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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 1974

 

INTRODUZIONE

Ancora una volta, nella luce del mistero di Pentecoste che segnò l’inizio dell’attività missionaria della Chiesa, vogliamo dare l’annuncio dell’annuale Giornata Missionaria del prossimo Ottobre.

S’inquadra tale celebrazione nella cornice dell’Anno Santo, il quale con la sua tematica del rinnovamento e della riconciliazione in Cristo, si propone un obiettivo di dimensioni universali, e questo non si realizza che nella misura in cui l’umanità conosce e riconosce Cristo. Evangelizzare, come azione che fa conoscere Cristo ai popoli e tende a rinnovarli e riconciliarli con Lui e in Lui, vuol dire estendere l’area e il grado della conoscenza e dell’accettazione della sua Persona e del suo Messaggio, vuol dire dilatare gli spazi della riconciliazione nella giustizia e nella carità.

Come abbiamo rilevato nella Bolla d’indizione dell’Anno Santo 1975 Apostolorum Limina, questi motivi fondamentali del Giubileo impongono, come conseguenza necessaria, una più vigorosa azione apostolica e missionaria della Chiesa: «Bisogna dunque che, durante l’Anno Santo, si ridesti un generoso impegno nel promuovere l’evangelizzazione, la quale va indubbiamente considerata come il primo punto da realizzare nel quadro di una tale attività. Difatti, “inviata da Dio alle genti per essere sacramento universale di salvezza”, la Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria, e in tanto si rinnova nel suo storico cammino, in quanto si rende disponibile ad accogliere e ad approfondire nella fede il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, ed insieme a darne l’annuncio salvifico, con la parola e la testimonianza della vita».

Se dell’Anno Santo abbiamo affermato che «deve riflettere il carattere di cattolicità della vocazione al Vangelo», e che «deve dare al cuore della Chiesa le dimensioni del mondo», quale migliore occasione per attuare, in concreto, un simile proposito della celebrazione della Giornata Missionaria, chiamata dai suoi primi promotori «la vera festa dell’apostolicità, il gran giorno della cattolicità»? (Cfr. Lettera del Card. van Rossum, già Prefetto della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, in data 8 agosto 1927)

SIGNIFICATO MISSIONARIO DELLA CONVERSIONE E DELLA RICONCILIAZIONE

La conversione, quale il battesimo esige, non presenta soltanto un aspetto negativo di allontanamento e di distacco dal peccato, ma anche e soprattutto un aspetto positivo - come conferma, del resto, la stessa etimologia - di orientamento e di avvicinamento a Dio e, nel nome di Dio, al prossimo. Per un cristiano autentico la glorificazione di Dio, l’amore per Lui e l’avvento del suo Regno sulla terra debbono costituire l’obiettivo principale della sua vita, in coerenza perfetta con le richieste fondamentali del Pater Noster. Ora, è proprio grazie all’attività missionaria della Chiesa che « Dio è pienamente glorificato, nel momento in cui gli uomini accolgono in forma consapevole e piena la sua opera di salvezza che ha compiuto in Cristo. Così grazie ad essa si realizza il piano di Dio, a cui Cristo in spirito di obbedienza e di amore si consacrò per la gloria del Padre che l’aveva mandato, perché tutto il genere umano formi l’unico Popolo di Dio, si riunisca nell’unico Corpo di Cristo, si edifichi nell’unico Tempio dello Spirito Santo. E ciò, mentre riflette la concordia fraterna, risponde all’intimo desiderio di tutti quanti gli uomini» (Ad Gentes, 7).

Questa fraternità universale, in quanto siamo membri di una stessa famiglia con Gesù Cristo, come Fratello maggiore, sotto il medesimo Padre che sta nei cieli, esige una conversione, un’apertura, un avvicinamento a tutti i nostri fratelli. E la conversione ci obbliga, in primo luogo, a conoscerli, giacché dobbiamo amarli e condividere con loro, altresì, i beni sia quelli di ordine materiale, che quelli di ordine morale e spirituale. Non si può, infatti, concepire una famiglia nella quale alcuni membri muoiono di fame ed altri sono nell’abbondanza; nella quale alcuni vivono esposti alle intemperie ed altri in comode abitazioni; nella quale alcuni non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo ed altri hanno a portata di mano tutti i mezzi di salvezza che la Chiesa possiede. Se formiamo una sola famiglia con tutti gli uomini, l’amore fraterno ci obbliga anche a riconciliarci con i fratelli di tutte le razze, lingue, culture e condizioni di vita. Ci sono davvero nel nostro «conto» molti peccati di omissione e di ingiustizia, dei quali dobbiamo chieder perdono al nostro prossimo.

La riconciliazione con i nostri fratelli comprende la riparazione di tali mancanze di giustizia e di carità, e costituisce, inoltre, il segno più certo della nostra riconciliazione con Dio: «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio abita in noi» (1 Io. 4, 7; cfr. anche Matth. 5, 25).

NECESSITÀ ED IMPORTANZA DI UN RINNOVAMENTO DI STAMPO MISSIONARIO

Questa preoccupazione per tutti gli uomini, nel sentire i loro problemi come nostri e nell’aver profonda coscienza che «ogni uomo è nostro fratello», questo vivo desiderio di riparare gli egoismi dei nostri Paesi e di noi stessi, sono elemento essenziale per impostare, in un senso genuinamente evangelico, una pastorale di conversione e di riconciliazione, che sfocia necessariamente in un rinnovamento di tutta la Chiesa.

La formazione di un’autentica coscienza missionaria deve poggiare sopra un radicale rinnovamento spirituale: prima di predicare il Vangelo, bisogna viverlo! È la vita di un cristiano o di una comunità che costituisce il suo primo annuncio missionario (Cfr. Act. 3, 44; 5, 14): se non si è prima sperimentato personalmente che Cristo è il Salvatore, difficilmente si sentirà la necessità di farlo conoscere agli altri. Poiché la cattolicità - come dice il nostro Predecessore Pio XII nella sua Enciclica Fidei Donum - è «la nota principale della vera Chiesa» (AAS 49, 1957, p. 237), questa cattolicità, che vuol dire spirito missionario universalistico, deve essere elemento principale nella pastorale delle Chiese particolari, nelle quali sussiste vivo ed operante l’essere stesso della Chiesa, e deve informare di sé tutta l’azione pastorale che s’intende rinnovare. «Né bisogna dimenticare - si aggiunge nella medesima Enciclica - che questo spirituale fervore missionario, fomentato nelle vostre diocesi, è pegno di rinnovata vitalità religiosa, da cui esse saranno infiammate (...). Se, dunque, la vita soprannaturale consiste nella carità e s’incrementa con l’impegno di donarsi, si può a buon diritto affermare che la vita cattolica di un qualsiasi Paese si misura dai sacrifici che essa spontaneamente si assume e sostiene per l’opera missionaria» (Ibid. p. 243).

Questo principio trova conferma nel Concilio Vaticano II: «La grazia del rinnovamento non può avere sviluppo nelle comunità, se ciascuna di esse non dilata gli spazi della sua carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che ha per coloro che sono i suoi propri membri» (Ad Gentes, 37).

NECESSITÀ ED URGENZA DELL'EVANGELIZZAZIONE

La nostra incorporazione alla vita stessa del Cristo, iniziata nel Battesimo, accresciuta dalla Confermazione e perfezionata dall’Eucaristia, ci impegna totalmente nel piano divino della salvezza che egli venne a realizzare sulla terra. Sì, è vero che Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tim. 2, 4). Ma questo piano, rivelato in maniera progressiva e che raggiunge il suo culmine in Cristo «mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione» (Dei Verbum, 7), presenta due specifiche proprietà. Il piano salvifico non si estende solamente ad alcuni uomini o ad alcuni gruppi umani, bensì a tutti gli uomini ed a tutti i popoli. D’altra parte, «la chiamata alla fede e la risposta del credente non si verificano in maniera isolata ed escluso qualsiasi legame reciproco», ma in seno ad un popolo «che Lo riconoscesse nella verità e fedelmente Lo servisse» (Lumen Gentium, 9; cfr. Ad Gentes, 2).

Questo Popolo di Dio, soggetto comunitario della fede e della vita soprannaturale, è la Chiesa, alla quale è stato affidato il deposito della Rivelazione non perché lo custodisca sotto terra, ma perché lo metta a disposizione di tutti gli uomini (Cfr. Ad Gentes, 1, 29, 35; Apostolicam Actuositatem, 2; Lumen Gentium, 13). Noi speriamo e confidiamo che, durante l’Anno Santo, tutti i fedeli e tutte le comunità prendano coscienza di questo impegno missionario universale, che, derivando dalla stessa natura missionaria della Chiesa cattolica, è anche proprio di tutte le Chiese e comunità locali, e di tutti e di ciascun cristiano.

Consideriamo, inoltre, che lo Spirito Santo, il quale opera sempre in perfetta armonia col piano salvifico del Padre e con la natura essenzialmente missionaria della Chiesa, realizza nel medesimo tempo un duplice movimento convergente: da un lato, spinge i popoli non cristiani verso la Chiesa e, dall’altro, infonde nelle anime dei battezzati lo spirito missionario. Cristo dal cielo - afferma il Concilio - mediante lo Spirito «opera incessantemente nel mondo, per condurre gli uomini alla Chiesa» (Lumen Gentium, 48). «Lo Spirito Santo unifica tutta la Chiesa (...), vivificando le istituzioni ecclesiali ed infondendo nel cuore dei fedeli il medesimo spirito missionario, da cui era spinto lo stesso Cristo» (Ad Gentes, 4).

L’opera di evangelizzazione, oltreché necessaria, è urgente: anzitutto in ragione della carità divina, che è il supremo motivo che la sollecita, e poi anche come risposta alle gravi necessità spirituali del mondo attuale. Caritas Christi urget nos (2 Cor. 5, 14): da quando San Paolo ha dettato questa espressione, il panorama religioso del mondo presenta caratteristiche che ci preoccupano e rattristano. Lo sviluppo dell’azione missionaria della Chiesa continua troppo lentamente. Suol dirsi, a titolo di scusa, che la Chiesa deve imitare la pazienza di Dio. Questo è vero: Dio è paziente, perché è eterno; Dio ha la sua ora, né noi possiamo, nella nostra ansia, pretendere di anticipare l’ora di Dio. Dimentichiamo, però, che siamo noi, con i nostri colpevoli egoismi, con la nostra accidia e mancanza di zelo missionario, che obblighiamo, per così dire, Dio a mostrarsi paziente, a seguir quasi il passo che vogliamo tener noi.

Dio è Amore e, come tale, desidera vivamente di comunicarsi agli uomini. Non sono forse sgorgate dal Cuore di Cristo queste parole, ardenti come la lava di un vulcano: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che cosa desidero se non che sia acceso?» (Luc. 12, 49). Parimenti, il mondo attuale, il quale, attraverso i segni del nostro tempo, si rivolge alla Chiesa perché corra in suo aiuto e dia completa risposta alle sue crescenti inquietudini ed aspirazioni, è come il Macedone della visione di San Paolo: «Vieni in Macedonia, e aiutaci»! (Cfr. Act. 16, 9-10) Quanti siamo figli della Chiesa, possiamo e dobbiamo rispondere come l’Apostolo delle Genti e ripeter con lui: «Non mi glorio se annuncio il Vangelo, perché è un obbligo che mi è imposto; e guai a me, se non annunciassi il Vangelo!» (1 Cor. 9, 16).

LE PONTIFICIE OPERE MISSIONARIE STRUMENTO EFFICACE PER AIUTARE L'EVANGELIZZAZIONE

Al presente la Chiesa dispone di uno strumento provvidenziale, perché tutto il Popolo di Dio possa assolvere adeguatamente il suo sacro compito missionario: le Pontificie Opere Missionarie. Se queste non esistessero, bisognerebbe crearle.

A disposizione immediata del Vicario di Cristo e, con lui, del Collegio Episcopale, esse costituiscono il principale e più efficace strumento per educare il Popolo di Dio nell’autentico spirito universalistico e missionario; per promuovere, nella loro multiforme varietà, le vocazioni missionarie (non si dimentichi che una di queste Opere, l’Unione Missionaria, di tale finalità ha fatto la principale ragione pratica della sua esistenza); e per sviluppare in maniera permanente la carità nel suo duplice aspetto, spirituale e materiale, sempre all’insegna della più piena cattolicità.

È nostro vivo desiderio, come già ripetutamente l’espressero i nostri venerati Predecessori, che tali Opere si costituiscano, si consolidino e fioriscano non solo nelle Chiese di antica cristianità, ma anche nelle Chiese giovani, comprese le più recenti, quale segno chiaro della comunione ecclesiale e dell’universalismo missionario che a tutte loro è connaturale.

Ai dirigenti e collaboratori di dette Opere, sparsi per tutto il mondo, noi amiamo ripetere le parole che abbiamo rivolto poco tempo fa durante la riunione, svoltasi in Roma, dei loro Consigli Superiori Generali: «A voi (...) spetta l’onere e l’onore di tenere sveglia nei vostri Paesi questa consapevolezza, e di infondere instancabilmente in tutti gli strati dell’opinione pubblica, e in particolar modo nelle parrocchie e nelle organizzazioni cattoliche, quel sensus Ecclesiae che, unico, può conservarle immuni da ogni particolarismo, ed alimentare costantemente la fiamma della generosità consapevole e gioiosa in un ampio respiro che abbracci tutte le Missioni e ne prenda sempre più a cuore le sorti, affidate alla buona volontà, allo zelo, allo spirito d’iniziativa dei figli della Chiesa» (17 maggio 1974).

Ci piace terminare il nostro Messaggio ripetendo l’orazione che leggiamo nella liturgia della festa del Patrono delle Missioni, San Francesco Saverio: «Fa’, o Signore, che la tua Chiesa trovi la sua gioia nell’evangelizzazione di tutti i popoli». Nel nome del Signore, a tutti voi che lavorate con vero zelo per le Missioni e vi apprestate a celebrare la prossima Giornata Missionaria, noi auguriamo una intima letizia che il mondo non può dare: quella di aver trovato il vero senso della vostra vita, partecipando con Cristo alla realizzazione del piano divino dell’universale salvezza. 

Dal Vaticano, nella solennità degli Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno dell’anno 1974, dodicesimo del nostro Pontificato.

PAULUS PP. VI

 

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