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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
A tutti coloro che ci sono Fratelli in Cristo Noi rivolgiamo anche quest’anno la
Nostra parola in occasione della Giornata Missionaria. Noi non possiamo tacerla,
anche se nulla vi dice di nuovo; ma la causa missionaria è così vitale per la
Chiesa e così importante per il mondo, che ci obbliga ad intervenire in questa
ricorrenza con tutta la forza della Nostra voce.
Noi vogliamo riconfermare ad esse il mandato apostolico, che le qualifica e che
le investe della virtù dello Spirito Santo per il compimento della loro
incomparabile opera; e vogliamo che quanti vi consacrano la vita e che quanti
pregano, lavorano, soffrono per le Missioni sappiano di godere, a titolo
speciale, della Nostra affezione e della Nostra riconoscenza. UN’ORA NUOVA
È venuta un’ora nuova per le Missioni. Difficoltà nuove e facilità nuove sono
sui sentieri di coloro che, in nome di Cristo, «recano l’annuncio di cose buone»
(Rom. 10, 15); ma questo presente stato di animi e di cose offre un campo
immensamente più largo, più invitante, ma non certo più facile ai sapienti e
magnanimi ardimenti dei pionieri del Vangelo. Vorremmo oggi più che mai fare eco
alla parola avvincente di Cristo: «Venite dietro a me; e vi farò diventare
pescatori di uomini» (Matth.
4, 19).
Non attardiamoci in critiche corrosive; non lasciamo passare questo momento
storico, che a noi sembra decisivo per gli orientamenti futuri dell’umanità, e
che offre al genio e al coraggio dei giovani l’occasione d’essere soggetti e
strumenti di nuovi esaltanti carismi della fede e della carità. DUE CONCEZIONI
In questa revisione della vocazione missionaria della Chiesa una questione
sovrasta le altre mettendo a confronto due concezioni diverse, relative
all’orientamento generale dell’attività missionaria, le quali si definiscono e
si distinguono con due nomi: evangelizzazione e sviluppo. Si intende per
evangelizzazione l’azione propriamente religiosa, intesa all’annuncio del Regno
di Dio, del Vangelo come rivelazione del disegno salvifico in Cristo Signore,
mediante l’azione dello Spirito Santo, che trova nel ministero della Chiesa il
suo veicolo e nell’edificazione della Chiesa stessa il suo scopo e nella gloria
di Dio il suo termine: è la dottrina tradizionale, alla quale il Concilio ha
dato il suo autorevole suffragio. E per sviluppo si vuole intendere la
promozione umana, civile, temporale di quei Popoli, che, al contatto con la
civiltà moderna e con gli aiuti ch’essa può dare, trovano nuova coscienza di sé
e si avviano a livelli superiori di cultura, di prosperità: di questa promozione
deve interessarsi il Missionario come di suo dovere imprescindibile (Cfr. Ad
gentes divinitus, 11). Noi vogliamo credere che tale confronto non possa essere posto come un dilemma, che escluda una coordinazione, una complementarietà, una sintesi fra l’evangelizzazione e lo sviluppo. Sarebbe, per noi credenti, inconcepibile un’attività missionaria, la quale facesse delle realtà terrestri suo scopo unico, o principale, e perdesse di vista il suo fine essenziale: portare a tutti gli uomini la luce della fede, rigenerarli mediante il battesimo, associarli al Corpo mistico di Cristo, la Chiesa, educarli alla vita cristiana, aprire loro la speranza della vita ultraterrena. Come pure non è ammissibile che l’azione missionaria della Chiesa sia insensibile ai bisogni e alle aspirazioni dei Popoli in via di sviluppo, e che le sue finalità religiose prescindano dai fondamentali doveri della carità umana; non possiamo dimenticare la solenne lezione del Vangelo sull’amore del prossimo sofferente e bisognoso (Matth. 25, 31-46), ripetuta dall’insegnamento apostolico (Cfr. 1 Io. 4, 20; Iac. 2, 14-18) e confermata da tutta la tradizione missionaria della Chiesa. Noi stessi abbiamo fatto oggetto, nella Nostra Enciclica Populorum progressio, il dovere di favorire risolutamente e saggiamente l’incremento del benessere economico, culturale, sociale, spirituale dei Popoli, e specialmente di quelli del così detto «terzo mondo», dove l’attività missionaria trova il campo più largo per l’attuazione del suo programma (Cfr. Ad gentes divinitus, 12). Dilemma non dev’essere. La questione verte piuttosto sulla priorità dei fini e sulla priorità delle intenzioni e dei doveri; e non è dubbio che l’attività missionaria è rivolta innanzi tutto all’evangelizzazione, e che deve mantenere questa priorità sia nella concezione che la ispira, sia nei modi con cui si organizza e si esercita. L’attività missionaria verrebbe meno alla sua ragione d’essere se si scostasse dall’asse religioso che la governa: il Regno di Dio, prima di ogni altra cosa; il Regno di Dio inteso nel suo senso verticale, teologico, religioso, che libera l’uomo dal peccato, gli propone come sommo mandato l’amore di Dio, e come ultimo destino la vita eterna. Cioè il Kerigma, la Parola di Cristo, il Vangelo, la fede, la grazia, la preghiera, la croce, il costume cristiano. E dobbiamo essere convinti che la fedeltà a questo programma primario dell’attività missionaria può generare grandi difficoltà, alle volte preclusive alla sua esplicazione e alla sua espansione: «Stoltezza e scandalo» (Cfr. 1 Cor. 1, 18 ss.) è la nostra missione. Ma è poi oggi, non meno che all’inizio della predicazione cristiana, questa la sua forza, questa la sua sapienza? Anche oggi, in pratica, ciò che nell’economia terrena forma ostacolo all’evangelizzazione, cioè il suo carattere spirituale, può diventare la sua libertà dai ceppi materiali dell’economia, dal sospetto di colonialismo, dall’inefficienza del naturalismo nel colloquio con le differenti civiltà. PRE-EVANGELIZZAZIONE E SERVIZIO La questione del dualismo: evangelizzazione, sviluppo, si pone piuttosto sul metodo; deve precedere l’evangelizzazione o lo sviluppo? La risposta non può essere univoca, ma dev’essere dettata dall’esperienza, dalla possibilità, dall’empirismo vigile e paziente, conforme al genio apostolico e alle esigenze delle varie situazioni, in ordine sempre all’efficacia e alla santità dell’attività missionaria (Cfr. Ad gentes divinitus, 6). Possiamo prospettare tre momenti: prima, durante, dopo l’evangelizzazione, che conserva sempre la sua priorità essenziale e intenzionale, lo sviluppo, cioè l’impiego dei mezzi d’ordine temporale, può avere una sua priorità pastorale. Si parla di pre-evangelizzazione, cioè l’accostamento dei futuri cristiani per via di carità, di aiuto, di esempio, di convivenza, di presenza. Poi si parla di servizio: dove arriva il Vangelo arriva la carità; è una testimonianza, simultanea all’evangelizzazione, della sua validità umana: ecco le scuole, gli ospedali, l’assistenza sociale, l’educazione professionale; è il premio che alla fine viene dopo l’evangelizzazione, cioè la nuova arte di vivere bene.
Per concludere osserveremo che, se la questione del dualismo «evangelizzazione e
sviluppo» si pone sul piano dottrinale, nel confronto dei fini rispettivi e
nella gerarchia delle intenzioni ad essi relative, essa trova la sua risposta
nella definizione del Decreto conciliare: «Il fine proprio dell’attività
missionaria è l’evangelizzazione e l’impianto della Chiesa» (Ad gentes
divinitus, 6; cfr. Fidei donum: A.A.S. 49 (1957), p. 236). ESIGENZA DI COORDINAMENTO
Avviene allora che l’attività per lo sviluppo, coordinata con quella
dell’evangelizzazione, irradia anch’essa una luce di Cristo, quella del concetto
della dignità umana, dei diritti dell’uomo, della libertà, della responsabilità,
del dovere, del lavoro, della convivenza sociale, del buon uso d’ogni valore,
anche temporale; illumina la scena umana e ne svela la bellezza, la ricchezza,
l’onestà. E ne svela anche le insufficienze, le ingiustizie, i malanni . .., che
l’uomo nuovo, il cristiano, sa ora come giudicare e come porvi rimedio. E lo
sviluppo allora ne trae profitto per il progresso, per l’unità, per la giustizia
e per la pace (Cfr. Ad gentes divinitus, 12, etc 627). Dal Vaticano, 5 giugno 1970 PAULUS PP. VI
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