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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLA
«CASA DEL GIOVANE OPERAIO» DI MILANO

Sabato, 30 novembre 1963

 

Nel salutare gli Ecc.mi Presuli e tutti i carissimi figli intervenuti, il Santo Padre rileva, anzitutto, che Don Orione riserva sempre delle sorprese; e una è questa: soffermandosi su quell’aggettivo Piccolo Cottolengo, Piccola Opera, verrebbe naturale il supporre che le sue fossero cose di dimensioni molto modeste, mentre la realtà è ben diversa. Così, per oggi, è stata chiesta una piccola Udienza, non solenne, né lunga, appena di un qualche minuto; e invece che cosa il Papa vede davanti a Sé? Al completo i Superiori, la rappresentanza della grande famiglia della parrocchia di S. Benedetto in Milano, e tante altre persone, convenute appunto per celebrare insieme un avvenimento, per il Papa davvero molto caro e significativo. Egli lo accetta quindi anche nella proporzione di solennità e di grandezza, che all’incontro s’è voluto dare.

E dapprima il costante, dolce ricordo della parrocchia di S. Benedetto. Essa, un tempo, era ai margini di Milano; ora, invece, è già circondata dai nuovi quartieri e si distingue per una monumentalità e per una completezza di apostolato impressionante, degno di ogni encomio. A tale centro fiorente, - dove sempre l’attuale Pontefice soleva recarsi alla sera della festività di S. Ambrogio, e che lo ha accolto in diverse altre circostanze -, Egli riserva il suo particolare saluto e la benedizione più cordiale.

STUPENDO APOSTOLATO DI RECENTE PARROCCHIA

Inoltre, siccome il giovane presentatore ha voluto ricordare un altro incontro, quello avvenuto, sempre con la Famiglia spirituale di D. Orione, a Boston, il Santo Padre vuol far sua la rievocazione. Pure in quella città degli Stati Uniti le piccole cose diventano notevoli, anzi grandiose; attestano, invero, dati molteplici e preziosi di bene, che prendono slancio dalla formula caritativa del Servo di Dio e dei suoi degnissimi figli. Immagini confortevoli, memorie vive e tonificanti, che ci dicono come l’odierno evento sia molto significativo, trattandosi del sacro rito per la prima pietra di nuovo edificio. Ciò merita innanzitutto il ringraziamento del Papa. Perché? Ma perché è bastato un semplice suo accenno alla opportunità di destinare la costruenda ala, integrativa del grande complesso della parrocchia di S. Benedetto, a un pensionato per la gioventù operaia, che subito veniva dato volenteroso e pratico assenso. È un ragguardevole esempio: e merita lode. Del resto il Santo Padre, ogniqualvolta ha avuto occasione di rivolgere una richiesta ai figli di Don Orione, ha sempre trovato in essi pronti .e generosi esecutori. A tanta sollecitudine va reso, quindi, pubblico attestato di lode.

MULTIFORMI ASSISTENZE DI ZELO PASTORALE

E ancora: la letizia del Padre è pure motivata da un criterio, come dire, edilizio, urbanistico ed estetico. L’edificio dell’Opera Don Orione a Milano è di proporzioni immense: davvero non si crederebbe come le piccole cose possano avere sviluppi di tanta importanza ed organicità. C’è la chiesa, ci sono le scuole, gli ospedali, le attività parrocchiali. È stata aggiunta una quantità di provvide irradiazioni intorno al nuovo nucleo religioso, portato da Don Orione a Milano. Ora, tale complesso di strutture mancava appunto di una parte che deve integrare questa cittadella della carità e della preghiera. E perciò, il sapere che l’ottimo centro sarà finalmente definito in tutta la magnifica simmetria e monumentalità, presentandosi organico e soddisfacente non solo per l’occhio ma per le iniziative che esso promuove, ricolma il cuore paterno di letizia e di augurio. Di conseguenza, anche per tale motivo, il Sommo Pontefice esprime riconoscenza ed effonde benedizioni.

Tutto è dunque singolarmente bello, anche perché la ragione principale del comune gaudio è il sapere che la nuova costruzione, così moderna, opportuna, utile, viene promossa a vantaggio della gioventù operaia. Accorrono da tutte le parti i giovani, in cerca di lavoro. Chiedono il lavoro e non hanno la casa. La mancanza di così indispensabile bene produce grave angustia nella vita, nelle abitudini, nella stessa anima. È facile immaginare che cosa può accadere in una città che deve ospitare, d’improvviso, un’estesa mano d’opera giovanile priva del suo ubi consistam. È uno dei problemi morali e pastorali più gravi di una metropoli industriale e in crescente sviluppo come Milano.

Ed ecco la carità sempre all’avanguardia. Sorge l’idea di apposito pensionato. Già altri ve ne sono: e se ne intravede ulteriore notevole serie nel programma sociale di Milano. Si tratta appunto di aprire le porte e dare ospitalità alla nuova gioventù lavoratrice immigrata nella vasta città. Quello che da oggi si inizia, sarà, di certo, tra i più ridenti e completi, tra i più adatti ad accogliere i carissimi giovani. Essi vi troveranno dimora cordiale e familiare, l’educazione, il riposo, il diporto, la preghiera, quel senso rassicurante di essere immediatamente inseriti in una società non forestiera, non nemica, non ostile, non impenetrabile, bensì in una società come dev’essere la nostra: civile e cristiana.

«DARE CASA AL LAVORO»

È qui un motivo di vivissima consolazione e di grande speranza: per l’opera in se stessa, per la sua esemplarità, giacché molti vi scorgeranno una delle forme più necessarie ed urgenti dell’apostolato moderno.

Dare casa al lavoro; dare completezza di assistenza alle classi lavoratrici: intento nobilissimo, disegno stupendo! Il fatto, poi, che esso prenda l’avvio proprio alla vigilia della Beatificazione di un giovanetto santo e operaio, conferisce valida fiducia e forse ci dischiude qualche spiraglio sulla Provvidenza, la quale ci assiste tutte le volte che noi ci prodighiamo per servire i programmi di carità che il mondo odierno propone. La Divina Provvidenza, adunque, conferma e benedice. Lo dichiara la fausta congiuntura: dal Cielo, un Amico, un protettore, un eroico giovane distende senza dubbio la sua simpatia, le sue compiacenze e certo la sua intercessione: tutto ciò promette le benedizioni di Dio sull’auspicato edificio che sta per sorgere.

NEL NOME E NELLO SPIRITO DI CRISTO

A questo punto - prosegue Sua Santità - vedo un’altra causa di intensa gioia in quanti condividono la stima per le opere di Don Orione. Voi Sacerdoti, che vi appartenete; voi Suore, che date la vita per questi trionfi della carità; e voi benefattori, che siete larghi del vostro obolo ad imprese di tanta importanza e di tanta bellezza: appare sempre più che non solo materialmente queste opere si affermano, crescono, giganteggiano dinanzi a noi, ma palpitano e risplendono. Uno spirito, cioè, le sorregge; uno spirito che è quello di Don Orione, diciamo meglio, quello di Cristo, che ama tutti gli indigenti, li assiste nelle loro necessità e suscita energie, risorse e mezzi là dove non sembrerebbero, umanamente parlando, possibili; mentre la carità fa germogliare, quasi con prodigi perenni, sempre nuovi intenti e programmi. La vivezza di questo spirito, la fiamma di soprannaturale ardore che guida le gesta di Don Orione: ecco, mi sembra, la cosa che deve allietarci tutti e che ci sprona ad implorare con fiducia il divino aiuto per la istituzione nascente, per quelle che sono a Tortona, a Milano, nelle Americhe, e che dappertutto ancora verranno, col nome benedetto di questo pioniere, di questo araldo dell’amore cristiano, a coronare il grande rigoglio di apologia evangelica da lui promosso. Senza dubbio le promettenti fatiche ci daranno non soltanto la consolazione di vedere ma quella di parteciparvi e di essere, e proprio con l’insigne apostolo della carità, anche noi discepoli, anche noi seguaci, anche noi benedetti da Dio.

                                   

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