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PELLEGRINAGGIO IN INDIA
DISCORSO DI PAOLO VI AL SACRO COLLEGIO
Sabato, 5
dicembre 1964
Ad un attestato di così profondo ossequio e viva partecipazione
agli intenti del Supremo Pastore, la risposta di Sua Santità è cordialissima.
Egli anzitutto desidera notare che le moltissime cose da dire, al
ritorno da così importante e significativo viaggio, sono state già in gran
parte enunciate dal Signor Cardinale Pizzarda, per il quale il Papa nutre il
singolare affetto di Chi lo ebbe padre e maestro nel Suo primo servizio in
Segreteria di Stato.
Non è certo questo il momento di svolgere con profondità le
impressioni e gli argomenti che si affollano allo spirito: basterà tuttavia una
parola del Vangelo che, anzitutto, rivela come l’insegnamento divino si
estenda e si riverberi nella storia e arrivi sino a noi con segni di evidenza
che commuove nel suo insieme meraviglioso, e quindi ci illumina per accogliere
ogni particolare di quanto è avvenuto.
Nel racconto della pesca miracolosa degli Apostoli, S. Luca
osserva, infatti, che «rumpebatur autem rete eorum».
Abbiamo assistito a fenomeni eccezionali, spontanei, si direbbe
prodigiosi. Sono, dapprima, le fioriture della seminagione della Buona Novella,
deposta nei solchi d’un terreno che, per vari motivi, poteva sembrare refrattario,
e dà, invece, mercé l’azione missionaria metodica, costante, eroica, una
testimonianza stupenda di quanto può la Redenzione e la fede in Cristo Signore.
A tale secolare attività va il tributo di lode e riconoscenza
Nostra per tutta la tradizione missionaria testé incontrata, la quale altro non
è se non una parte della grande attività missionaria nel mondo.
Accanto a ciò quanta amabile cortesia, e quali prove di stima e
di venerazione da parte dell’intero nobile popolo della grande Nazione
Indiana!
Occorre dare testimonianza di quel che, da secoli, hanno compiuto
intrepidi apostoli. Questo popolo - folle sterminate accorse sul cammino dell’umile
Successore di Pietro - ha tenuto a dare conferma di comprensione e rispetto.
Specialmente merita risalto l’incontro con tanti giovani, che si commuovono
per la presenza del Papa, quasi mossi da un istinto profetico di speranze e di
attesa: fulgida caratteristica di memorabili giornate. Di ciò siamo lieti, ma
pure pensosi per l’insieme dei nuovi doveri e responsabilità. Agli uni e alle
altre dovremo proporzionare i nostri sforzi, sì da essere non impari alle opere
che il Signore ci chiede lungo tali vie aperte per la fraternità di tutti gli
uomini, figli di Dio.
La cattolicità della Chiesa ci si è presentata davanti con le
sue dimensioni incommensurabili, con le sue proporzioni sconfinate, con le sue
esigenze mai soddisfatte. Ci siamo domandati - prosegue Sua Santità -: Che cosa
faremo? Lo stesso successo non è forse un aumento di doveri, di problemi, di
responsabilità?
Riflettiamo veramente, rientrando nella Nostra dimora, su quanto
adesso la voce così autorevole del Cardinale Pizzarda affermava: «avremo
davanti nuovi problemi». Dovremo quindi adeguare i nostri sforzi, i nostri
piani alle possibilità che il mondo moderno, che il Divino Maestro, anzi, ci
dischiude. Sono cammini aperti in cui si attende solo il missionario zelante, il
profeta che parli, il santo che predichi, il martire che si immoli.
Quale grandioso programma si presenta, dunque, alla Chiesa in
questo momento!
Ad esso vogliamo avvicinarci con trepida umiltà ed esaltante
fiducia: cercando, specialmente, di essere docili alla nostra vocazione con ogni
impegno; e fedeli, se necessario, «usque ad sanguinis effusionem» -
come è ricordato a chi entra nel Sacro Collegio -. Lo esige la causa di Cristo;
lo meritano l’attesa del mondo e il cammino della storia.
Lavoriamo, dunque, con pieno fervore a divenire, nel modo più
adeguato e degno, gli esecutori appassionati delle volontà del Signore nel
momento presente, che ci si prospetta ricolmo di speranze e da Dio benedetto.
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