The Holy See
back up
Search
riga

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
IN OCCASIONE DEL XXV ANNIVERSARIO DELLA NASCITA
DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

Domenica, 4 ottobre 1970

 

Nel momento in cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite celebra i suoi venticinque anni di esistenza, Noi siamo felici di porgere ad essa, tramite la vostra alta mediazione, insieme ai Nostri voti fiduciosi, l’assicurazione della Nostra simpatia, unita alla Nostra adesione alla sua vocazione universale. Ancora oggi Noi teniamo a ripetere ciò che avemmo l’onore di proclamare il 4 ottobre 1965 dalla tribuna della vostra Assemblea: «Questa organizzazione rappresenta il cammino obbligato della civiltà moderna e della pace mondiale» (A.A.S., LVII (19651, p. 878).
Un tale anniversario non è l’occasione propizia di un bilancio e di una riflessione sui risultati che si sono potuti ottenere nel corso di questo primo quarto di secolo? Se le attese e le speranze che aveva suscitato la nascita della vostra istituzione non si sono potute avverare tutte, non meno si deve riconoscere che è in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite che innegabilmente si elabora la volontà dei governi e dei popoli a collaborare efficacemente per la costruzione della loro fraterna unità. Dove, del resto, gli uni e gli altri potrebbero meglio trovare un ponte di contatto, un tavolo per riunirsi, un fronte su cui difendere la causa della giustizia e della pace? Se i focolai di violenza covano sempre esplodendo qua o là in nuovi incendi, la coscienza dell’umanità si afferma tuttavia sempre più forte in questo foro privilegiato, dove, al di là degli antagonismi e dei particolarismi, gli uomini ritrovano questa parte inalienabile di loro stessi che li riunisce tutti: l’umano nell’uomo.

Non è per assicurarne sempre meglio il rispetto che la vostra assemblea si è preoccupata giustamente di stabilire in testi appropriati, patti o dichiarazioni, le condizioni di dignità, di libertà, di sicurezza che dovrebbero essere garantite «da tutti, dovunque e per tutti»? (Messaggio alla Conferenza di Teheran, A.A.S., LX (1968), p. 285) Più che mai, in questa tormentata ora della loro storia, i popoli risentono vivamente dello stacco che separa questi generosi propositi da una loro efficace realizzazione. Di fronte a tante situazioni inestricabili, interessi contraddittori, pregiudizi tenaci, di fronte al tragico susseguirsi dei conflitti, lo scoraggiamento assale i migliori che vedono crollare la speranza di una coesistenza pacifica tra forze ostinatamente avverse. Osiamo dirlo: la pace sarà effimera fino a che un nuovo spirito non spingerà a una vera riconciliazione gli uomini, i gruppi socia!i, ed i popoli. Ed è per questo che bisogna sforzarsi instancabilmente di sostituire ai rapporti di forza dei rapporti di profonda comprensione, di rispetto reciproco, di collaborazione creatrice.

Proclamata da più di venti anni dalla vostra assemblea, la carta dei diritti dell’uomo rimane ai nostri occhi uno dei suoi più bei titoli di gloria. Chiedere per tutti, senza distinzione di razza, di età, di sesso, di religione, il rispetto della dignità umana e le condizioni necessarie al suo esercizio, non è tradurre alta e chiara l’aspirazione unanime dei cuori e la testimonianza universale delle coscienze? Nessuna violazione di fatto potrà intaccare il riconoscimento di questo diritto inalienabile. Ma nelle situazioni di oppressione prolungata, tanto contrarie alle esigenze così proclamate, chi eviterà agli umili di cedere alle tentazioni di ciò che a loro sembra essere la soluzione della disperazione?
Malgrado gli inevitabili scacchi e i numerosi ostacoli posti a un così vasto organismo dalla sua stessa complessità, deve essere titolo d’onore per la vostra assemblea quello di prestare la sua voce a coloro che non hanno gli strumenti per farsi intendere, di denunciare, senza remore di ideologie, ogni oppressione, da qualunque parte essa venga, e di fare in modo che le grida di dolore siano ascoltate, le giuste richieste prese in considerazione, i deboli protetti contro la violenza dei forti, e la fiamma della speranza sia così conservata nell’animo dell’umanità più umiliata (Cfr. Discorso all’OIT, A.A.S., LXI (1969), pp. 497 e 499). È al cuore di ogni uomo - «poiché il vero pericolo si annida nell’uomo» (Discorso all’ONU, A.A.S., LVII (1965), p. 885) - che bisogna ripetere instancabilmente: «Cosa hai fatto di tuo fratello?» (Gen. 4, 10), questo fratello che, per tutti i credenti che vivono nel mondo, è segnato con l’impronta indelebile del Dio vivente (Cfr. Gen. 1, 26), Padre di tutti gli uomini.

Per i popoli, come per gli uomini, parlare di diritti è come enunciare dei doveri. Noi ve lo dicemmo già cinque anni or sono: il vostro compito è di riconoscervi l’un l’altro, di camminare gli uni con gli altri, di opporvi al dominio degli uni sugli altri, di fare in modo che mai più gli uni lottino contro gli altri ma che tutti lavorino gli uni per gli altri. Grande impresa, ben degna di riunire tutte le buone volontà in una immensa ed irresistibile cospirazione per quello sviluppo integrale dell’uomo, e per quello sviluppo solidale dell’umanità a cui Noi abbiamo osato esortare, in nome di un «umanesimo integrale», nella Nostra enciclica Populorum progressio (Cfr. Populorum progressio, 42).
All’alba del secondo decennio dello sviluppo, chi saprà, meglio dell’ONU e delle sue agenzie specializzate, raccogliere la sfida lanciata a tutta l’umanità? Si tratta di fare in modo che i popoli, pur conservando la loro identità ed il modo di vivere loro proprio, si accordino almeno sulle misure da adottare per assicurare la loro comune volontà di vivere, ed a qualcuno fra loro, addirittura la sopravvivenza. Riconosciamolo: il bene comune dei popoli, piccoli o grandi, esige dagli Stati il superamento dei loro interessi puramente nazionalistici, perché i migliori progetti non diventino lettera morta e perché le strutture di dialogo meglio articolate non si disperdano in calcoli capaci di mettere in pericolo l’umanità.

Non è abbandonarla ad un destino oscuro e forse fatale il continuare a dissipare in spese di guerra le più clamorose possibilità di progresso che essa ha mai conosciuto? Non è suonata l’ora di un sussulto di ragione di fronte all’avvenire terrificante che tante energie sprecate rischiano di preparare al mondo? «Essi fonderanno le loro spade per farne degli aratri e le loro lance per farne delle falci» (Is. 2, 4). Possa la vostra instancabile ostinazione, messa al servizio di tutte le iniziative di disarmo reciproco e controllato, assicurare nella nostra èra industriale la realizzazione dell’annuncio dell’antico profeta dei tempi agresti e impiegare le risorse rese così disponibili per il progresso scientifico e per lo sfruttamento delle immense risorse delle terre e degli oceani, e per la sussistenza di tutti i membri della famiglia umana in continuo accrescimento: che giammai il lavoro dei viventi sia utilizzato contro la vita, ma al contrario sia volto a nutrirla e a renderla veramente umana! Con immaginazione, coraggio e perseveranza, permetterete così a tutti i popoli di prendere pacificamente il posto che loro spetta nel concerto delle nazioni.

Questo nuovo dinamismo da promuovere, richiede, bisogna dirlo, un cambiamento di attitudine radicale, per «pensare in un modo nuovo il cammino della storia e i destini del mondo» (Discorso all’ONU, A.A.S., LVII (1965), p. 884). Il progresso spirituale non proviene, bisogna sottolinearlo, dal progresso materiale, al quale tuttavia esso soltanto dà il suo vero significato, come l’effetto alla sua causa. Le realizzazioni tecniche, per ammirevoli che siano, non suscitano di per se stesse alcuna elevazione morale. Allorché la scienza passa di successo in successo la sua applicazione esige sempre maggior coscienza dall’uomo che la mette in opera. Travagliato nelle sue forze più vive e più giovani, dal più grave dei problemi che l’abbiano mai scosso, quello della sua salvezza, il mondo moderno oscilla tra la paura e la speranza e cerca disperatamente un senso da dare alla sua laboriosa ascesa, per renderla autenticamente umana.

È quindi d’una importanza fondamentale che la vostra organizzazione abbia riconosciuto, tra i diritti fondamentali della persona umana, quello che il nostro venerato predecessore Giovanni XXIII chiamava «il diritto di onorare Dio seguendo la giusta regola della coscienza e di professare la propria religione nella vita privata e pubblica » (Pacem in terris, A.A S., LV (1963), p. 260): quella libertà religiosa di cui la Chiesa ha riaffermato tutto il valore al Concilio ecumenico (Dignitatis humanae, 2). Ma, ahimé, questo diritto, sacro fra tutti, si trova impunemente precluso a milioni di uomini, vittime innocenti di intollerabili discriminazioni religiose. Perciò Noi ci volgiamo con fiducia verso la vostra nobile assemblea nella speranza che essa saprà promuovere, in un campo così fondamentale della vita degli uomini, un’attitudine conforme alla voce insopprimibile della coscienza, e bandire dei comportamenti incompatibili con la dignità del genere umano.

Grande è la speranza di cui è portatrice la vostra organizzazione per realizzare questa comunità di uomini liberi in cui consiste l’ideale dell’umanità; di grandi energie essa deve disporre per assolvere un tale programma. Ma secondo la giusta osservazione di un grande pensatore contemporaneo: «Più questo immenso compito è difficile più deve tentare gli uomini. I popoli non si mettono in movimento che per le cose difficili» (J. MARITAIN, Christianisme et Démocratie, Parigi, ed. Hartmann, 1947, p. 71).
Esiste in effetti un bene comune degli uomini e spetta alla vostra organizzazione, come alla vocazione alla universalità che è la sua ragione di essere, di promuoverlo instancabilmente. Malgrado le tensioni permanenti e le opposizioni che rinascono senza posa, l’unità della famiglia umana si afferma sempre più in un comune rifiuto dell’ingiustizia e della guerra e in una comune speranza di un mondo fraterno dove uomini e comunità possano svilupparsi liberamente secondo le loro virtualità materiali, intellettuali e spirituali. Nel cuore delle peggiori contese fiorisce più forte l’aspirazione verso un mondo dove la forza - quella dei più potenti in modo tutto particolare - non domini più con il suo peso egoista e cieco, ma sia la espressione di una responsabilità più grande e più alta al servizio di una collaborazione libera e feconda tra tutti i gruppi umani, nel mutuo rispetto dei valori loro propri.

La vocazione delle Nazioni Unite non è forse quella di premunire gli Stati contro le tentazioni che li assalgono, di dare consistenza ad ogni buona volontà, e di aiutare i popoli a camminare verso una società dove ognuno sia riconosciuto, rispettato e sostenuto nel suo sforzo di crescita spirituale, verso una più grande padronanza di se stesso, in una autentica libertà? Sì, il lavoro dell’uomo e le conquiste del genio umano collaborano al disegno di Dio creatore e redentore, purché la sua intelligenza ed il suo cuore si alzino al livello della sua scienza e della sua tecnica, e sappiano estirpare le forze di divisione, nonché di dissoluzione, sempre all’opera nell’umanità.
Così Noi rinnoviamo la Nostra fiducia che la vostra organizzazione saprà rispondere all’immensa speranza di una fraterna comunità mondiale dove ciascuno possa condurre una vita veramente umana. Discepoli di Colui che ha dato la sua vita per riunire i figli dispersi di Dio, i cristiani, da parte loro, retti dalla speranza attinta dal messaggio di Cristo, intendono operare con energia, in collaborazione con tutti gli uomini di cuore, a questa grande opera. Possano le Nazioni Unite, nel ruolo senza pari che è loro proprio, impegnarsi risolutamente e procedere fiduciose ed intrepide. Su questo avvenire generoso al servizio disinteressato di tutti gli uomini e di tutti i popoli, Noi invochiamo di gran cuore la benedizione dell’Onnipotente.

Dal Vaticano, 4 ottobre 1970

PAULUS PP. VI

 
top