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MESSAGGIO DI PAOLO VI
URBI ET ORBI
Solennità del Natale del Signore
25 dicembre 1968
NATALE: PRINCIPIO DI COMPLETA SALVEZZA E DI AUTENTICO AMORE
Figli carissimi! Fratelli e uomini tutti che Ci ascoltate!
Ecco il Natale. Il Natale di nostro Signor Gesù Cristo. Accettiamo il computo
convenzionale: quel Natale avvenne 1968 anni fa. Oggi noi ne celebriamo la
memoria. Oggi ricordiamo con commozione e con meraviglia quell’avvenimento
estremamente umile. Oggi ripensiamo con riflessione grave e intelligente quell’avvenimento
estremamente importante.
Da allora molte cose hanno avuto principio. Da allora, per il fatto d’una tale
nascita (cfr. Col. 1, 15) la dignità della natura umana è stata
riabilitata ed esaltata. Da allora l’unità potenziale del genere
umano è diventata manifesta. Da allora la storia del mondo ha avuto il suo punto
focale. Da allora un principio di fratellanza universale è stato proclamato (cfr.
Rom. 8, 29). Da allora ogni essere umano è diventato sacro, degno di ogni
cura, d’ogni rispetto. Da allora s’è inaugurato il criterio che chi soffre, chi
è piccolo, chi è povero, chi è schiavo, chi è decaduto merita cura, soccorso,
rispetto, e merita maggiore giustizia. Da allora la disperazione, ch’è in fondo
all’anima dell’uomo deluso e peccatore, ha avuto titolo a sperare, a rivivere.
Da allora una sorgente, ch’è diventata fiume, e di cui la Chiesa vuol essere il
canale principale e autentico, un fiume refrigerante, fecondante, rigenerante, è
scaturita a Bethleem: l’amore; l’amore nuovo, inconcepibile e incontenibile di
Dio, di Dio fattosi nostro fratello e nostro modello, nostro maestro, nostro
amico, nostro salvatore e redentore, nostro capo e nostra vita, s’è riversato
sulla terra, e ancora la inonda, e qui oggi fa lago, e tutti ci invade, l’amore
del Natale, l’amore di Cristo.
Cerchiamo, un istante, Fratelli e Figli, d’averne coscienza, d’averne interiore
esperienza; e saremo felici; felici del vero «buon Natale».
E comprenderemo un mistero vitale, che tutti personalmente e socialmente ci
riguarda. Il mistero è questo: la festa del Natale non è solo memoria. E non è
solo celebrazione di riti, di abitudini liete e affettuose, di gioia domestica o
pubblica che sia. È ripetizione, è rinnovamento. La nascita di Cristo, divina e
naturale, deve essere rinascita nostra spirituale e cristiana. Questo è un fatto
meraviglioso proprio della nostra fede, un fatto vitale.
Dobbiamo rinascere, possiamo rinascere. Chi di noi non ha l’esperienza
dell’inesorabile voracità del tempo? Chi non vede come ogni umano progresso è
insufficiente a se stesso, e per il suo stesso sviluppo reca in sé la condanna
della sua caducità? Chi non avverte, oggi specialmente, che ogni manifestazione
della vita offre il bersaglio ad una sua spietata, e, in certo senso, logica
contestazione? Chi di noi non porta in fondo al suo spirito il morso della
sfiducia; sfiducia in se stesso, se bene si conosce debole e peccatore, sfiducia
negli altri, sfiducia nella società, sfiducia nella civiltà, sfiducia nel mondo?
IN CRISTO E CON CRISTO LA RIPRESA DELLA VITA PERSONALE FAMILIARE SOCIALE E
CIVILE
Il Natale, Noi lo abbiamo già detto nel Nostro messaggio, vince questa sfiducia;
e ci convince che si può, si deve sperare. Bisogna rinascere, bisogna
ricominciare. Oggi rinascere, oggi ricominciare.
E la festa odierna, lieta e profonda, ce ne infonde la speranza e ce ne insegna
la via. Bisogna rinascere mediante i criteri, mediante i principii, mediante le
energie, che Cristo mette ancor oggi a nostra disposizione. In Cristo, con
Cristo, è sempre possibile ritornare da capo e riprendere la costruzione della
nostra vita personale, della nostra vita familiare, della nostra vita sociale e
civile. Il Natale di Cristo è perenne. Cristo è l’infanzia, è la giovinezza, è
la virilità nuova del mondo. Con Lui possiamo celebrare non solo il suo antico
Natale, ma il nostro nuovo Natale.
È questo il Nostro augurio per voi, Figli e Fratelli. Lo è per chi ha fame e
sete di giustizia. Lo è per chi soffre nel dolore e nella povertà. Lo è perché
la pace e la concordia rinascano fra gli uomini ancora tesi in troppo lunghi
conflitti. Lo è per la Chiesa, lo è per il mondo.
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