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RADIOMESSAGGIO NATALIZIO
DI SUA SANTITÀ PAOLO VI

Martedì, 22 dicembre 1964

   

La ricorrenza della festa, sempre cara e commovente, sempre tanto umana e tanto sacra e misteriosa, del Natale, a cui subito fa seguito l’inizio del nuovo anno civile, mette nel Nostro animo, ancor più che sulle Nostre labbra, auguri, auguri copiosi, auguri stupendi, per voi tutti che avete la bontà di ascoltare la Nostra voce; per voi, figli e fratelli carissimi, a cui una stessa fede e una medesima carità Ci uniscono in una comune letizia e Ci rendono partecipi dell’onda immensa di sentimenti e di pensieri che scaturisce dal mistero natalizio; per voi, uomini tutti, d’ogni età, d’ogni paese, d’ogni opinione, ai quali, oggi più che mai, sentiamo di dovere la Nostra stima, la Nostra affezione, e la Nostra solidarietà.

Veramente il Natale fa a Noi stessi sperimentare l’essenza della Nostra missione universale, ch’è quella di annunciare a tutti gli uomini la Buona Novella; la Buona Novella che svela agli uomini la loro possibilità di felicità, di pace, di salvezza; e perciò non mai come in questo giorno Noi Ci sentiamo, ancor più che desiderosi, obbligati a rivolgere al mondo il Nostro messaggio augurale.

Quest’anno il Nostro messaggio, il Nostro augurio è di fratellanza. Di fratellanza, uomini che Ci ascoltate; di fratellanza più vera, più operante, più universale di quella che già unisce gli uomini fra loro. Di fratellanza!

Noi abbiamo ancora nell’animo la vivissima impressione del Nostro recente viaggio a Bombay. Viaggio guidato da uno scopo religioso, come si sa; ma esso ha assunto nello stesso tempo per Noi un incomparabile valore umano. Siamo andati forestieri e pellegrini in paese lontano e a Noi sconosciuto; avremmo potuto rimanere estranei ed isolati e solo circondati dai Nostri fratelli di fede. Abbiamo invece incontrato un popolo. Un popolo innumerevole; un popolo festante e straripante; Ci è parso che rappresentasse le sterminate genti dell’India immensa; e con esse quelle dell’Asia intera; non cattolica, si sa, ma cortese, aperta, avida d’uno sguardo e d’una parola dell’esotico visitatore romano, quale Noi eravamo. Ebbene, vi è stato un momento di comprensione, di fusione di spiriti. Che cosa quelle folle esultanti abbiano visto in Noi, non sappiamo. Noi abbiamo visto in esse una umanità degnissima, connaturata con le sue tradizioni culturali millenarie, non tutte cristiane, no, ma profondamente spirituali e sotto molti aspetti buone e gentili, antichissime e giovani insieme, oggi sveglie e rivolte verso qualche cosa, che lo stesso portentoso progresso moderno non può dare, forse può impedire.

Un senso di profonda simpatia Ci ha confermato allora ciò che il cristianesimo dice da secoli, e che l’evoluzione della civiltà va lentamente e gradualmente riconoscendo e proclamando: gli uomini sono fratelli. I rapporti fra gli uomini diventano così facili e molteplici da doversi risolvere in amore. Le distanze sono così abbreviate e quasi abolite, che l’amore deve diventare universale; la nozione di prossimo, che già il Vangelo del Samaritano allargava oltre i confini convenzionali, investe l’intera umanità: tutti sono nostro prossimo. L’evidenza, da un lato, dei bisogni altrui si fa così palese e implorante, e la possibilità di soccorrerli, dall’altro, cresce oggi in così abbondanti proporzioni, che si fa luce lo scopo verso cui deve oggi rivolgersi la costruzione della civiltà: organizzare la solidarietà fra gli uomini, affinché nessuno manchi di pane e di dignità, e affinché tutti abbiano come supremo interesse il bene comune.

Il progresso civile viene scoprendo come esigenza, come conquista, ciò che Cristo, fattosi uomo come noi e nostro maestro, già ci aveva insegnato dalle pagine, non mai pienamente comprese, non ancora universalmente applicate, del suo Vangelo: «Voi siete tutti fratelli» (Matth. 23, 8); cioè eguali, cioè solidali, cioè obbligati a riconoscere in ciascun di voi riflessa l’immagine dello stesso Padre celeste, e a promuovere scambievolmente il raggiungimento dei medesimi destini: la pienezza umana e la figliolanza divina per la grazia, in questa vita, la beatitudine eterna nella vita futura.

Oggi la fratellanza s’impone; l’amicizia è il principio d’ogni moderna convivenza umana. Invece di vedere nel nostro simile l’estraneo, il rivale, l’antipatico, l’avversario, il nemico, dobbiamo abituarci a vedere l’uomo, che vuol dire un essere pari al nostro, degno di rispetto, di stima, di assistenza, di amore, come a noi stessi. Ritorna a risonare al nostro spirito la parola stupenda del santo dottore africano: «Dilatentur spatia caritatis», che i confini dell’amore si allarghino (Sermo 69, 1; P.L. 38, 440). Bisogna che cadano le barriere dell’egoismo; e che l’affermazione di legittimi interessi particolari non sia mai offesa per gli altri, né mai negazione di ragionevole socialità. Bisogna che la democrazia, a cui oggi si appella la convivenza umana, si apra ad una concezione universale, che trascenda i limiti e gli ostacoli ad un’effettiva fratellanza.

Noi sappiamo che queste concezioni hanno oggi larga risonanza nel cuore dell’umanità; Noi pensiamo che la gioventù specialmente avverta che esse sono le verità dell’avvenire e hanno fondamento nel processo irreversibile della civiltà; sono ideali, ma non sono utopistiche; sono difficili, ma sono degne di studio e di azione. Noi siamo per esse; Noi siamo per la gioventù, che aspira a fare del mondo una casa per tutti, non un sistema di trincee per una discordia implacabile ed una lotta continua.

Ma sappiamo anche che queste belle concezioni sono facilmente caduche. Albeggiano in date ore della storia e subito si oscurano per il sorgere di nubi contrarie. La via del vero progresso è faticosa ed incerta. La resistenza umana nella ricerca dell’ottimo conosce scoraggianti flessioni. L’uomo è instabile. La conquista della verità è ardua. Il bene è difficile. L’odio è più facile dell’amore.

Per questo Noi vorremmo mettere a disposizione del mondo l’inesauribile e sempre attuale patrimonio di dottrina divina e umana e di energia morale, proprio del cattolicesimo, per sostenere lo sforzo degli uomini di buona volontà verso il benessere comune, verso la pace universale, verso la fratellanza di tutti gli uomini. La Nostra offerta è sincera. La Chiesa sta meditandola nel Concilio Ecumenico; la trae dal suo cuore pieno del nuovo amore, che Cristo ha acceso nel mondo; e la presenta in umile gesto amichevole alla libera accettazione del mondo moderno, che non può rifiutarla, se ama veramente la propria salvezza.

Noi non ignoriamo gli ostacoli che continuamente si oppongono alla fratellanza umana, e avvertiamo con dolore che adesso essi sono in una fase dialettica, che li pone in una più chiara evidenza, e talora in una più pericolosa efficienza.

Davanti all’incantevole soavità del Natale non è possibile discorrere di questi ostacoli, che mostrano l’aspetto drammatico e pauroso della realtà storica contemporanea; ma non è tuttavia lecito tacerne la minacciosa presenza, in un messaggio, come questo, di elementare sincerità.

Ci sia consentito di indicare fugacemente alcune forme concrete, fra le tante esistenti e possibili, nelle quali si manifesta l’opposizione alla fratellanza fra gli uomini. Accenniamo appena, quasi per esemplificare.

Primo: il nazionalismo, che divide i popoli opponendoli gli uni agli altri, alzando fra loro barriere di contrastanti ideologie, di psicologie chiuse, di interessi esclusivi, di ambizioni autarchiche, quando non sia di avidi e prepotenti imperialismi. Questo nemico della fratellanza umana oggi riprende vigore. Pareva superato, almeno virtualmente, dopo la tragica esperienza dell’ultima guerra mondiale; esso risorge. Noi preghiamo governanti e popoli di vigilare, di moderare questo facile istinto di prestigio e di emulazione; può di nuovo essere fatale. Noi facciamo voti che sia da tutti sostenuta ed onorata la funzione degli organismi sorti per unire le Nazioni in leale e reciproca collaborazione, per impedire le guerre e prevenire i conflitti, per risolvere i contrasti con pazienti trattative e opportune convenzioni, per far progredire la coscienza e l’espressione del diritto internazionale, per dare insomma alla pace la sua stabile sicurezza ed il suo dinamico equilibrio.

Altro ostacolo, rinascente anch’esso, il razzismo, che separa ed oppone le differenti stirpi componenti la grande famiglia umana, creando orgogli, diffidenze, esclusivismi, discriminazioni, e talora oppressioni a danno del reciproco rispetto e della dovuta stima, che devono fare delle diverse denominazioni etniche un pacifico concerto di popoli fratelli.

Così non possiamo non guardare con spavento un militarismo, rivolto non già alla legittima difesa dei rispettivi Paesi e al mantenimento della pace universale, ma teso piuttosto verso armamenti sempre più potenti e micidiali, che impegnano colossali energie di uomini e di mezzi, alimentano la psicologia di potenza e di guerra, e inducono a fondare la pace sulla base infida e inumana del reciproco timore. Anche a questo riguardo osiamo augurare che le guide dei Popoli sappiano proseguire con cuore prudente e magnanimo sulla via del disarmo, e vogliano generosamente prospettare la devoluzione, anche se parziale e graduale, delle spese militari a scopi umanitari, e non solo a vantaggio dei propri Stati, ma a beneficio altresì dei Paesi in via di sviluppo e in condizione di bisogno: la fame e la miseria, la malattia e la ignoranza implorano ancora soccorso; e Noi non esitiamo a far Nostro di nuovo, in questo giorno di bontà e di fraternità, il gemito implorante delle folle, tutt’oggi sterminate, di poveri e di sofferenti, bisognosi di sollecito e sostanziale soccorso. Uomini buoni e generosi, che potete aiutare chi ha fame, chi soffre, chi giace nella miseria e nell’abbandono, ascoltate nella Nostra voce quella divina ed umana di Cristo, nostro fratello in ogni uomo indigente.

Potremmo dimenticare, in questo triste elenco di ostacoli alla fratellanza, il classismo, ancora tanto aspro e forte nella società contemporanea; e lo spirito di partito e di fazione, che oppone ideologie, metodi, interessi, organizzazioni nell’intero tessuto stesso delle varie comunità? Per un verso questi complessi e vastissimi fenomeni sociali uniscono fra loro gli uomini aventi comuni interessi, ma, per un altro verso, tanto spesso scavano abissi incolmabili fra le varie categorie umane, e fanno della loro opposizione sistematica una ragione di vita, dando alla nostra società, estremamente evoluta nella perfezione tecnica ed economica, il volto triste ,e amaro della discordia e dell’odio. La società non è felice, perché non è fraterna. Conosciamo le difficoltà enormi che sembrano rendere insolubili i problemi della libera e amica convivenza sociale. Ma quanto a Noi non Ci stancheremo di predicare l’amore del prossimo, come basilare principio d’una società veramente umana, e di sperare che la rettitudine del pensiero e l’esperienza della storia portino a rivedere i principii, da cui molte delle divisioni sociali traggono origine, e a cercare in più umane e più vere formulazioni le norme della vita collettiva. Anche per questa ricostruzione della società moderna secondo le esigenze insopprimibili della pacifica convivenza, della mutua collaborazione tra le varie classi sociali e tra le diverse nazioni, e della felicità del vivere insieme, il nostro antico Vangelo, aperto oggi alla pagina della pace in terra agli uomini di buona volontà, ha parole nuove e vive da offrire alla fratellanza umana.

Ascoltando questo Nostro messaggio qualcuno forse si chiederà: e la religione non è motivo di divisione fra gli uomini? la religione cattolica specialmente, così dogmatica, così esigente, così qualificante, non impedisce una facile conversazione e una spontanea intesa fra la gente? Oh, sì. La religione, quella cattolica non meno d’ogni altra, è elemento di distinzione fra gli uomini, com’è la lingua, la cultura, l’arte, la professione; ma non è per sé elemento di divisione. È vero che il cristianesimo, per la novità di vita che porta nel mondo, può essere motivo di separazioni e ,di contrasti, derivanti da ciò che di bene conferisce all’umanità; la luce splende nelle tenebre; e diversifica così le zone dello spazio umano. Ma non è suo genio lottare contro gli uomini; per gli uomini, se mai, nella difesa di quanto è in essi sacro e insopprimibile: l’aspirazione fondamentale a Dio, e il diritto di manifestarla all’esterno nelle forme dovute del culto. La Chiesa non può pertanto non esprimere pubblicamente il suo rammarico quando tale incoercibile anelito viene impedito, ostacolato, precluso, perfino punito dalla forza del pubblico potere, che in questo caso pretende di invadere un campo, che esula dalle sue competenze. A questo proposito, che esige ben più ampia e ragionata risposta, Noi possiamo in ogni modo ripetere ciò che la Chiesa oggi va proclamando: la giusta e bene intesa libertà religiosa; il divieto di trarre argomento dalle credenze altrui, quando non, siano contrarie al bene comune, per imporre una fede non liberamente accettata, o per procedere a discriminazioni odiose o a vessazioni indebite; il rispetto di quanto c’è di vero e di onesto in ogni religione e in ogni umana opinione, nell’intento specialmente di promuovere la concordia civile e la collaborazione in ogni sorta di buone attività.

La verità rimane ferma, e la carità ne irradia il benefico splendore.

Questo è oggi più che mai il programma Nostro, convinti come siamo che il mondo ha bisogno di amore, ha bisogno di superare in se stesso i vincoli dell’egoismo, ha bisogno di aprirsi a sincera, progrediente, universale fratellanza.

Ed è l’augurio che a voi facciamo, uomini retti e buoni che Ci ascoltate; e lo facciamo con gaudio e con speranza nel nome di Colui ch’è il «primogenito fra i molti fratelli» (Rom. 8, 29), Cristo Signore!

In tale augurio, il Nostro cuore si dilata in un universale abbraccio di paterna carità a tutti gli uomini, per la cui redenzione è disceso in terra il Salvatore Divino. E, in particolare, Ci rivo!giamo ai Nostri venerati Fratelli e figli dilettissimi, a quelli specialmente per i quali la festività del Natale non può assumere espressione di letizia e di serenità anche esterna, per le dolorose limitazioni a cui sono tuttora soggetti. Ci rivolgiamo poi ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose, in primo luogo ai dilettissimi missionari, di cui ben conosciamo le ansie e le difficoltà.

Ci rivolgiamo ancora a tutte le famiglie cristiane, alla gioventù generosa e promettente, all’innocenza dei bimbi, all’ardore degli adolescenti. Comprendiamo nel Nostro abbraccio i lavoratori e i professionisti, con le loro logoranti e talora monotone attività quotidiane; gli ammalati e i sofferenti, col loro bagaglio di pene, note solo a Dio, che tutto comprende e rimunera; e in particolarissimo modo pensiamo ai poveri di tutto il mondo: le loro trepidazioni e i loro sconforti suscitano eco di profondo dolore nei Nostro animo. Che il Nato Bambino porti ad essi la consolazione del suo amore e la dolcezza di una rinnovata fiducia; e stimoli Egli altresì tutti coloro, che hanno possibilità e mezzi - in primo luogo gli uomini responsabili del pubblico bene - a unirsi in uno sforzo costruttivo, in una concreta solidarietà, per venire incontro con mezzi nuovi, con rimedi urgenti, con opportuni programmi alle immense necessità dei poveri nel mondo, alle loro speranze, che non possono andare oltre deluse.

Con questa pienezza di sentimenti Noi rinnoviamo il Nostro augurio, ed effondiamo di gran cuore su tutti voi che Ci ascoltate. e su l’intera famiglia umana, la Nostra confortatrice Benedizione Apostolica, pegno e riflesso delle compiacenze del Divino Infante di Betlem.

  

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