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DISCORSO DI PAOLO VI
AI PARROCI E AI PREDICATORI QUARESIMALISTI DI ROMA

Lunedì, 1 marzo 1965

                                 

Signor Cardinale! Venerati Confratelli: Monsignori: Vice Gerente, Vescovi Ausiliari e Vescovi Delegati del Signor Cardinale Vicario per gli Ospedali e per le Confraternite e Pie Unioni! e voi tutti, diletti Figli, Parroci e Sacerdoti addetti alla cura pastorale della Nostra benedetta e carissima Diocesi di Roma, e voi Ministri della Parola di Dio, appartenenti a Famiglie Religiose, ovvero al Clero diocesano: a ciascuno e a tutti il Nostro paterno saluto e la Nostra Apostolica Benedizione!

Non possiamo tacere la Nostra compiacenza e la Nostra commozione per questo incontro spirituale alle soglie della santa Quaresima dell’anno di grazia 1965. È sempre per Noi motivo di consolazione e di edificazione la vostra presenza intorno a Noi: non mai come in queste rare occasioni, in cui Ci è dato salutarvi e vedervi uniti, ed in cui possiamo ad un tempo accogliere l’espressione della vostra devozione e della vostra affezione, della fedeltà vostra e del vostro perseverante e tenace proposito di essere i cooperatori, anzi i ministri del Nostro ufficio pastorale romano, e possiamo aprirvi quella della Nostra riconoscenza, della Nostra stima, della Nostra fiducia, non mai come ora, dicevamo, Ci sentiamo compresi della gravità dei Nostri doveri e della speranza di non esservi del tutto manchevoli: voi siete in strettissima comunione con Noi; voi portate con Noi il peso della cura d’anime di questa prima ed eletta Chiesa apostolica, e voi ne sperimentate più di Noi le fatiche di ministero e di assistenza; voi siete a titolo pieno e principale il Nostro Clero, cioè i Nostri Confratelli, i Nostri Figli, voi, i Sacerdoti, in cui vogliamo sentirci compresi e interpretati, voi, i Preti, in cui vorremmo vedere rispecchiato e realizzato quell’ideale del Sacerdozio di Cristo, che sta al vertice dei Nostri pensieri e dei Nostri voti, come l’oggetto primo della sua carità e del suo piano di salvezza; voi, i pastori, i maestri, i servitori di questo popolo romano, la cui vocazione cristiana tocca il mistero dell’azione divina nella storia e impegna la Nostra missione di Vescovo, di Successore dell’Apostolo Pietro, di Vicario di Cristo; voi fra tutti diletti e benedetti!

Dunque ascoltateci!

O meglio, leggete nel Nostro cuore le tante, le troppe cose che Noi vorremmo a voi comunicare; diciamo per sommi capi. Primo Nostro pensiero a vostro riguardo è la vostra fedeltà alla vocazione ed al ministero sacerdotale: «Hic iam quaeritur inter dispensatores ut fidelis quis inveniatur» (1 Cor. 4, 1); cioè l’interiore adesione alla offerta da voi fatta, totale e irrevocabile, della vostra vita al Signore e alla Chiesa, l’olocausto all’unico amore, l’immolazione alla Croce di Cristo, l’imitazione di Lui come unico modello attuale e perenne di perfezione, la vostra santificazione, in una parola: «haec est enim voluntas Dei, sanctificatio vestra; . . . vocavit nos Deus . . . in sanctificationem» (1 Thess. 4, 3-7). Secondo punto: la linea pratica, giusta e degna della benedizione di Dio e Nostra, da tenere nel pensiero, nella condotta, nel ministero pastorale, nella guida delle anime, nella predicazione, nell’azione sociale. Comprendiamo bene la difficoltà di determinare tale linea pratica in un momento come questo, che vede ogni posizione scossa dall’insinuazione o dall’assalto d’una problematica che tutto mette in questione, tutto espone alla critica, tutto crede potersi giudicare e cambiare; ebbene, vi diremo, sappiate essere aperti allo spirito di rinnovamento, che invade il mondo e che penetra anche nelle norme ecclesiastiche; ma sappiate insieme difendervi dal capogiro delle innovazioni arbitrarie, dalla suggestione della moda corrente di idee non approvate dalla Chiesa e punto collaudate dalla esperienza - ex fructibus eorum! ricordate -; se mai l’obbedienza ebbe ragion d’essere nella vita della Chiesa e fu fonte di salvezza e di merito, questa Ci sembra l’ora di scoprirne i motivi profondi e salutari, e di darvi testimonianza libera, virile, veramente degna di chi vuoi essere seguace di Colui che si è fatto «oboedite usque ad mortem» (Phil. 2, 8). Abbiate fiducia nella guida dei vostri Superiori; vi ripeteremo ancor Noi: «Oboedite praepositis vestris et subiacete eis. Ipsi enim pervigilant quasi rationem pro animabus vestris reddituri, ut cum gaudio hoc faciatis, et non gementes; hoc enim expedit vobis!» (Hebr. 13, 17). Cioè siate sicuri che l’obbedienza, quale dovrà fiorire in ogni settore della Chiesa di Dio, non sarà né superfluo o superbo sfoggio d’autorità, non sarà né illogica, né umiliante; non sarà imposta da un comando dispotico e irresponsabile, ovvero; come oggi si va dicendo, costantiniano o feudale; ma deriverà con sempre maggiore evidenza da una potestà voluta e derivata da Dio, buona e forte, per la trasmissione dei suoi insegnamenti e per la edificazione della comunità ecclesiale, per l’esercizio tanto provvido e complesso della carità pastorale, per la liberazione delle anime dai loro dubbi e dalle loro debolezze, per l’elevazione dei figli di Dio alla coscienza della loro dignità e all’esercizio delle loro rispettive responsabilità, per la santificazione comune, di chi dirige, di chi obbedisce, di chi osserva la soavità e la fortezza del costume cattolico.

Vi sarebbero moltissimi altri punti: ma non vogliamo, né possiamo in questo momento soffermarCi sopra di essi.

Vogliamo piuttosto profittare di questo incontro per fare a voi la raccomandazione propria di questa particolarissima congiuntura della vita ecclesiastica, quella della applicazione, ormai giunta al suo effettivo traguardo, della Costituzione conciliare su la sacra Liturgia. Vi sarà distribuito un libretto su tale tema, alla fine di questa cerimonia. Voi del resto già tutto conoscete. Ebbene: la Nostra raccomandazione è questa: dedicate somma cura, specialmente in questo primo anno, alla conoscenza, alla spiegazione, alla applicazione delle nuove norme, con cui la Chiesa vuole d’ora innanzi celebrare il culto divino. Non è cosa facile; è cosa delicata; richiede interessamento diretto e metodico: richiede assistenza vostra, personale, paziente, amorosa, veramente pastorale. Si tratta di mutare tante abitudini, che sotto molti aspetti sono pur rispettabili e care; si tratta di disturbare i fedeli pii e buoni per proporre loro forme nuove di preghiera, che subito non capiranno; si tratta di guadagnare ad un’espressione personale e collettiva di preghiera tantissima geme, che in chiesa prega e non prega come vuole; si tratta di incrementare una scuola più attiva di orazione e di culto in ogni assemblea di fedeli, d’introdurre cioè in essa aspetti, gesti, usi, formule, sentimenti nuovi; un attivismo, diremmo, religioso, ancora per molti inusitato; si tratta, in una parola, di associare il popolo di Dio alla azione liturgica sacerdotale. Ripetiamo: è cosa difficile e delicata; ma aggiungiamo: necessaria, doverosa. provvidenziale, rinnovatrice. E speriamo anche: consolatrice. Forse non mai il vostro ministero sarà per voi fecondo di soddisfazioni esteriori e di interiori consolazioni, come quando comincerete a notare i frutti dello sforzo pedagogico e pastorale che vi è domandato. e come quando farete nella realtà l’esperienza delle parole del salmo: «Ecce quam bonum et quam jucundum habitare fratres in unum» (Ps. 132, 1): l’unità profonda, cordiale, attiva dei vostri fedeli, oranti ed offerenti con voi, vi si rivelerà nella sua sempre nuova e mistica bellezza e vi compenserà intimamente delle premure spese per giungere a tale risultato. Ma badate: occorre avere la persuasione che si tratta d’un grande avvenimento, che sono in giuoco altissime idee, che vengono anzi in scena verità divine, realtà divine, e che si pensa arrivare con questo metodo, il vero metodo, il più autorevole, il più benedetto, il più efficace al cuore dell’uomo moderno e riaccendere in lui la fiamma dell’amore a Dio e al prossimo, la capacità, timida e inebriante, del colloquio religioso, quello autentico, consolatore e redentore. E occorre, insieme a questa grande concezione del nuovo fatto liturgico, avere l’arte di curare i particolari, in ogni loro esigenza, di orario, di ordine, di oggetti, di gesti, di movimenti, di silenzi e di voci; e soprattutto - la parte forse più difficile - di canti: occorreranno anni da noi, ma bisogna cominciare, ricominciare, perseverare per riuscire a dare alla assemblea la sua voce grave, unanime, dolce e sublime.

E fra le molte cose, che esigono preparazione, impegno, dignità e proprietà, voi lo sapete, è la parola! Alla parola è assegnata, niente meno, che una parte della Liturgia della Messa; diciamo della Parola della Sacra Scrittura, la Parola divina, da pronunciarsi, da ascoltarsi con rinnovata dignità, con cosciente fervore; e diciamo della Parola del Sacerdote, in funzione di apostolo, di profeta, di maestro, di guida del Popolo di Dio. A questa Parola, che è la vostra, o Pastori d’anime e quaresimalisti che Ci ascoltate, Ci riferiamo adesso per confortare il vostro ministero, che la sacra Liturgia solleva alla sua primigenia funzione di annunciatore del messaggio della salvezza, riempie ed arricchisce di contenuto biblico, collega intimamente al culto sacrificale, spoglia d’ogni orpello retorico e rinvigorisce di divina autorità. Voi ricordate certamente tutto quello che è stato detto e scritto sulla predicazione sacra: dal rapporto ch’essa deve avere con la vita spirituale e morale di chi la esercita; la preghiera deve precederla; colui che predica, insegna S. Agostino, «sit orator antequam dictor» (De doctr. chr., P.L. 34, 103); la sincerità deve caratterizzarla: «Sacerdotis Christi mens osque concordent», dirà S. Girolamo (Ep. 52, 7; P.L. 22, 533); dal contenuto, che deve essere veramente religioso e rivolto non all’ammirazione, ma all’istruzione e all’edificazione dei fedeli; dalla eccellenza e dalla necessità del ministero della parola alla sua multiforme, secolare, immensa espressione, sia didascalica che parenetica, sia dogmatica che oratoria.

Ebbene Noi non ripeteremo alcuno di questi insegnamenti; vorremmo, se mai, ricordarvi quanti Maestri e quanti Santi di questo ministero hanno trattato; sarebbe una letteratura da raccogliere e da studiare. Ci limitiamo ad esprimere un voto: che la predicazione sacra sia efficace. L’arte di renderla oggi efficace dovrebbe essere uno degli studi pratici più importanti della preparazione pastorale moderna. Ci stimola a ciò l’esempio dei locutori, che ogni giorno ascoltiamo parlare mediante gli strumenti televisivi; ci invita la cresciuta cultura del pubblico; ci obbliga l’insofferenza dell’uomo d’oggi per ogni forma di imperizia, di enfasi, di retorica, di pseudocultura, di surrogati profani al verbo sacro; ci favorisce l’esigenza odierna d’una parola piana, semplice, essenziale, breve ed intelligibile. Resterà la difficoltà di esprimere in linguaggio umano cose divine, di dare alla parola sacra quella segreta virtù, che la rende persuasiva e salutare, di rendere il nostro povero linguaggio acuto e vivo, come una spada, secondo che sta scritto: «Vivus est enim sermo Dei et efficax, et penetrabilior omni gladio ancipiti» (Haebr. 4, 12). La vita religiosa del nostro tempo, ricordate, può in gran parte dipendere da questa umana ed insieme misteriosa efficacia della predicazione sacra, cari Parroci e cari Quaresimalisti. Ecco perché la Nostra esortazione vuoi rendere onore al vostro ministero, vuol confortarvi a dedicargli non solo la voce, ma la mente, lo studio, la preghiera, la sofferenza e l’ardore del cuore, e vuol concludersi nell’augurio che a voi sia riservato il gaudio ed il merito d’una predicazione veramente sacra e veramente efficace.

Voi siete qua venuti per sentirvi dire queste cose, le quali per voi, esperti ed affaticati nel ministero della parola di Dio, altro non aggiungono a quanto già sapete e volete, se non un duplice coefficiente nuovo e misterioso, che Noi vogliamo, sì, aggiungere alla vostra pastorale eloquenza, e che vorremmo fosse per voi potente e consolatore; il Nostro mandato, cioè, e la Nostra benedizione: l’uno e l’altro diamo a voi con la parola stessa di Cristo: «Euntes ergo docete... Ecce Ego vobiscum sum...» (Matth. 28, 19-20).

            

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