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DISCORSO DI PAOLO VI
AL SACRO COLLEGIO
IN OCCASIONE DEL SUO ONOMASTICO
Giovedì, 24
giugno 1965
Signori Cardinali!
Vi ringraziamo sentitamente dei vostri auguri, che con tanta
cortesia voi, di presenza, Ci offrite, e che il vostro Cardinale Decano, anche
a nome dell’intero Sacro Collegio, ha così nobilmente interpretato ed
espresso.
Vi ringraziamo di cuore. Il Nostro spirito ne ricava grande
conforto. Non vorremmo quasi confessarlo, schivi come siamo, per indole
naturale e per voluto proposito, che altri s’interessino della Nostra
persona; ma il bisogno di saperci da voi fraternamente compresi e
spiritualmente sostenuti si fa più vivo man mano che valutiamo ed apprezziamo
il vostro generoso servizio, e man mano che l’esperienza, ormai biennale,
dei doveri del Nostro apostolico ufficio si fa più complessa e più grave.
Sì, questa è la realtà, che si commisura non soltanto alla esiguità delle
Nostre forze, ma altresì alla quantità e alla qualità dei problemi aperti
in ogni campo, sia della vita della Chiesa sia del mondo contemporaneo.
Noi guardiamo con serenità alla problematicità che sveglia ed affatica, con
quella di chiunque osserva con occhio vigile e responsabile la scena della
storia presente, l’animo Nostro, perché sappiamo ch’essa è propria della
vicenda umana nel fluire del tempo, e che le trasformazioni, indotte dal
progresso moderno in ogni settore della vita, suscitano questioni nuove d’ogni
genere, rese più acute per noi, che non possiamo non rimanere fermi e fedeli ad
una concezione del mondo e ad un corpo di dottrine e di precetti non solo
immutabili, ma perennemente attuali, e perciò fecondi di sempre nuove e
coerenti espressioni. Da un lato si approfondisce per la Chiesa lo sforzo di
meglio comprendere il disegno divino, cui siamo partecipi e impegnati: la nostra
vocazione cristiana, la nostra missione apostolica, il nostro destino finale;
dall’altro si accelera la nostra sollecitudine per rincorrere il mondo
circostante e sfuggente, a cui dobbiamo la nostra comprensione, il nostro
interesse, la nostra cura, il nostro conforto, in una parola il nostro servizio,
reso questo tanto più necessario, quanto meno, per certo verso, è desiderato,
e quanto più, per altro verso, riesce consolatore e provvidenziale.
La barca di Pietro naviga in un mare agitato; tutto si muove, tutto è problema;
voi lo sapete benissimo; e perciò la vostra collaborazione è quanto mai
preziosa e meritoria, accompagnata com’è dalla comunione spirituale, che ora
voi Ci professate, nell’amore a Gesù Cristo Nostro Maestro e Signore, nella
preghiera per le istanti necessità e nella dedizione al comune servizio.
E quali siano fra le tante questioni ordinarie quelle straordinarie, che
maggiormente occupano la Nostra attenzione, voi pure sapete; e troppo sono
perché Noi le abbiamo ad elencare; ma fra queste raccomandiamo le principali al
vostro premuroso interessamento e al vostro spirituale ricordo.
Abbiamo allo studio gli Statuti delle Conferenze Episcopali, dal cui retto
funzionamento speriamo derivare una delle forme di quella migliore
collaborazione dei Nostri Fratelli nell’Episcopato, che deve sempre più
rinsaldare l’interiore unità della Chiesa, onorare la collegialità dei
Vescovi in comunione con questa Sede Apostolica, e rendere più uniforme e più
efficiente, nelle comuni contingenze, l’azione pastorale della Chiesa,
confortata dalla coscienza dell’unica fede, dalla emulazione delle forme
molteplici in cui essa storicamente e localmente si esprime, e dalla
solidarietà più operante della cristiana carità. Questione delicata e
complessa, che si connette con quella più generale della revisione del Codice
di Diritto Canonico, già iniziata nella formazione degli organi, che la
dovranno effettuare, e nella raccolta del materiale da sottoporre a
ponderatissimo esame; e si connette altresì con quei perfezionamenti e con
quelle modifiche da apportare al delicato e tradizionale organismo, esperto nel
governo centrale della Chiesa, che si chiama la Curia Romana. Il meglio è
sempre possibile e doveroso; ed è ciò che stiamo cercando di fare con graduale
restauro, anche se ciò non sempre può apparire nuovo e arbitrario.
Due altre questioni assai importanti, come vi è noto, impegnano le Nostre
vigili cure: la disciplina canonica dei matrimoni misti (questione delicata che
esige qualche altra riflessione), e l’insegnamento della Chiesa circa le norme
relative alla natalità; tema quest’ultimo, di cui facemmo parola, in questa
stessa occasione, lo scorso anno, promettendo di riparlarne in modo più ampio
ed autorevole, dopo che gli studi a cui lo abbiamo sottoposto, valendoci della
varia e composita competenza d’una numerosa ed eccellente Commissione, fossero
arrivati a conclusione; la Commissione ha egregiamente lavorato, ma non ha
ancora terminato le sue indagini, che Noi non vogliamo troncare, ma sollecitiamo
con ogni riguardosa premura; così che speriamo fra breve di poter dire qualche
Nostra parola, suffragata dalla luce della scienza umana, come chiediamo al
Signore che lo sia dalla luce della sua sapienza, su tema di così vitale
importanza.
Nulla qui diremo delle altre non poche e non lievi questioni
straordinarie d’indole amministrativa, che tengono anch’esse in vigilante operosità i competenti
uffici, come il radicale e indispensabile restauro
del Palazzo Lateranense e la progettata costruzione della nuova aula per le
udienze generali; e che, se Ci fanno sentire l’angustia benedetta delle limitate
Nostre risorse finanziarie, non Ci distraggono dal Nostro proposito di
moltiplicare quanto possibile i Nostri soccorsi alla fame nel mondo e ai bisogni
missionari, pastorali, caritativi, che da tante parti Ci sono segnalati. Ci
ammoniscono, a questo riguardo, le parole del Signore: «Nolite solliciti esse» (Matth. 6, 31), e Ci consolano i segni della pietà e della generosità di
tanti Nostri figli solleciti a non lasciare mancare alla carità della Chiesa i
mezzi temporali, che ne documentano il cuore e ne fanno benefica la mano.
Accenneremo piuttosto alle due
maggiori questioni che gravano sul Nostro spirito, e che caratterizzano ora agli
occhi di tutti il Nostro pontificato; vogliamo dire la conclusione del Concilio
Ecumenico, e la pace nel mondo.
Tra gli avvenimenti, infatti, dei quali la
bontà del Signore Ci ha voluti testimoni e partecipi in questo trascorso anno,
ha trovato posto precipuo lo svolgimento della III Sessione del Concilio
Ecumenico Vaticano Secondo, alla fine della quale, dopo l’approfondita e
completa elaborazione compiutane dalla venerabile Assemblea dei Padri, avemmo la
ventura e la gioia di approvare e promulgare tre importanti documenti: la
Costituzione Dogmatica sulla Chiesa ed i Decreti sull’Ecumenismo e sulle
Chiese Orientali Cattoliche.
Non Ci sembra necessario soffermarci a sottolineare
il significato di tali testi e la vasta influenza che essi sempre più
eserciteranno nella vita della Chiesa; lo attestano già i numerosi commenti,
analisi, studi, applicazioni, che sono stati fatti e quelli che ancora più
ampiamente e concretamente lo saranno. Così, la luminosa dottrina conciliare
sarà motivo e fondamento di rinnovate prese di coscienza individuale e
collettiva sulla natura divina e misteriosa della Chiesa, sulla vocazione, la
dignità e l’ordine dei suoi membri, nonché sull’universale missione di
salvezza affidatale dal Signore e che essa fedelmente compie lungo il corso dei
secoli e delle generazioni.
Abbiamo ragione di compiacerci vivamente di questo generale risveglio di
interesse per la dottrina ecclesiologica, augurandoci che esso converga verso un
sempre più pieno e profondo intendimento dei Decreti Conciliari ed un esatto
adempimento delle norme in essi contenute.
È
anche entrata in vigore, durante il corso di quest’anno, la riforma della
Sacra Liturgia predisposta dal rispettivo Decreto della precedente Sessione
Conciliare, nell’intento di facilitare ai fedeli - come sta già avvenendo - l’accostamento
alle sorgenti di una spiritualità più autentica e la comprensione più
profonda e fruttuosa del contenuto e del significato dei riti sacri. Non
possiamo, perciò, che rallegrarci delle molteplici iniziative di apostolato
liturgico, desiderando che esse corrispondano fedelmente allo spirito ed alla
lettera della Costituzione Conciliare e della relativa Istruzione, non che delle
norme promulgate dall’Autorità Ecclesiastica competente, sì che sicuri,
ordinati ed abbondanti siano i frutti che ne derivano al popolo fedele.
Sempre in relazione con le attività e gli
orientamenti del Concilio Ecumenico, crediamo di dover ricordare anche, come
particolarmente significativa, la istituzione di un Segretariato per i non
credenti, quale segno dell’interesse con cui la Chiesa si rivolge ai problemi
di tutti gli uomini, anche di quelli da lei più lontani, nel desiderio di
prenderne più esatta ed approfondita conoscenza, sì da poter meglio poi
offrire il suo aiuto nella leale ricerca delle soluzioni veraci.
Ora siamo nell’attesa
e nella fervida preparazione della quarta e conclusiva Sessione del Concilio,
nella quale diversi Schemi di Decreti, che non lo erano stati ancora, dovranno
essere discussi, mentre di altri dovrà essere ripetuto od ultimato l’esame
Ognuno di voi conosce, Signori Cardinali, quanto Ci stia a cuore portare
felicemente a termine questo provvido e solenne Concilio. La sua regolare
celebrazione, l’importanza delle deliberazioni già prese, il clima di fervore suscitato in ogni strato della compagine ecclesiastica,
la conversazione piena di rispetto e di promessa avviata con i Fratelli
separati, l’attenzione suscitata nel mondo verso la Chiesa cattolica sono già
risultati di grandissimo valore, che Ci lasciano intravedere e gustare l’assistenza
dello Spirito Santo a questa Sede Apostolica e all’intero corpo della Chiesa
cattolica. Noi confidiamo che questi benefici frutti saranno enormemente
accresciuti dai lavori e dai Decreti finali della prossima quarta Sessione. Come
il Concilio cominciò nella esultanza e nella fiducia alla sua prima Sessione,
così vorremmo che potesse terminare nella più serena e fraterna concordia,
nella mutua promessa di amicizia e di solidarietà, nella composta armonia delle
strutture organiche che compongono questa santa Chiesa di Dio, nella confermata
fiducia delle sue tradizioni, delle sue leggi, del suo stile spirituale e
pastorale: nella profonda e quasi estatica coscienza del beatissimo mistero ch’essa
porta con sé, nell’accresciuto vigore per il compimento della sua umile e
divina missione di servizio, di apostolato e di salvezza in mezzo all’umanità.
Bisogna che il Concilio finisca bene, in un lavoro rapido e costruttivo, in una
pace piena dello spirito di Cristo.
Per questo abbiamo favorito il lavoro delle varie
Commissioni, alle quali dobbiamo fin d’ora tributare il Nostro ringraziamento
per l’assidua fatica sostenuta; per questo abbiamo cercato che gli Schemi
delle questioni conciliari tuttora pendenti fossero quanto mai accurati e
suffragati da libere e laboriose discussioni preparatorie; e per questo
chiediamo a voi, Signori Cardinali, di volerci conservare la vostra più attenta
e devota collaborazione; e questo Nostro invito si estende, naturalmente, a
tutti i Nostri Fratelli nell’Episcopato, a tutti i membri del grande Sinodo;
non che a quanti, in diverse forme, possono contribuire al suo sereno
svolgimento e al suo epilogo felice: consultori, periti, pubblicisti, fedeli.
Che l’azione concorde e positiva di tutti questi figli Ci segua; Ci segua la
loro preghiera, perché davvero l’ora storica, che stiamo per attraversare,
abbia la sua luce e la sua benedizione. Facciamo assegnamento ancora non solo
sulla presenza, per Noi desiderabile ed onorifica, degli «Osservatori» dei Fratelli
separati, che interverranno alle riunioni conciliari, ma altresì sulla loro
cortese bontà e sulla comune speranza che crolli un giorno, nei debiti modi,
ogni diaframma che ancora ci impedisce di celebrare insieme la perfetta unità,
a cui Cristo ci invita.
Il Concilio, speriamo, potrà pronunciarsi, in modo
definitivo, circa i temi proposti al suo programma; non saranno con ciò chiuse
tutte le questioni riguardanti la vita della Chiesa; ché anzi il Concilio
stesso molte ne apre, nuove e grandi, le quali Noi, a Concilio finito,
raccoglieremo con ogni riverenza e cercheremo di trattare e di risolvere, non
senza la cooperazione e il consiglio dell’Episcopato, non che la
collaborazione dei Religiosi e dei Fedeli stessi, aventi titolo per farlo, nei
modi migliori. La vita continua!
Poi l’altra questione maggiore, che pure, sebbene indirettamente,
riguarda ed impegna il Nostro ministero apostolico; dicevamo: la pace nel mondo.
Più volte, negli ultimi mesi, abbiamo levato la Nostra voce accorata dinanzi a
dolorosi contrasti che, mentre erano e sono causa di lutti e di sangue per
popolazioni innocenti, minacciavano di estendersi e di turbare ancor più
profondamente la pace.
Per l’infinita benignità dell’Altissimo, nulla è
avvenuto di irreparabile, ma la minaccia è tutt’altro che scongiurata; si è,
anzi, aggravata, e nuovi focolai di discordia si sono accesi in altre parti del
globo.
A nessuno, quindi, torni gravoso, se Noi siamo nuovamente a perorare la
causa della pace: essa è tuttora in pericolo. È necessario fermarsi, vorremmo
dire agli uomini responsabili, finché c’è tempo. La scintilla, non spenta,
può provocare un incendio, le cui proporzioni spaventano alla sola
immaginazione. L’umanità, che ha ancor viva la memoria delle sciagure e ancor
porta vive nelle carni le ferite di un conflitto generale, guarda con
trepidazione gli avvenimenti e desidera che le siano risparmiate nuove
tristissime prove.
Non possiamo nascondere la Nostra inquietudine. Il Nostro animo, l’animo di tutti gli uomini degni di questo nome, rifugge inorridito dalla
prospettiva di una guerra nella quale fossero impiegati quei terribili strumenti
di distruzione che la scienza e la tecnica hanno trovato. Sarebbe una
eventualità drammatica, irreversibile, fatale: sarebbe la fine non delle
difficoltà, ma della civiltà.
Chi vuol protrarre o contribuisce a protrarre un
conflitto che non può avere sufficiente giustificazione, tenga presenti le
lezioni della storia: gli avvenimenti possono sfuggire di mano agli uomini che
credono di dominarli.
La guerra - l’esperienza anche di quella ultima lo
dimostra - non risolve i problemi, ma ne crea di nuovi e più complessi. La salvezza è nella trattativa franca, onesta, leale.
Noi vogliamo perciò esprimere
la Nostra compiacenza a quegli Uomini di Stato, che dimostrano intenzioni di
pace leale e onorevole, e che prendono anche iniziative positive, alcune
veramente insolite e ardite, per avvicinare i contendenti e per indurli a
negoziati, sostitutivi dei conflitti armati, e risolutivi in nuove forme di
equilibrio, di mutuo rispetto, di osservanza dei trattati e di fraterna
collaborazione fra popoli liberi. Il Nostro incoraggiamento sostenga questi
nobili sforzi, e la Nostra preghiera renda valido e per tutti benefico il Nostro
voto.
Così vada l’espressione della Nostra riconoscenza a quanti hanno
fatto eco alla proposta, da Noi enunciata durante il Nostro viaggio a Bombay nel
dicembre scorso, di devolvere all’aiuto delle popolazioni bisognose ed
affamate nel mondo ed alle Nazioni in via di sviluppo parte almeno dei risparmi
che i singoli Stati possono realizzare adottando progetti di effettivo disarmo;
il Nostro suggerimento di istituire un fondo internazionale con tali mezzi ed a
tale scopo ha avuto in via di massima buona accoglienza in sede autorevole e
competente, tanto da generare la speranza che l’iniziativa possa in un giorno
non lontano trovare pratica e quanto mai benefica ed esemplare esecuzione.
Il cuore si apre a visioni confortanti d’un avvenire migliore per la
convivenza pacifica e fraterna dei popoli. Non tuttavia così, in questo
momento, ch’esso non soffra amaramente per la lotta sanguinosa e rovinosa che
infuria nel Vietnam e che causa tanti dolori a quelle popolazioni, dove abbiamo
fatto giungere più volte, tramite la Gerarchia cattolica colà operosa e
generosa, la Nostra parola di consolazione e il Nostro augurio di pace.
Parimente al Congo, provato da feroci conflitti intestini, non abbiamo lasciato
mancare il Nostro invito alla concordia e alla pace; né altrimenti a Santo
Domingo a cui tuttora auguriamo di ritrovare nella civile e cristiana concordia
le vie per la sua libera e rinnovata prosperità. Un’altra giovane Nazione, l’Algeria,
tiene in questi giorni sospesi gli animi nostri; non vogliamo che manchi anche a
quel Popolo l’augurio della fruttuosa, civile concordia.
Signori Cardinali!
Abbiamo messo alla prova la
vostra pazienza con questo Nostro lungo discorso. Ma la vostra bontà Ci
incoraggia a riversare nei vostri animi le Nostre apprensioni e le Nostre
speranze.
Così Ci sorregga la vostra indulgenza e Ci fortifichi la vostra
fedeltà alla causa di Cristo e della Chiesa, e a quella della concordia e della
prosperità di tutte le genti; e dica a ciascuno di voi, come a tutto il Sacro
Collegio, la Nostra devozione, la Nostra riconoscenza e la Nostra Apostolica
Benedizione.
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