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DISCORSO DI PAOLO VI
AI SEMINARI ROMANI E AL COLLEGIO CAPRANICA

Giovedì, 27 giugno 1963

 

Non un discorso, bensì soltanto una paterna parola l’Augusto Pontefice desidera rivolgere agli intervenuti, avendo Egli disposto, con questo odierno incontro, il completamento della udienza al Clero di Roma.

Con viva gioia il Santo Padre vede dinanzi a Sé gli alunni dei Seminari che, per eccellenza, si chiamano Romani, quali il Maggiore e il Minore della Sua Diocesi, nonché l’Almo Collegio Capranica, con i rispettivi Superiori, alcuni dei quali il Papa già conosce da anni ed ha sempre seguito con speciale stima.

Non è il caso, oggi, di richiamarsi ad argomenti e motivi di contenuto storico su così venerandi istituti per la formazione del Clero. Ci sarebbe moltissimo da rievocare: basterebbe il solo nome dell’Almo Collegio Capranica, tanto giustamente fiero del suo primato nel tempo e della sua storia! Basterebbe dire: Seminario Romano, per avere presente tutto un insieme di grandezze, di personalità, di meriti insigni.

Tuttavia non è di queste pur fulgide glorie che il Santo Padre vuole ora parlare. Egli intende, semplicemente, manifestare ai giovani il Suo affetto, la Sua dilezione e tenerezza.

Sarebbe da chiedere se nella Chiesa del Signore vi è posto per delle manifestazioni affettive, quasi che noi si resti disimpegnati dalla ricchezza di sentimento e di espansione umana, che il cuore, nella vita profana, in maniera tanto abbondante coltiva ed esterna. Eppure, senza alcun dubbio, si può rivendicare anche alla vita ecclesiastica una vera ricchezza di espressioni adeguate. Essa mostra, invero, affetto, benevolenza, gentilezza, e quanto altro può dare la carità, che nel cuore ha la propria sede e che, appunto attraverso i sentimenti a sua disposizione, innalza a forme elevate di sublime amicizia: quella stessa insegnata ed attuata da Nostro Signore.

Con tali sentimenti evangelici, il Papa rivolge lo sguardo ai seminaristi di Roma, così come sino a ieri faceva per i grandi Seminari di Milano, dei quali conserverà perenne il migliore ricordo.

Ora il primo posto è per gli alunni del Santuario in Roma. Essi sono i seminaristi del Papa per eccellenza, i fiori di questa Diocesi eletta che il Signore affida alle Sue cure pastorali, tra le sollecitudini apostoliche per l’intera Chiesa. Sua Santità tiene intanto ad assicurare che Egli pensa ai seminaristi, li segue, prega per loro; e nulla Gli sarà più caro che conoscerli, visitarli, nelle rispettive sedi, appena la divina Provvidenza vorrà concedergli questa possibilità.

Intanto il Santo Padre invita i presenti a rileggere il grande discorso, da Pio XII di v. m. rivolto a tutti i giovani ecclesiastici di Roma, in affollata udienza al Cortile di S. Damaso il 24 giugno 1939 - Egli era presente e ben ricorda -; poiché sono pagine di vera attualità e tratteggiano efficacemente il programma generale di studio, di vita spirituale, della sapiente pedagogia necessaria alla formazione ecclesiastica.

Ed ecco alcune indicazioni molto semplici, quasi familiari, suggerite dalla fiduciosa attesa di così diletti figliuoli.

Anzitutto il Papa auspica che essi siano numerosi. Lo sono; ma, se fossero il doppio, ancor più viva sarebbe la Sua letizia. Oh! come Egli vorrebbe stendere le braccia, alzare la voce, parlare ai cuori di tanta gioventù che forse sta cercando come pronunciarsi in maniera forte, nuova, magnanima, e che sente vivo l’anelito di servire Nostro Signore! Perché tali giovani non dovrebbero aggiungersi alle privilegiate schiere della grazia e dare anche alla diocesi di Roma la sufficienza di clero, ancora molto lontana dall’essere soddisfatta?

Secondo pensiero. Siano forti i giovani chiamati al Divino Servizio. Si dice che l’educazione seminaristica piega il giovane; e così deve essere, nel senso di vigorosa e bene accolta disciplina ad una ascetica, ad una obbedienza, che è rinuncia alla propria personalità: questa viene offerta gioiosamente al Signore per rivestire quella del Divino Maestro; il Sacerdote, infatti, deve essere «alter Christus».

Ebbene tutto ciò non indebolisce per nulla le buone qualità naturali, e soprattutto non attenua le facoltà spirituali che vengono consacrate al Signore: l’ingegno, l’intelletto, il cuore, la volontà. L’augurio paterno è che le scuole, le quali preparano i futuri sacerdoti destinati a svolgere in Roma il sacro ministero, sentano la grande lezione di magnanimità, di energia spirituale, di eroismo, di dedizione sino al martirio, che parte dal suolo benedetto di Roma.

Qui ogni cosa, ogni particolare parla fervidamente della forza interiore con cui va seguita una vocazione suscitata da Nostro Signore Gesù Cristo.

Forti, dunque, nello studio, nel pensiero, nella pratica delle virtù, nella visione della Chiesa, anche guardando all’avvenire. È noto che i giovani, durante il bellissimo tirocinio, non solo risultano ottimi discepoli, ma sovente appaiono come maestri e si trovano già temprati alle imprese più ardite.

I superiori modereranno e guideranno, ma certo essi non mortificheranno mai ciò che adeguatamente concorre ad accrescere la santa passione con cui oggi il sacerdote deve compiere il proprio mandato.

Infine il Santo Padre esorta tutti ad essere ricolmi di quella spiritualità che si richiama alla caratteristica romana della Chiesa. Che cosa è lo spirito romano? Occorrerebbe una diffusa lezione per spiegarlo. Tuttavia gli alunni di questa Roma, madre e maestra, già lo sanno, o almeno lo intuiscono. Cercano, pertanto, di coltivare nell’anima la ricchezza dei suoi insegnamenti; di comprendere non solo il volto esteriore, gli aspetti fulgenti di cui la Chiesa si ammanta e si manifesta, ma il segreto celeste che la fa vivere da secoli; e di compenetrarsi della missione che alla Chiesa Romana venne data, nel personificare, in maniera incomparabile, unica, il Vangelo di Cristo. Ognuno si studi di approfondire, conoscere il tesoro di tradizioni che Roma porge con splendida larghezza; ognuno risalga al silenzio delle catacombe, alla eloquenza dei templi venerandi, alle elette nostre pratiche di pietà, di esercizi spirituali, proprio per dare all’anima un alimento che dovrà, un giorno, traboccare nel santo ministero.

In una parola, siano i Seminaristi di oggi, i Sacerdoti di domani, profondamente e singolarmente impressionati e qualificati dalla sacertà tutta particolare della Città dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Altre cose Sua Santità vorrebbe ancora dire. Formulerà qualche augurio. Si è al tempo degli esami; le vacanze sono prossime? Siano felicemente superati i primi, costituiscano le altre quasi un orizzonte per le future ed imminenti sante conquiste. Sì: proprio le vacanze possono essere tanto utili anche alla formazione seminaristica, appunto per la nota personale che, in certo grado, è restituita alla condotta di ciascun giovane. In tale periodo, ognuno si regola da sé, fa un po’ quel che vuole, e può quindi irrobustire gli insegnamenti del seminario, e rafforzare le profonde radici interiori, che forse la disciplina della vita ordinaria lascia meno sperimentare.

Felici vacanze, adunque, pure sotto questo aspetto: che, del resto, è il più importante, poiché serve a rinsaldare la grazia ineffabile della vocazione e a dotare ogni anima eletta di quei sussidi atti a comprendere, in pienezza, con generosità di sacrificio e con umile confidenza, sì eccelso dono, sempre con la guida e l’insegnamento esperto dei Superiori.

A questi tutta la gratitudine del loro Vescovo, il Papa, per la delicata opera formativa. Il Papa sa che cosa è l’educare la gioventù in un seminario. Quindi a maestri, superiori, padri spirituali, amici dell’anima va la Sua benedizione particolarissima. Egli si sente solidale con loro in uno dei compiti che vorrebbe Egli stesso direttamente esercitare. La delega che invece Egli conferisce a persone tanto benemerite è accompagnata da piena fiducia e dalle Sue preghiere.

Infine ai carissimi giovani, gli alunni dei Seminari Romani e del Collegio Capranica, tutto il cuore del Padre. Esso vibrerà nella orazione quotidiana per loro - saranno infatti sempre presenti nel memento della S. Messa quotidiana -: e di ciò è pegno la Benedizione Apostolica, con la quale l’Augusto Pontefice conclude l’affabile colloquio, beneaugurando agli ascoltatori ogni luce e grazia dal Divino Maestro.

                                         

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