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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
PER LA V GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LE VOCAZIONI

Venerdì, 19 aprile 1968

 

La quinta Giornata mondiale di preghiere per le vocazioni chiede a Noi un messaggio per la sua prossima celebrazione (28 aprile).

Il Nostro messaggio consta di due parole; la prima è: necessità. Sì, necessità, com’è noto, perché l’economia della salvezza, per realizzarsi, ha necessità di persone che consacrino allo svolgimento del suo disegno la loro vita. Questa necessità risale al pensiero di Dio, che volle Cristo unica fonte di salvezza e di santità, e che volle fosse perpetuata e diffusa la missione di Lui mediante uomini scelti, partecipi del sacerdozio di Cristo, come ministri indispensabili della parola e della grazia fra gli altri uomini. Il ministero ecclesiastico è di istituzione divina, come ci ricorda il Concilio (Costit. Lumen gentium, n. 28); e se esso viene a mancare è il disegno divino della salvezza che ne soffre e che arresta il suo corso nelle file dell’umanità.

Questa necessità è perciò di piena evidenza nell’opera che la Chiesa è destinata a compiere. La Chiesa è apostolica; cioè ha bisogno di apostoli che personifichino la testimonianza e ne compiano la missione. La Chiesa è cattolica; cioè universale, e se vuole essere fedele alla funzione che le è affidata d’essere strumento per tutti gli uomini dell’avvento del regno di Dio, deve essere in continua tensione espansiva, ed ha quindi necessità di nuovi e sempre più numerosi ministri. A questa necessità costituzionale s’aggiunge oggi una necessità funzionale, che fa tanto pensare e soffrire quanti hanno responsabilità nella Chiesa di Dio: oggi i ministri del Vangelo numericamente non bastano, perché diminuiscono i loro quadri statistici, e perché crescono i campi aperti al loro lavoro.

È fortuna, che dobbiamo al Concilio, quella dell’onore reso al sacerdozio regale dei Fedeli ma sarebbe sfortuna per la santa Chiesa se questa provvida e doverosa esaltazione del sacerdozio comune a tutto il Popolo di Dio ci facesse porre in ombra il sacerdozio ministeriale o gerarchico, da cui quello comune è formato e diretto (cfr. Lumen gentium, n. 10). Diremo anzi che quanto più il sacerdozio comune dev’essere valorizzato, tanto più esso stesso ha bisogno del ministero del sacerdozio gerarchico, e tanto più la funzione a questo affidata mostra la sua imprescindibile necessità.

Cioè la Chiesa ha bisogno di ministri; ha bisogno di vocazioni. Le sorti della Chiesa, e perciò della salvezza cristiana del mondo, non possono giudicarsi fondate su fenomeni o su movimenti carismatici, bisognosi essi stessi del ministero e del collaudo del sacerdozio gerarchico; ma su persone votate e consacrate, insignite di carattere potestativo, che vivono e perpetuano in se stesse il sacrificio di Cristo, e che, in virtù del sacramento dell’Ordine, ne rinnovano l’incruenta celebrazione. E questa esigenza risulta parimente dalle condizioni spirituali del mondo moderno: quanto più questo tende a secolarizzarsi e a smarrire il senso del sacro e l’avvertenza dell’insopprimibile rapporto religioso fra Dio e l’uomo, tanto maggiore risulta la necessità d’una presenza qualificata, specializzata, consacrata, in mezzo al mondo profano, di « dispensatori dei misteri di Dio » (1 Cor. 4, 1); come pure dobbiamo ciò affermare in vista dell’accresciuto impegno che la Chiesa va assumendo nel servizio dell’umanità, al quale impegno né la forza, né la rettitudine sarebbero, a lungo andare, assicurate, senza Preti capaci di contemplazione non meno che di azione, e muniti della virtù santificatrice e dell’autorità pastorale proprie del sacerdozio ministeriale.

Necessità. Occorrono dunque alla Chiesa nuovi e molti e buoni ministri; occorrono vocazioni.

Ed ecco allora la seconda Nostra parola: libertà. La necessità, derivante dal piano divino, viene a confronto con la libertà sul piano umano. Perché per libertà qui intendiamo l’oblazione personale e volontaria alla causa di Cristo e della sua Chiesa. La chiamata si commisura con la risposta. Non vi possono essere vocazioni, se non libere; se esse non sono cioè offerte spontanee di sé, coscienti, generose, totali.

Quanto diciamo si applica tanto alle vocazioni al sacerdozio ministeriale, quanto alle vocazioni religiose, di cui la Chiesa ha pure immenso bisogno; e vale per le vocazioni maschili, come per quelle femminili; queste, non meno delle prime, apprezzate e desiderate dalla santa Chiesa.

Oblazioni, diciamo: qui sta praticamente il vero problema. Come avrà ancor oggi la Chiesa l’offerta di giovani vite, che si consacrano al suo servizio? Il mondo della religione non ha più le suggestive attrattive d’un tempo; in certi ambienti è un mondo screditato dall’ateismo ufficiale e di massa, o dall’edonismo diventato ideale di vita; è un mondo senza risorse economiche, e senza gloria; è un mondo reso quasi incomprensibile alla psicologia delle giovani generazioni.

Eppure la Chiesa, stretta, dicevamo, dalla sua caratteristica necessità, attende, chiede, chiama. Chiama la gioventù specialmente, perché la Chiesa sa che i giovani hanno ancora l’udito buono ad intendere la sua voce. È la voce che invita alle cose difficili, alle cose eroiche, alle cose vere. È la voce che implora comprensione e soccorso per innumerevoli bisogni di fratelli privi di chi loro parli in Cristo e di Dio; di fratelli piccoli, sofferenti, poveri; di fratelli lanciati nella grande, ma equivoca, conquista scientifica, tecnica, economica, sociale, politica del mondo temporale, bisognosi essi pure di conforto, di luce, di ideale trasfigurazione. È la voce umile e penetrante di Cristo, che dice, oggi come ieri, più di ieri: Vieni.

La libertà è posta al suo supremo cimento: quello appunto dell’oblazione, della generosità, del sacrificio.

Noi pensiamo che vi siano oggi anime forti, capaci di « udire ciò che lo Spirito Santo dica alla Chiesa » (cfr. Apoc. 2, 7) e il Nostro messaggio è a loro principalmente rivolto. Ma non solo a loro; lo rivolgiamo alle Famiglie cristiane, per le quali è sacrificio, si, ma quanto meritorio, quanto onorifico!, contribuire all’offerta d’un loro figlio, d’una loro figlia, alla Chiesa, a Cristo.

E lo rivolgiamo altresì ai Pastori d’anime e agli Educatori, affinché sappiano scoprire, sorreggere, guidare le vocazioni nascenti nei cuori giovanili.

E alle persone già esperte della vita e pensose delle realtà supreme anche lo rivolgiamo: le vocazioni adulte sono oggi una speranza nuova per la Chiesa, che ne comprende il valore, ne assiste la psicologia, ne apprezza il contributo.

E infine a tutto il Popolo di Dio chiediamo di riflettere sul grande problema delle vocazioni, facendo Nostro l’ammonimento del Concilio che dice: « Il dovere di dare incremento alle vocazioni . . . spetta a tutta la comunità cristiana ». Ad essa perciò Noi chiediamo quel concorso spirituale e morale che offre l’ambiente sociologico favorevole al fiorire delle vocazioni, e che è dato « anzitutto con una vita pienamente cristiana », e con « la fervente preghiera » (Decr. Optatam totius, n. 2).

A quanti ascoltano questo Nostro messaggio giunga insieme la Nostra Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 19 aprile 1968.

PAULUS PP. VI

 

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