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DISCORSO DI PAOLO VI
AL CENTRO ITALIANO RICERCHE AEROSPAZIALI

Giovedì, 29 aprile 1965

 

Signor Generale!
E voi tutti, distinti Ingegneri,
Tecnici del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali!

Vi accogliamo con profonda simpatia e benevolenza, che nasce dalla considerazione, dalla stima, dall’interesse che nutriamo per i vostri studi pazienti e tenaci, e per i notevoli risultati a cui siete giunti con le recenti affermazioni, che vi hanno meritatamente guadagnato l’ammirazione dei competenti organismi internazionali.

Vi siamo grati per la delicatezza di sentimenti, dimostrata nell’essere venuti oggi a ricevere il Nostro benedicente saluto, prima di trasferirvi in zona equatoriale per il lancio in orbita del satellite San Marco II dal poligono mobile, dislocato nelle acque dell’Oceano Indiano. Siamo lieti e commossi di invocare le benedizioni dell’Onnipotente sulle vostre continue ricerche, come su le vostre ardite sperimentazioni, augurando ad esse una piena riuscita, che coroni radiosamente i vostri sforzi, e sia preludio a nuove conquiste.

Nel vostro nobile impegno la Chiesa ama vedere un’altissima espressione della dignità, a cui Dio ha chiamato l’uomo, sul piano temporale, invitandolo a sottomettere la terra (cfr. Gen. 1, 28). Nella pacifica, esaltante gara per la conquista spaziale, la Chiesa vede altresì la stupenda conferma delle possibilità dell’umana natura, a cui Dio dall’origine ha infuso il suo alito di vita immortale, creandola a propria immagine e somiglianza:, possibilità di ascesa e di ricerca, inestinguibile tensione e passione per tutto quanto è grande, è arduo, è impegnativo, è sublime, ed in quest’ansia è racchiuso e significato l’anelito perenne dell’uomo verso Dio. Considerazioni queste, che bastano a riempirci di lieto stupore per questa grande e fragile creatura, che è l’uomo: non per fermarci a uno sterile senso di autoesaltazione - e nessuno meglio di voi, uomini di scienza e di calcolo esatto, può capire la infinita sproporzione tra l’essere creato e l’increato Iddio, fra il commensurabile e l’immenso, fra il limitato e l’Infinito -; ma per elevare in piena consapevolezza e riconoscenza il dovuto inno di lode al Signore, il Quale, come abbiam detto il 19 marzo scorso a commento di una recente impresa spaziale, «nell’immenso cosmo muto ed ignaro ha suscitato l’uomo, fatto a sua immagine e chiamato ad un soprannaturale colloquio, per farlo signore non solo della materia, ma altresì del pensiero che tutta la penetra e la regge, e per renderlo capace di rivolgere a Lui la grande e libera voce: Padre nostro, che stai nei cieli!» (cfr. L’Osservatore Romano, 20-21 marzo 1965).

Questa fede profonda voi l’avete: Ce lo dice la vostra presenza qui, accanto all’umile Vicario di Gesù Cristo, accanto a Noi, cui l’alta missione essenzialmente spirituale e pastorale non dispensa dall’incoraggiare ed encomiare tutto ciò che è nobile e bello e degno nelle espressioni della umana attività, specialmente della scienza, della cultura e dell’arte; Ce lo dice il nome «San Marco», che avete imposto sia al vostro «Progetto» sia all’uno e all’altro satellite di vostra produzione, destinato a portare negli spazi siderali, con la presenza dell’Italia, anche un’espressione sincera di confidenza piena e gioiosa nella protezione celeste.

Di questa testimonianza di fede, schietta e discreta, siate ringraziati, siate benedetti, diletti figli. Per parte Nostra, siamo lieti di ripetervi che vi accompagniamo con profonda compiacenza e con cordiale incoraggiamento, invocando la continua assistenza del Signore su di voi, sui vostri studi e le vostre ricerche, sui vostri delicati congegni, come su le dilette famiglie di ciascuno. L’Apostolica Benedizione non vuol essere altro che il pegno e il riverbero delle larghe e costanti compiacenze divine.

                                                  

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