. 10, 15); ma questo presente stato di animi e di cose offre un campo immensamente più largo, più invitante, ma non certo più facile ai sapienti e magnanimi ardimenti dei pionieri del Vangelo. Vorremmo oggi più che mai fare eco alla parola avvincente di Cristo: «Venite dietro a me; e vi farò diventare pescatori di uomini» (Matth. 4, 19). Non attardiamoci in critiche corrosive; non lasciamo passare questo momento storico, che a noi sembra decisivo per gli orientamenti futuri dell’umanità, e che offre al genio e al coraggio dei giovani l’occasione d’essere soggetti e strumenti di nuovi esaltanti carismi della fede e della carità.
Questo significa che l’attività missionaria dev’essere concepita con vedute larghe e moderne. Una nuova pianificazione si impone: nei principi teologici, nella propaganda, nel reclutamento, nella preparazione, nei metodi, nelle opere, nella organizzazione. È una revisione che Noi sappiamo essere in corso, su vasta scala, da parte di chi ha esperienza e competenza in materia, e mediante la promozione e la guida dell’organo missionario centrale della Chiesa, la Nostra valorosa Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

DUE CONCEZIONI

In questa revisione della vocazione missionaria della Chiesa una questione sovrasta le altre mettendo a confronto due concezioni diverse, relative all’orientamento generale dell’attività missionaria, le quali si definiscono e si distinguono con due nomi: evangelizzazione e sviluppo. Si intende per evangelizzazione l’azione propriamente religiosa, intesa all’annuncio del Regno di Dio, del Vangelo come rivelazione del disegno salvifico in Cristo Signore, mediante l’azione dello Spirito Santo, che trova nel ministero della Chiesa il suo veicolo e nell’edificazione della Chiesa stessa il suo scopo e nella gloria di Dio il suo termine: è la dottrina tradizionale, alla quale il Concilio ha dato il suo autorevole suffragio. E per sviluppo si vuole intendere la promozione umana, civile, temporale di quei Popoli, che, al contatto con la civiltà moderna e con gli aiuti ch’essa può dare, trovano nuova coscienza di sé e si avviano a livelli superiori di cultura, di prosperità: di questa promozione deve interessarsi il Missionario come di suo dovere imprescindibile (Cfr. Ad gentes divinitus, 11).
La gravità di questa questione, che pone a confronto queste due concezioni, deriva da due pericoli: quello di renderle esclusive, l’una rispetto all’altra; e quello di stabilire inesattamente i rapporti che devono fra di esse intercedere.

Noi vogliamo credere che tale confronto non possa essere posto come un dilemma, che escluda una coordinazione, una complementarietà, una sintesi fra l’evangelizzazione e lo sviluppo. Sarebbe, per noi credenti, inconcepibile un’attività missionaria, la quale facesse delle realtà terrestri suo scopo unico, o principale, e perdesse di vista il suo fine essenziale: portare a tutti gli uomini la luce della fede, rigenerarli mediante il battesimo, associarli al Corpo mistico di Cristo, la Chiesa, educarli alla vita cristiana, aprire loro la speranza della vita ultraterrena. Come pure non è ammissibile che l’azione missionaria della Chiesa sia insensibile ai bisogni e alle aspirazioni dei Popoli in via di sviluppo, e che le sue finalità religiose prescindano dai fondamentali doveri della carità umana; non possiamo dimenticare la solenne lezione del Vangelo sull’amore del prossimo sofferente e bisognoso (Matth. 25, 31-46), ripetuta dall’insegnamento apostolico (Cfr. 1 Io. 4, 20; Iac. 2, 14-18) e confermata da tutta la tradizione missionaria della Chiesa. Noi stessi abbiamo fatto oggetto, nella Nostra Enciclica Populorum progressio, il dovere di favorire risolutamente e saggiamente l’incremento del benessere economico, culturale, sociale, spirituale dei Popoli, e specialmente di quelli del così detto «terzo mondo», dove l’attività missionaria trova il campo più largo per l’attuazione del suo programma (Cfr. Ad gentes divinitus, 12).

Dilemma non dev’essere. La questione verte piuttosto sulla priorità dei fini e sulla priorità delle intenzioni e dei doveri; e non è dubbio che l’attività missionaria è rivolta innanzi tutto all’evangelizzazione, e che deve mantenere questa priorità sia nella concezione che la ispira, sia nei modi con cui si organizza e si esercita. L’attività missionaria verrebbe meno alla sua ragione d’essere se si scostasse dall’asse religioso che la governa: il Regno di Dio, prima di ogni altra cosa; il Regno di Dio inteso nel suo senso verticale, teologico, religioso, che libera l’uomo dal peccato, gli propone come sommo mandato l’amore di Dio, e come ultimo destino la vita eterna. Cioè il Kerigma, la Parola di Cristo, il Vangelo, la fede, la grazia, la preghiera, la croce, il costume cristiano. E dobbiamo essere convinti che la fedeltà a questo programma primario dell’attività missionaria può generare grandi difficoltà, alle volte preclusive alla sua esplicazione e alla sua espansione: «Stoltezza e scandalo» (Cfr. 1 Cor. 1, 18 ss.) è la nostra missione. Ma è poi oggi, non meno che all’inizio della predicazione cristiana, questa la sua forza, questa la sua sapienza? Anche oggi, in pratica, ciò che nell’economia terrena forma ostacolo all’evangelizzazione, cioè il suo carattere spirituale, può diventare la sua libertà dai ceppi materiali dell’economia, dal sospetto di colonialismo, dall’inefficienza del naturalismo nel colloquio con le differenti civiltà.

PRE-EVANGELIZZAZIONE E SERVIZIO

La questione del dualismo: evangelizzazione, sviluppo, si pone piuttosto sul metodo; deve precedere l’evangelizzazione o lo sviluppo? La risposta non può essere univoca, ma dev’essere dettata dall’esperienza, dalla possibilità, dall’empirismo vigile e paziente, conforme al genio apostolico e alle esigenze delle varie situazioni, in ordine sempre all’efficacia e alla santità dell’attività missionaria (Cfr. Ad gentes divinitus, 6). Possiamo prospettare tre momenti: prima, durante, dopo l’evangelizzazione, che conserva sempre la sua priorità essenziale e intenzionale, lo sviluppo, cioè l’impiego dei mezzi d’ordine temporale, può avere una sua priorità pastorale. Si parla di pre-evangelizzazione, cioè l’accostamento dei futuri cristiani per via di carità, di aiuto, di esempio, di convivenza, di presenza. Poi si parla di servizio: dove arriva il Vangelo arriva la carità; è una testimonianza, simultanea all’evangelizzazione, della sua validità umana: ecco le scuole, gli ospedali, l’assistenza sociale, l’educazione professionale; è il premio che alla fine viene dopo l’evangelizzazione, cioè la nuova arte di vivere bene.

Per concludere osserveremo che, se la questione del dualismo «evangelizzazione e sviluppo» si pone sul piano dottrinale, nel confronto dei fini rispettivi e nella gerarchia delle intenzioni ad essi relative, essa trova la sua risposta nella definizione del Decreto conciliare: «Il fine proprio dell’attività missionaria è l’evangelizzazione e l’impianto della Chiesa» (Ad gentes divinitus, 6; cfr. Fidei donum: A.A.S. 49 (1957), p. 236).
Ma sul piano pratico coloro che hanno assunto l’impegno missionario devono essere convinti che l’evangelizzazione si compie anche mediante le attività rivolte allo sviluppo temporale ed umano dei Popoli ai quali essa è rivolta. Tali attività possono fondersi con l’evangelizzazione, quando, elevate al livello della carità, hanno anch’esse ragione di fine, e anche quando, avendo ragione di mezzo, possono, in via esecutiva, precedere ed anche compiere l’opera evangelizzatrice. È ciò che, riferito ai Laici specialmente, acquista grande importanza, chiamati, come essi sono, a «cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali» (Lumen gentium, 31), e potendo e dovendo essi, «anche quando sono occupati in cure temporali . . . esercitare una preziosa azione per l’evangelizzazione del mondo» (ibid., 35).

ESIGENZA DI COORDINAMENTO

Avviene allora che l’attività per lo sviluppo, coordinata con quella dell’evangelizzazione, irradia anch’essa una luce di Cristo, quella del concetto della dignità umana, dei diritti dell’uomo, della libertà, della responsabilità, del dovere, del lavoro, della convivenza sociale, del buon uso d’ogni valore, anche temporale; illumina la scena umana e ne svela la bellezza, la ricchezza, l’onestà. E ne svela anche le insufficienze, le ingiustizie, i malanni . .., che l’uomo nuovo, il cristiano, sa ora come giudicare e come porvi rimedio. E lo sviluppo allora ne trae profitto per il progresso, per l’unità, per la giustizia e per la pace (Cfr. Ad gentes divinitus, 12, etc 627).
Questa l’attività missionaria: annuncia il Vangelo e apre le vie all’umano sviluppo.
Dovremmo ora spendere altre parole per raccomandarla alle vostre preghiere, alla vostra generosità? Conosciuta, essa fa di se stessa la sua apologia; ma Noi, in nome di Cristo nostro Signore, la affidiamo alla vostra intelligenza umana e cristiana, alla vostra carità.
E a voi tutti, Missionari e Amici delle Missioni, mandiamo, larga quanto l’orizzonte del mondo, la Nostra Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 5 giugno 1970

PAULUS PP. VI

                                   

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