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  DISCORSO DI PAOLO VI
A VARI GRUPPI DI PELLEGRINI ITALIANI

Domenica, 14 febbraio 1965

    

Alla comunità diocesana di Salerno

Sia il nostro primo saluto a chi prima richiese questo incontro con Noi; e cioè al pellegrinaggio di Salerno. Al degnissimo e veneratissimo Arcivescovo di così vetusta ed illustre sede, Mons. Demetrio Moscato, esprimiamo la Nostra letizia e la Nostra riconoscenza per questa visita; a lui rivolgiamo la professione della Nostra cordiale venerazione e della Nostra sincera stima; a lui le Nostre felicitazioni per vederlo circondato, e non solo in questo singolare momento, dalla corona devota e filiale della sua bella comunità diocesana; a lui il Nostro voto per la felicità e la fecondità del suo ministero pastorale. Il Nostro saluto devoto e affettuoso si estende alle Autorità Civili, Militari e Scolastiche di Salerno, delle quali siamo lieti ed onorati di vedere qui presenti le più qualificate rappresentanze. E salutiamo insieme gli esponenti del venerato Clero salernitano, dei due Seminari, Regionale e Arcivescovile, col caro Pre-seminario dei piccoli amici di Gesù; e poi il Nostro saluto si rivolge a molti e valorosi dirigenti e membri delle varie Associazioni cattoliche, che sappiamo numerose ed animate da alta coscienza del loro impegno cristiano e da fervoroso zelo per ogni sorta di buone attività; e parimente ai Collegi ed Istituti, che illustrano a Salerno la missione educatrice della Chiesa; ed infine, per non omettere alcuno, ai vari ceti sia di fedeli, che di cittadini, affinché a tutti sia manifestata la Nostra gratitudine per aver partecipato a questo grande e singolare pellegrinaggio.

La Nostra gratitudine si esprime altresì per il dono prezioso, materialmente e spiritualmente, che voi, cari figli di Salerno, Ci recate: il reliquiario contenente «sacra pignora», sacri frammenti, delle spoglie mortali del grandissimo e santo Nostro Predecessore, l’immortale Gregorio VII.

Ci curviamo riverenti davanti a queste sacre reliquie, e umilmente imploriamo dal Santo, di cui sono fisica parte e spirituale memoria, di ottenerci dal Signore le invitte virtù, di cui fu campione nella difesa e nel governo della santa Chiesa; e per la santa Chiesa, la vostra Salernitana, la Nostra Romana, e per l’intera cattolicità, lo preghiamo d’essere sempre dal cielo esempio e presidio. Valga la Nostra Benedizione Apostolica a confermare questi sentimenti e questi voti.

Le fiorenti istituzioni della Chiesa per i lavoratori

In secondo luogo salutiamo il gruppo dei partecipanti al Concorso Presepi, promosso dall’ONARMO di Roma; e siamo lieti di accogliere una visita così importante per il numero dei visitatori (è vero che siete diecimila? molto bene! molto bravi i vostri Assistenti e i vostri Dirigenti, e molto bravi voi a muovervi in file così copiose e a portarci, con la vostra cara presenza, anche quella di alcuni vostri familiari!); una visita, aggiungiamo, così significativa per essere quella di Lavoratori; e Lavoratori, la maggior parte, di grandi Aziende municipali e statali e di grandi complessi industriali, come, ad esempio, i gruppi degli appartenenti alle Ferrovie dello Stato, all’«ACEA», all’«ATAC», alla «STEFER», alla «RomanaGas», al Poligrafico dello Stato, alla «RAITV», ai Mercati Generali, all’«ENEL», alla «FIAT», alla Pantanella, alla Manifattura Tabacchi, a vari Cantieri Edili, ecc.; e con questi rappresentanti dei grandi campi di lavoro quelli di Aziende e Stabilimenti minori, quelli delle così dette piccole Industrie, e quelli, sempre da Noi ricordati cordialmente, del settore artigiano. Abbiamo perciò quest’oggi con Noi la «Roma-lavoratrice»; la Nostra Città, la Nostra Diocesi, che Ci offre il suo volto sotto un aspetto speciale, meno conosciuto dagli ammiratori di Roma, ma a Noi non ignoto, ben sapendo quale rilievo abbia sempre avuto nella storia romana il popolo lavoratore, e ricordando come la Chiesa abbia efficacemente contribuito a redimerlo, questo popolo, dalla condizione di schiavitù o di soggezione, in cui anticamente grande parte del lavoro, e non solo manuale, si trovava; e a elevarlo col riconoscimento d’una sua dignità spirituale, non seconda a quella di alcuna altra categoria; e poi a educarlo a forme associate e protettive dell’operosità umana, come le corporazioni e le confraternite; ed infine a confortarlo e ad assisterlo, con nuove forme di tutela, di promozione, di educazione, di beneficenza, nelle contingenze sociali dei tempi nostri, come fanno le ACLI, come fa l’ONARMO, come fanno i Ritiri Operai, e come fanno pure altre minori, ma sempre lodevoli iniziative a vantaggio della gente di lavoro. A Noi, voi lo sapete, piace assai osservare ed ammirare il volto di Roma-lavoratrice; esso non copre, non avvilisce il volto di Roma regale e pontificale, di Roma storica ed artistica, di Roma antica, civile ed ecclesiastica, di Roma universale e perenne; sì bene rivela i suoi tratti umani e reali, mette in risalto le sue virtù popolane, sane e vigorose. Ci fa sentire l’accento della sua parlata romanesca, spiritosa e vigorosa, Ci presenta anche una sua fisionomia, da cui non possiamo staccare lo sguardo, né il cuore, quella della sua abitudine alla fatica e all’obbedienza, alla sobrietà e alla religiosità, quella delle sue sofferenze e delle sue privazioni e delle sue necessità, ancora tanto grandi e in alcuni casi ancora neglette ed acerbe. Sia la benvenuta, in questa pontificale Basilica. la Nostra Roma-lavoratrice; e sappia d’avere su questa Cattedra di autorità e di verità, che sovrasta il mondo, non un sovrano immemore e distante, ma un amico, un padre, un pastore, che, come sempre, le apre le braccia, il cuore, e . . . quando e come può, voi sapete, anche la borsa!

La vostra visita inoltre ridesta in Noi uno speciale interesse per il fatto ch’essa vuole concludere qui, praticamente, il vostro famoso Concorso-Presepi. Siamo informati che codesta iniziativa dell’ONARMO ha preso proporzioni numeriche ed espressioni artistico-religiose veramente notevoli: sono settanta le Aziende che hanno aderito al Concorso del 1964, e le Famiglie sono forse più di cinquemila.

Un fatto di tanto rilievo, sia per il numero dei concorrenti, sia per la varietà, la modernità e la genialità delle espressioni figurative e artistiche, sia, e soprattutto, per il valore religioso ch’esso manifesta ed alimenta, merita che Noi Ci fermiamo un momento a considerarlo e ad ammirarlo: il presepio di Gesù, ideato e costruito dai Nostri Lavoratori, e collocato là, umile e sacro, nel cuore delle officine, degli stabilimenti, degli ambienti della operosità e della fatica profana, tanto spesso pervasa da una pesante atmosfera materialista e areligiosa e talvolta, purtroppo, anche antireligiosa e anticlericale, ridesta in Noi molti e vivaci sentimenti: di stupore, di ammirazione di gaudio, di speranza. E non solo sentimenti, pensieri. E sarebbero molti, con radici lontane, che si affondano nell’analisi della psicologia del lavoratore moderno e dei fatti sociali contemporanei. Pensieri molti; ma che teniamo, per ora, dentro di Noi, per non tediarvi con lungo discorso; salvo uno, che si formula così: quale attitudine, quale capacità può prodursi in un uomo, per il fatto ch’egli è un Lavoratore, a capire e a esprimere Cristo? Già l’anno passato, in questa occasione, abbiamo accennato a questo problema; ora lo consideriamo sotto un aspetto diverso, positivo, sia artistico che spirituale, perché Ci chiediamo se voi, uomini del lavoro, del lavoro manuale specialmente, siete in grado, siete in condizione propizia voi per comprendere qualche cosa di nostro Signore, di scoprire in Lui qualche cosa meglio degli altri, e di presentare Gesù  - il suo volto, la sua vita, la sua parola -  in maniera vostra, ma autentica, cioè vera e originale?

Avremmo subito argomento di risposta passando in rassegna le fotografie, i disegni, le immagini dei vostri Presepi: essi Ci dimostrano come i vostri occhi vedono Gesù, e come la vostra tecnica, la vostra arte lo sa figurare, nelle linee, nel linguaggio artistico del nostro tempo. Avremmo altro argomento ricordando il concorso, indetto anni fa, dal compianto Barone Professore Francesco Mario Oddasso, uno dei vostri Dirigenti Industriali, della CISA, qui di Roma, se ben ricordiamo: anche le figure di Cristo, risultate da quel concorso (ne rammentiamo alcune fotografie), Ci dicono qual è la visuale di alcuni fra di voi, abili a disegnare e a modellare plasticamente, nei riguardi di Gesù. Questi esempi Ci offrirebbero una documentazione molto istruttiva e interessante. Ma forse non basterebbero per dare una risposta adeguata e profonda alla questione, che Ci siamo posta, perché Ci offre piuttosto i segni di qualche mano sperimentata particolare, i segni esteriori di qualche maniera artistica convenzionale, che risente l’influsso della tecnica figurativa del nostro tempo; Noi vorremmo arrivare alla sensibilità spirituale interiore, al cuore del Lavoratore, - che il più delle volte non sa esprimersi, ma sa sentire, sa capire -, quando ci domandiamo: lui, il Lavoratore, perché Lavoratore, come può comprendere Gesù Cristo, come può intuire chi sia il Cristo, che cosa rappresenta per lui, che cosa gli dice, che cosa gli insegna? Il Lavoratore, proprio perchè tale, proprio come tale, è idoneo, o no ad afferrare qualche cosa del mistero di Gesù?

Verrebbe pronta alle labbra la risposta negativa: che cosa può sapere di nostro Signore un uomo che passa la vira lavorando? L’officina non è una chiesa, non è una scuola; il lavoro impegna le mani, di fuori; non il cervello, di dentro; di grazia se egli ricorda ancora qualche cosa di Lui, ascoltata al catechismo, quando era fanciullo; o di grazia se riconosce come sacra e cara qualche immagine di Lui, ad esempio, come voi, di Gesù nel presepio, o di Gesù in Croce; ma sembra ovvio dire che uno che lavora non ha né tempo, né voglia, né capacità di leggere e di studiare; e per di più molti di voi diranno: chi può capir qualche cosa delle questioni così difficili della Bibbia e della Teologia? Un Lavoratore non è fatto per queste cose, non sa il latino, e sempre è tentato di pensare: a che cosa servono tutte queste questioni . . . di preti? Si dovrebbe concludere che un Lavoratore non può conoscere da vicino e addentro il Vangelo; non è il suo campo, non è il suo mestiere. E allora un Lavoratore, perché tale, è lontano da Cristo? sarebbe impedito di conoscerlo, di amarlo?

Figliuoli carissimi, fate attenzione! Noi diciamo invece che anche voi potete intimamente, magnificamente conoscere Gesù nostro Signore, nostro Pastore, nostro Redentore! e potete amarlo, meglio di tanti altri più istruiti e più benestanti di voi! a vostro modo, si capisce; ma voi potete! se fossimo ora a scuola vi diremmo, con un linguaggio oggi di moda, ma difficile: voi potete, non forse per via di pensiero astratto, di concetti scientifici, ma per via, come dicono, esistenziale, per via cioè d’una certa e viva simpatia istintiva, per via d’una certa scoperta interiore: forse si tratta d’un’ispirazione segreta, forse d’un ricordo d’una qualche predica ascoltata, o di qualche quadro osservato, forse d’una eco di una parola del Vangelo, che in dato momento ritorna in mente, e sembra essere pronunciata proprio ora, proprio per noi! forse si tratta d’una specie di incontro di chi, come noi, cammina all’oscuro e incontra uno che porta una lampada, e subito i due si riconoscono, e il viandante delle tenebre dice al viandante della luce: Oh! sei Tu! Gesù, voi sapete, si è definito ed è la luce del mondo. È giusto che noi ci chiediamo in quale luce Gesù appare all’occhio d’un Lavoratore; una lanterna da minatore ci fa vedere chi è e come è colui che la porta e ci fa vedere altresì chi è e come è colui che entra nel cono di luce di quella lanterna: Gesù si fa conoscere: Gesù fa conoscere.

Qui occorrerebbe un discorso lungo e difficile, ma sarebbe certo molto interessante. Contentiamoci di ricordare che il Vangelo, proprio nell’annuncio originario fatto da Gesù agli uomini del suo tempo, è un messaggio rivolto al popolo, alla gente semplice, ai poveri, agli umili, ai piccoli. Gesù è felice d’essere ascoltato e capito da persone senza pretesa e di ben modesta cultura. In una stupenda pagina del Vangelo udiamo Gesù, in tono ispirato, parlare a Dio Padre così:

«Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli» (Matth. 11, 25). Il Vangelo è vostro, figli del popolo, uomini del lavoro, gente che traete la vostra cultura, non forse dai libri e dalle scuole, ma da ciò che vedete, da ciò che soffrite, da ciò che vivete. Ci pare di risentire la voce profonda e grave d’uno dei più grandi pensatori dell’umanità, Pascal: «Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti». Questi Patriarchi, a cui fu aperta la rivelazione su Dio e sul destino del popolo d’Israele, erano pastori i nomadi, gente vicina alla terra da lavorare e impegnata nell’avventura temporale. Dio non solo non disdegna di stabilire i suoi rapporti trasfiguranti di luce e di amore con uomini semplici e adusati alla fatica fisica, ma li preferisce.

E proprio perché semplici e obbligati a faticare e a soffrire i Lavoratori sarebbero in grado di avvertire non solo una loro somiglianza con Cristo, ma una misteriosa solidarietà con Lui. In un celebre romanzo russo uno dei personaggi più rappresentativi esce in queste parole: «Cristo mi ha chiamato a portare la croce!». Quanti Lavoratori potrebbero dire le stesse parole! Quanti potrebbero scoprire nella loro stessa condizione di soggezione, di fatica, di sofferenza la chiave per penetrare nel mistero di Gesù, l’obbediente, il paziente, l’innocente che porta il peso degli altri, con fortezza, per amore, e per questo diventa il modello, l’eroe, il salvatore, il Signore del mondo.

Sarebbe lungo dire. Ma ricordate quello che vi dico: voi, perché avete sulle spalle la croce della vostra condizione sociale e della vostra fatica e delle vostre pene, siete in grado di scoprire, di capire, di amare Cristo Gesù. Occorrerà, sì, un po’ di istruzione; occorrerà una disposizione d’animo, che si chiama l’onestà, e più: la rettitudine, il desiderio, sì, di capire e di amare; occorrerà qualche attenzione, qualche aspirazione; occorrerà cioè un po’ di preghiera, come quella del cieco del Vangelo: «fa’ ch’io veda» (Marc. 10, 51); ma poi Gesù si farà vedere per quello ch’Egli è, in sé e per voi: il Fratello, il Collega, l’Amico, il Maestro, il Difensore, il Consolatore, il Redentore, il Signore.

Ai diletti Bresciani nel giorno dei Santi Protettori

Abbiamo ancora un saluto speciale da rivolgere ad un altro gruppo di persone presenti: quello dei Bresciani dimoranti in Roma e facenti capo all’Opera pia dei Bresciani. Siamo molto sensibili a questa presenza, che avviene in coincidenza della vigilia della Festa dei Santi Protettori della Città di Brescia, i Santi Martiri Faustino e Giovita, Festa quest’anno resa più solenne e commovente dalla consacrazione episcopale di Padre Giulio Bevilacqua, a tutti ben noto, e chiamato da Noi a far parte del sacro Collegio Cardinalizio. Siamo molto lieti di associare le Nostre preghiere alle vostre, cari concittadini di Brescia e di Roma! E di cuore salutiamo tutti gli associati e gli assistiti dall’Opera pia, il suo Presidente con la sua Famiglia per primo, e quanti nella fede e nella virtù tengono alto e onorato il nome di quella Città della Nostra Roma.

A tutti ogni miglior augurio e la Nostra Apostolica Benedizione.

          

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