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 PAROLE DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AGLI STUDENTI PARTECIPANTI AL CONCORSO
«VERITAS» 1964

Sabato, 3 aprile 1965

               

Diamo di gran cuore il Nostro saluto ai partecipanti a questa singolare udienza. Essa Ci procura il piacere d’incontrare una porzione cospicua ed eletta della Scuola, fiorente nella nostra Città. Porgiamo il Nostro cordiale e rispettoso benvenuto alle Autorità scolastiche: siamo onorati e lieti di accoglierle, e di ripetere loro la Nostra venerazione, la Nostra ammirazione per l’altissima funzione loro propria; nessuno, osiamo pensare, quanto Noi apprezza ed onora la missione del Maestro, vogliamo dire di chi organizza, dirige, amministra la Scuola, di chi vi svolge opera d’insegnante e di educatore, di chi assiste con la parola, con l’esempio, con l’opera la formazione completa della nostra gioventù. Una volta ancora: onore alla scuola! onore al Maestro! E diciamo questo con tanto maggiore soddisfazione quanto più copiosi e preziosi sono i frutti dell’attività scolastica, che Ci sono oggi presentati; premi e premiati, cioè, risultanti da un meraviglioso sforzo pedagogico, che Ci sono resi presenti da questa magnifica assemblea di studenti. Carissimi giovani! Grazie che siete venuti a farci godere delle notizie circa interessantissimi fatti, che vi riguardano e che Ci dànno una testimonianza consolantissima non solo d’un paziente e intelligente lavoro dei vostri Istituti e dei vostri Insegnanti, ma di voi stessi, della vostra sensibilità al problema fondamentale della nostra vita, ch’è appunto il problema religioso, e una testimonianza altresì della vostra capacità a dedicarvi liberamente e metodicamente interesse, studio, riflessione, amore. Meritate, figli dilettissimi, il Nostro plauso, il Nostro incoraggiamento. Meritate la Nostra fiducia per la serietà, che dà impronta forte e viva alla vostra vita giovanile, per la promessa, che da ciò scaturisce circa la rettitudine e la bellezza del vostro avvenire. Meritereste che Noi Ci indugiassimo a conversare con voi, sapendo che incontreremmo in voi interlocutori degnissimi di ascoltare la Nostra voce amica, paterna, desiderosa di confidarvi qualche Nostro segreto, conquistato con gli anni ormai molti del Nostro calendario e con l’esperienza varia e attenta ai problemi della vita, ma soprattutto a Noi confidato per la Nostra umile e fedele e qualificata consuetudine col Maestro dei Maestri, il Signore Gesù. Siamo infatti discepoli prima che maestri. E pensiamo, giovani carissimi, che non saremmo Noi soli a tener vivo il colloquio, perché sappiamo benissimo che voi, tutti voi, avreste delle cose da dire a Noi; e Noi le ascolteremmo tanto volentieri; le vostre cose, come voi le provate, le conoscete e le dite, con quel linguaggio che quando è schietto e puro fa incantati i padri ed i maestri; e che Ci ricorda sempre l’espressione celebre di Shakespeare: «How beatous mankind is», com’è bella l’umanità! Voi siete, sì, la bellezza dell’umanità; e Noi, che pure siamo padri e maestri, siamo pronti a godere del vostro discorso, come d’un documento di vita nuova, come d’una poesia della natura; e, pensandovi, come siete, cattolici, ricchi cioè degli impulsi dello Spirito, come d’un canto al creato e d’un inno al Creatore.

Ma se questo colloquio è un sogno che le circostanze pratiche ci impediscono di realizzare, ricordate almeno che il Papa sarebbe disposto a farlo con ciascuno di voi; perché ciascuno di voi Ci è caro, ciascuno Ci è figlio.

E per non perdere l’occasione di dirvi almeno una parola, semplice e rapida anch’essa, vi diremo che a Noi fa una certa impressione quella, che definisce il vostro concorso: veritas! È parola grave, è parola densa, è parola sacra! Che ne pensate? Sapreste darne la definizione? Che cosa è la verità? E sapreste intuire le ragioni che le dànno titolo per fungere da etichetta al concorso, in cui siete stati premiati?

Voi Ci potreste rispondere che i nomi sono di solito convenzionali, e poco significano rispetto a ciò a cui si riferiscono. È vero; ma è lecito credere che un tal nome non sia stato scelto a caso; una ragione vi ha da essere. E voi allora direte che la ragione è chiara, perché la religione, al cui studio il concorso vi invita, è verità; così si pone, così si proclama la religione cattolica.

Anche questo è esatto. Ma se è esatto che lo studio della nostra religione è lo studio della Verità, cento questioni si pongono, che ragazzi intelligenti come voi siete, potete subito intravedere: dunque la verità esiste; e come mai tanti studiosi, anche rispettabilissimi, dubitano e negano che esiste la verità? Intanto: che cosa s’intende per verità? Non vi sono parecchi modi di considerare la verità? Certamente; ed è qui che le cose si complicano. Vi è una verità di conoscenza, diciamo, scientifica; quella che parte dalla conoscenza dei sensi, quella poi dell’intelligenza rivolta alla realtà sensibile e sperimentale, ai fatti, come si dice; (vi ricordate l’epigrafe sotto il monumento di Ardigò all’università di Padova? Verum ipsum factum!); potremmo ricordarci della classica definizione aristotelica della verità: il rapporto di conformità fra la mente e la cosa conosciuta. E lasciamo le discussioni interminabili su questa prima definizione della verità. Ma non esiste anche un’altra verità, quella interiore, quella della coscienza, quella che chiamiamo certezza; quella che si pronuncia cioè sul valore della nostra conoscenza? E qui non cominciano forse dubbi e problemi d’ogni sorta? Ma state attenti ancora un istante. Non abbiamo noi qualche nozione d’una terza verità? L’artista che pensa e che poi esprime l’opera sua, ed ha impresso un’idea nella sua arte, non ha forse la persuasione e la soddisfazione d’aver fatto un’opera vera, d’aver espresso una sua verità? Cioè il rapporto fra l’idea generatrice e l’opera generata non è un meraviglioso prodotto di verità? Non meriterebbe quell’idea di chiamarsi sotto un certo aspetto, in modo superlativo, verità?

Questo è ciò che avviene nell’universo, nella creazione. Le cose che esistono sono vere, non solo perché da noi conoscibili e conosciute, ma perché anteriormente pensate; pensate da Dio Creatore, Dio verità. Le cose che esistono sono parole proferite da un Verbo, che nel proferirle le crea. È questa la somma dottrina non solo dei filosofi, ma del Vangelo. Ricordate il prologo del Vangelo di Giovanni: «Omnia per Ipsum facta sunt»; tutte le cose sono state fatte da Lui (Io. 1, 3), dal Verbo che poi si è fatto uomo, da Cristo, che allora per sommo diritto può dirsi, come Lui stesso s’è definito: Io sono la Verità (Io. 14, 6); la Verità, sorgente della vita e della conoscenza, argomento primo della certezza vitale, termine ultimo del pensiero cercante e traguardo alle nostre anime, create per la visione suprema dell’Essere, per la beatitudine della verità.

Quanto, quanto vi sarebbe da dire! Ma state a sentire. Sapete che cos’è un anagramma? Ricordate questo. Durante il processo di Cristo, nel venerdì santo, - lo sentirete in questi prossimi giorni nella lettura della Passione, ne avete la fortuna di assistervi - Pilato rimane sconcertato dalle parole di Gesù che dice di se stesso: «. . Io sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità; e chiunque è per la verità, ascolta la mia voce». Che significa? Pilato poco comprende e, per uscirne, chiede, orgoglioso e scettico forse: «Quid est vevitas?» (Io. 18, 37), che cosa è la verità? Ma senza attendere la risposta, interrompe il colloquio con Cristo per rivolgersi ai Giudei e per cercare modo di concludere il fastidioso processo. La domanda di Pilato è fra quelle che premono perennemente sulla coscienza degli uomini pensanti: che cosa è la verità? Ripetiamo la domanda in latino: Quid est veritas? Ecco l’anagramma; costruitelo poi da voi stessi; ed ecco la risposta alla tremenda domanda circa la verità: Est vir qui adest! È l’uomo li presente; cioè Cristo; Cristo è la Verità!

Pensateci, giovani carissimi. Avrete compreso il valore del titolo dato al vostro concorso; e avrete compreso quale luce, quale gaudio deve rischiarare la vostra esistenza. Avrete compreso come la Verità proposta al vostro concorso coincide con la Vita e per via d’amore tutta la riempie, la spiega, la consola, la fortifica, la santifica.

Pensateci! E vi aiuti a questa stupenda conclusione dei vostri studi la Nostra Apostolica Benedizione.

            

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